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Dal seggio conteso al summit trasversale i retroscena della "Siracusa connection"

La "cricca ammazza-sentenze” e i suoi due dioscuri, il Gennuso-Gate con le elezioni più pazze del mondo e molto altro...

Dal seggio conteso al summit trasversale  i retroscena della "Siracusa connection"

SIRACUSA - «C’era una guerra di potere». Forse ha proprio ragione Giuseppe Calafiore. Uno dei due dioscuri della “cricca ammazza-sentenze”, interrogato dai pm di Roma il 25 maggio 2018, dà una chiave di lettura della filiera corruttiva che innescò la grottesca ripetizione del voto delle Regionali nel Siracusano (un caso, fra gli altri, finito nell'ordinanza del gip di Roma che ha portato ai domiciliari tre giudici e il deputato regionale Pippo Gennuso), ma la sua versione serve anche a capire cos’è successo negli ultimi anni.

Un vademecum del “sistema Siracusa”, visto da chi - assieme al socio Piero Amara - quella rete l’ha creata, intrecciata e aggrovigliata ai palazzi romani e palermitani. E quando Calafiore parla di «guerra di potere» si riferisce al fatto che il presunto beneficiario dei “servizi” corruttivi - Gennuso, che poi otterrà la sentenza pilotata del Cga per poter ripetere il voto e tornare all'Ars - si rivolge a loro anche perché temeva che il competitor più agguerrito (Pippo Gianni, che poi perse il seggio) volesse fare lo stesso. «Gennuso aveva perso le elezioni per 90 voti. Assumeva che la causa fossero traffici di Gianni. Fece quindi ricorso al Tar, che glielo rigettò. Mi contattò perché voleva a tutti i costi parlare con Amara, voleva attività di lobbing perché sospettava che c’era un’attività di lobbing dall’altra parte». E Calafiore conferma ai magistrati che «il timore di Gennuso era assolutamente fondato». Ammettendo di aver avuto «rapporti con l’on. Drago», cioè Beppe, l’ex presidente della Regione poi deceduto. Drago gli parlò delle attenzioni che Giuseppe Mineo (giudice catanese a processo per corruzione dopo le rivelazioni di Amara e Calafiore) dimostrava per il politico di Priolo. «Drago mi disse che Mineo tutelava Pippo Gianni, intimo amico di Drago stesso. Una volta incontrai Mineo con Drago e Mineo mi confermò che Drago gli aveva detto di aiutare Gianni». Mineo, docente universitario ed ex membro laico del Cga, sentito il 29 novembre 2017 (e dunque prima dell’indagine a suo carico) sulle sentenze di De Lipsis conferma che «le motivazioni non sono state comunque preliminarmente condivise con il collegio». E che il cambio del relatore (De Lipsis prese il posto della designata Silvia La Guardia) «è una anomalia».

Ma alla fine vince Gennuso. Secondo la Procura di Roma attraverso il pagamento di una tangente consegnata all’ex giudice della Corte dei conti, Luigi Caruso, per corrompere l'allora presidente del Cga, Raffaele De Lipsis. Ma è tutta una questione di sliding doors, anche perché lo stesso Amara era contrario. «Confermo la mia partecipazione all'attività di corruzione - confessa ai pm il 5 ottobre 2018 - con qualche riluttanza poiché avevo dei rapporti personali con la controparte del Gennuso, che era l’onorevole Pippo Gianni, cliente del mio studio». Circostanza ribadita, sempre sotto interrogatorio, anche da Alessandro Ferraro, definito «uomo di fiducia» di Amara. Sulla disfida Gennuso-Gianni, rivela, «mi è salita la pressione, perché questa è una cosa che mi ha dato fastidio». E il pm Paolo Ielo lo placa: «Qui non se la faccia salire...». Ferraro gli racconta di una sua protesta: «Sapevi che io sono legato a lui (a Gianni, ndr) come se fosse mio padre, hai fatto una cosa del genere...», disse all’avvocato-facilitatore. Ma il dado è tratto. «Mi sono convinto a partecipare all’attività corruttiva - confessa Amara - sia per le insistenze di Calafiore, che teneva tantissimo a Gennuso, sia perché avevo interesse a coltivare il rapporto con Caruso e De Lipsis per i contenziosi Am Group e Open Land».

Nella “Siracusa connection” di quel voto tempestoso, le voci su Gennuso giravano da tempo. Certo, c’è la celeberrima intercettazione di Enzo Vinciullo: «Gli hanno fottuto i soldi!… i giudici… (...) mi ha detto che questo scherzetto gli è costato 200 mila euro», confida l’ex deputato regionale a Patrizia Calvo, ex presidente del Consiglio comunale di Rosolini. La quale gli risponde che «gli vengono da Trapani e sono un pozzo senza fondo...». Nella testimonianza del 14 novembre 2017, Calvo conferma il fatto che Gennuso «avesse pagato somme di denaro come quella di 200.000 euro di cui alla telefonata era oggetto di chiacchiere all’epoca, pertanto lo davo per certo. Ricordo che i consiglieri di Gennuso parlavano molto di tale vicenda». E fa tre nomi. Più evasivo Vinciullo, sentito lo stesso giorno a Palermo: «Parlavo sulla base di dicerie raccolte in giro». Ma nell'intercettazione l'ex deputato di Ncd cita una confidenza del «braccio destro di Gennuso». Risposta: «Non ricordo a chi facessi riferimento».

Il Gennuso-Gate è talmente evidente (e con esso il rischio di un nuovo terremoto elettorale) che si organizza un summit fra alcuni deputati siracusani dell'Ars. Il fatto è confermato agli inquirenti sia da Gianni sia da Vinciullo: l’incontro si svolge nel gennaio 2014, nella segreteria di Bruno Marziano (ex assessore regionale del Pd); oltre a loro tre c’è anche Giambattista Coltraro (Sicilia Democratica, notaio con più di un guaio con la giustizia).«Vinciullo - racconta Gianni - ci riferì di avere appreso da una persona vicina a Gennuso che quest’ultimo aveva pagato 200mila euro al presidente De Lipsis per ottenere dal Cga una sentenza a lui favorevole. Vinciullo aggiunse che, se avessimo versato anche noi 200mila euro a De Lipsis, potevamo ottenere una sentenza “secondo giustizia” che non disponesse il rifacimento delle elezioni». La tesi di Gianni è chiara: «Dal discorso di Vinciullo si evinceva che De Lipsis avesse già ricevuto la somma di 200mila euro per emettere una sentenza illegittima, illegale e vergognosa a favore di Gennuso e che fosse necessaria analoga somma per far tornare il giudice sui suoi passi». La versione di Vinciullo è molto più edulcorata. «Nel corso dell’incontro ho manifestato la necessità di fare fronte comune contro l’attacco che il Parlamento siciliano come istituzione stava subendo», racconta. E aggiunge: «In particolare suggerii di rivolgersi a studi legali di spessore, anche raccogliendo denaro in un fondo comune per far fronte alle spese legali».

Ma Gianni rivela agli investigatori un altro episodio inedito: l’incontro di una “delegazione” di deputati siracusani (oltre a lui, Vinciullo e Marziano, anche il grillino Stefano Zito e il forzista Edy Bandiera, oggi assessore regionale) con l’allora procuratore di Siracusa, Francesco Paolo Giordano, per sollecitarlo «ad attivarsi in merito ai fatti incresciosi che si erano verificati».

Insomma, le elezioni più pazze del mondo non sono soltanto una partita personale di Gennuso. Anche perché, annota maliziosamente il gip di Roma, il deputato ora ai domiciliari ottiene il risultato anche grazie ai ricorsi presentati al Cga da persone definite «suoi sodali». Il riferimento è a Salvatore Midolo (candidato alle elezioni), Salvatore Di Pietro (un elettore) e Corrado Gennuso (nipote di Pippo). «Oltremodo significativa» viene definita nell’ordinanza la frase dell’ex avvocato del deputato di Rosolini, Girolamo Rubino, intercettato in una telefonata con Gennuso il 10 giugno 2013: «... eh... bello mio Pippo... io questi cristiani non li conosco... io conosco te e a tuo nipote, va bene? Quelli me li portasti tu e io li feci firmare, ma non è che li conosco che gente sono... quindi... tu li devi valutare. Va bene?».

Così fan tutti? O quasi. Forse. Nell'appiccicoso Scirocco della politica siracusana è labile il confine fra i buoni e i cattivi.

Twitter: @MarioBarresi

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