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Finanziaria, da oggi all'Ars guerra di nervi e numeri: ma Musumeci ha un “piano B”

Il governo regionale spera che Roma vari il provvedimento salva-Sicilia chiesto da Armao al ministro Tria e intanto prepara le contromosse

Finanziaria, da oggi all'Ars guerra di nervi e numeri: ma Musumeci ha un “piano B”

PALERMO - Lo sguardo è rivolto al passato prossimo: «La Corte dei Conti dice che, a causa di un malfatto bilancio del 2015, la Sicilia deve ripianare due miliardi e 300 milioni», aveva detto Nello Musumeci ieri a margine della Bit di Milano. Aggiungendo: «Mi fa rabbia dover vedere come questo governo debba ogni giorno perdere gran parte del suo tempo ad affrontare problemi ereditati dal passato». Un j’accuse retroattivo che il governatore - ieri molto rilassato nel padiglione di “Piazza Sicilia”, fra un brindisi a base di spremuta d’arancia rossa col ministro leghista Gian Marco Centinaio e un’estemporanea esibizione col violino - aveva già esplicitato. 

Ma che senso ha piangere sul latte versato (dal governo Crocetta, a cui Musumeci addebita «la più pesante eredità lasciata ai siciliani», assieme «agli otto miliardi di debiti») alla vigilia della delicatissima settimana in cui l’Ars è chiamata a esprimersi su Finanziaria e voto finale al Bilancio, con tagli tanto diffusi da aver già portato in piazza centinaia di persone? Certo, il Pd - o almeno buona parte di esso - non sembra orientato a fare sconti in Aula. I dem hanno presentato circa 200 degli oltre 450 emendamenti saranno discussi a partire da oggi alle 16. Una valanga di potenziali modifiche (meno ponderosa dei mille emendamenti in commissione Bilancio), allo studio degli uffici di Palazzo dei Normanni per verificarne l’ammissibilità. E il M5S aspetta sulla riva del fiume, pronto a dare battaglia sui propri emendamenti, ma soprattutto a gongolare per l’eventuale sconfitta del governo in Aula.

Ma il punto, adesso, più che tecnico, è politico. Perché è difficile anche per più “lealisti” del centrodestra accettare in blocco i 49 articoli (dopo lo stralcio di nove norme disposto dal presidente Gianfranco Miccichè) in un testo che alla fine scontenta molte categorie e lascia la coperta cortissima. Sarà una prova di nervi e di numeri. I primi mal di pancia li esterna il solito Vincenzo Figuccia (Udc), di lotta prima che di governo, annunciando «il non voto al bilancio» oltre che «la mia presenza in piazza», oggi, «per manifestare tutto il mio dissenso al taglio di 53 milioni» al comparto dei forestali. Ma, seppur in modo meno plateale, sono in molti gli scontenti della coalizione di Musumeci, che - già sul filo di lana in Aula - dovrà scontare anche l’assenza “giustificata” del deputato autonomista Giuseppe Gennuso, ai domiciliari per corruzione in atti giudiziari.

Qual è l’exit strategy? «La soluzione - è la versione ufficiale di Musumeci - non può essere che una e deve darla Roma: far comprendere al governo Conte che i 382 milioni di disavanzo la Regione non può ripianarli in due anni ma in trenta. Per lo Stato non cambierebbe nulla, ma per molti siciliani sarebbero lacrime e sangue». Ma c’è anche un piano B, allo studio del governo regionale, su esplicita richiesta del governatore al suo vice Gaetano Armao. In attesa della legge “salva-Sicilia” (sollecitata al ministro Giovanni Tria in una lettera rivelata da La Sicilia, ma comunque con tempi più lunghi rispetto alla sessione dell’Ars sui ddl finanziari) l’idea è quella di un atterraggio più morbido sui tagli già previsti. Cercando altri risparmi e indirizzando le forbici su altri settori, ma anche valorizzando altre ipotesi di entrate finora sottostimate. Un nuovo conto, di qualche decina di milioni, da presentare all’Ars. Con molte meno “lacrime” e un ridotto spargimento di “sangue”.

Un colpo di scena che potrebbe materializzarsi in Aula con un maxi-emendamento del governo. Allo scopo di ricompattare il centrodestra e di prendere in contropiede M5S e Pd. In attesa che da Roma arrivi l’attesa polverizzazione del debito in 30 comode rate annuali.

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