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Pd, ecco il piano per rottamare il segretario Davide Faraone

Di Mario Barresi

Catania. Forse, visti gli eventi, non era proprio destino. Anche perché - sostengono al Nazareno - il verdetto sul “caso Sicilia”, pur essendo ormai scritto, s’era già deciso di posticiparlo. Ancora una fumata grigia, venerdì sera, nella commissione nazionale di garanzia del Pd, che, dopo due rinvii, doveva pronunciarsi sull’esito dei ricorsi contro l’elezione di Davide Faraone a segretario regionale.

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Ufficialmente la decisione non è stata presa per l’impossibilità di Silvia Velo, presidente dell’organo di autodisciplina dem, che è stata “stoppata” dall’incendio di una linea ferroviaria nel suo viaggio verso Roma. Nulla di fatto, dunque, anche nella terza data programmata per decidere sul ricorso presentato dai tre membri zingarettiani della commissione regionale per il congresso (Agata Teresi, Franco Nuccio, Meni Pirrone) per i quali l’elezione di Faraone è «illegittima».

Ma, pur in assenza di un pronunciamento, ci sono almeno un paio di dettagli decisivi. Il primo è che Velo avrebbe confermato ai colleghi che «c’è già una decisione assunta». Che, secondo le indiscrezioni raccolte dagli zingarettiani siciliani, andrebbe in direzione dell’accoglimento del ricorso contro Faraone. Dunque è solo questione di tempo. Ma quanto? La seduta è stata aggiornata al prossimo 13 luglio, data che - altro dettaglio importante - coincide con la convocazione dell’assemblea nazionale, test estivo per Nicola Zingaretti. E la scelta non sarebbe casuale, sostengono a Roma, visto che il caos siciliano è uno dei contenziosi in corso fra la nuova segreteria e i fedelissimi di Matteo Renzi. Una parte consistente dei quali, la corrente “Base riformista” di Lorenzo Guerini e dell’autosospeso Luca Lotti, da venerdì a oggi è riunita a Montecatini

Ed è in questo snodo che il destino di Faraone s’incrocia con gli equilibri nazionali del Pd. I renziani hanno difeso a spada tratta il loro segretario siciliano, chiedendo un “tavolo di conciliazione” anche con la minaccia, più volte sventolata da Lotti, di rivolgersi a un tribunale ordinario in caso di «condanna preconfezionata» per il segretario siciliano.

E la richiesta è stata accolta: martedì scorso il confronto, a Roma, c’è stato davvero. Alla presenza dello stesso Faraone, che ai suoi oppositori (rappresentati da Teresa Piccione, l’avversaria ritiratasi al congresso, e da Angelo Villari) avrebbe offerto la tregua alle sue condizioni: restare segretario ma con una una «linea collegiale» del Pd, a partire da organigrammi e ruoli.

Proposta rifiutata, anche perché «con il dato politico di un partito che in Sicilia è moribondo ovunque, l’accordo fra maggiorenti - argomenta Piccione - sarebbe stato un pessimo segnale», Quanto di più distante dalle necessità di un Pd «in cui di congressi, tesseramento e dibattito c’è bisogno come il pane». Gli zingarettiani, tramite il vicesegretario nazionale Andrea Orlando, avrebbero messo sul tavolo una controproposta: faccia Faraone un passo indietro, dimettendosi anche per evitando l’onta di un commissariamento che gli è stato paventato come «ineluttabile», in cambio di uno dei dipartimenti esecutivi della segreteria Zingaretti. Una exit strategy per togliersi dall’imbarazzo mantenendo un ruolo politico (marginale, ma nazionale) nel partito. «Non decido io , deciderà il nostro gruppo», la risposta del segretario siciliano.

Ed è la verità: la corrente renziana di Lotti e Guerini illustrerà oggi la sua linea nel “Manifesto dell’Italia riformista”. Aspettando la reazione di Zingaretti nell’assemblea di sabato prossimo alle 10,30 all’Ergife. In cui sarebbero stati pronti ad alzare plateali voci d’indignazione se nel frattempo fosse già arrivata la defenestrazione di Faraone. Che soltanto lo stesso giorno (ma nel pomeriggio) saprà se è ancora il segretario del Pd siciliano. È tutto un gioco degli specchi, un delicato equilibrio per evitare di romperli in mille pezzi. Ma a Roma ne sono certi: in autunno partirà la stagione siciliana dei congressi. Che culminerà con quello regionale, «finalmente un congresso vero». L’ultima tappa per zingarettizzare, finalmente, l’Isola.

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