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M5s, Luigi Di Maio sotto assedio: e c'è l'incognita del voto su Rousseau

Di Francesca Chiri

ROMA - Stretto nella morsa del Movimento, contornato dalla cerchia di un pugno di fedelissimi, Luigi Di Maio sente di essere sotto assedio. E reagisce. Non sono bastati gli attestati di vicinanza sollecitati ai parlamentari con batterie di post sui social. Oggi ha chiesto ai capigruppo di convocare una conferenza stampa in cui ribadire che il M5s non pensa alle poltrone, che il faro del Movimento restano i provvedimenti e le cose da fare per gli italiani. Concetti che si raccolgono tutti in una frase, detta dal fedelissimo capogruppo al Senato Stefano Patuanelli, di questo tenore: «chi tocca il nostro capo politico tocca ciascuno di noi. Questo deve essere molto chiaro: il M5S è un monolite».

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I 5 Stelle provano anche a sgomberare il campo dai sospetti, sempre più diffusi, che il capo politico si stia giocando la partita di governo pensando essenzialmente al suo futuro. «Questo tema del vicepremier non l’abbiamo tirato fuori noi, perché non abbiamo mai parlato, neanche con la controparte, di tutto questo» prova a chiarire l’altro capogruppo, Francesco D’Uva. Al Capo Politico bruciano le continue prese di distanza di Beppe Grillo: l’ultima, quella con cui il garante è tornato ad ammonire contro il rischio di «poltronofilia» e invocato per il governo la scelta di tecnici come ministri relegando i politici al ruolo di sottosegretari, è stata la più bruciante.

Ma è un campanello d’allarme che non suona solo per lui ma per tutto il gruppo degli eletti del Movimento. Se la base dei «nuovi» parlamentari entrati in questa legislatura scalpita per vedersi riconoscere un ruolo dopo che l’improvvisa crisi di governo ha stoppato il progetto di creazione del gruppo dei «facilitatori» (una sorta di segreteria politica), anche gli attuali componenti dell’esecutivo scalpitano.

Per lunedì Di Maio dovrebbe aver convocato la pattuglia di ministri e sottosegretari pentastellati a palazzo Chigi. Il timore di alcuni di loro è che con la scusa del governo di discontinuità, e considerato il ruolo che ha assunto Giuseppe Conte, il capo politico li possa abbandonare alla loro sorte. E’ un dubbio, un sospetto, che potrebbe essere suffragato nel caso in cui lo stesso Di Maio dovesse accordarsi per tenersi «solo» un ministero e la guida del Movimento. Oppure - è la speranza - c'è un piano già concordato con il premier su cui però vige il massimo riserbo.

Tra sospetti e veleni resta poi l’incognita Di Battista. L'oramai ex dioscuro di Di Maio, inviso da buona parte della base dei nuovi eletti, continua a stare di lato e, quando si fa sentire, a creare scompiglio nel M5s. Il quale, scosso per l'abbraccio con il Pd, è costretto ad interrogarsi seriamente sul ruolo di Rousseau.

La consultazione sul governo nascente sulla piattaforma M5s dovrebbe avvenire mercoledì, ma sono sempre di più i parlamentari che esprimono la loro perplessità sullo strumento. Si augurano che possa servire come elemento di pressione sul Pd ma non si capacitano del fatto che nel marasma di queste giornate ci fosse «qualcuno» preoccupato unicamente della tempistica della votazione. 

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