LA RIFORMA
Referendum sulla giustizia, la “mezza Italia digitale” che firma contro la separazione delle carriere
Tra SPID, CIE e tempi stretti: una mobilitazione lampo prova a forzare l’agenda del governo e a conquistare voce e spazi nella campagna per il voto
Il contatore avanza a scatti, poi riparte: nelle ore di punta segna migliaia di sottoscrizioni l’ora, come una piazza che si accende a ondate. Dalla sera di 22 dicembre 2025 sulla piattaforma del Ministero della Giustizia è attiva la raccolta di firme per il referendum confermativo della riforma costituzionale che introduce la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Oggi quel contatore sfiora le 250.000 adesioni: metà strada verso l’obiettivo delle 500.000 firme entro il 30 gennaio, soglia che darebbe al Comitato promotore status, diritti e soprattutto visibilità paritaria nella campagna referendaria. Un dettaglio tutt’altro che tecnico, mentre nell’esecutivo c’è chi ha ipotizzato di fissare il voto già a marzo, prima della scadenza del termine per le sottoscrizioni fissato dalla Costituzione. Un “blitz” frenato in extremis, tra dubbi giuridici e cautele istituzionali.
Di cosa parliamo quando parliamo di “separazione delle carriere”
La riforma – divenuta legge costituzionale dopo il via libera definitivo delle Camere nell’autunno 2025 – interviene su più articoli della Costituzione (tra cui gli artt. 102, 104, 105, 106, 107 e 110), separando in modo rigido i percorsi dei magistrati giudicanti e requirenti e istituendo due Consigli superiori distinti, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica. Il governo la presenta come un passo verso una giustizia “più equa e trasparente”; le opposizioni e larga parte della magistratura associata la considerano un arretramento delle garanzie dei cittadini e dell’autonomia della giurisdizione. Il confronto arriva al referendum perché nella seconda votazione parlamentare non sono stati raggiunti i due terzi dei componenti di ciascuna Camera: in questi casi l’articolo 138 prevede che, entro tre mesi dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (avvenuta il 30 ottobre 2025), il referendum possa essere chiesto da 500.000 elettori, da un quinto dei membri di una Camera o da cinque Consigli regionali. Alcuni gruppi parlamentari hanno già depositato la richiesta e l’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di cassazione l’ha ritenuta conforme, fissando il quesito sul testo della legge.
La spinta dal basso: perché 500mila firme contano
Sulla carta, il referendum si terrebbe comunque grazie alle richieste presentate dai parlamentari. Perché allora la corsa collettiva alle 500.000 sottoscrizioni popolari entro il 30 gennaio? Per almeno tre motivi pratici e politici:
- Riconoscimento del Comitato dei promotori come soggetto legittimato a rappresentare in giudizio gli interessi degli elettori e a interloquire formalmente con le istituzioni.
- Accesso a spazi televisivi e radiofonici regolati dalla par condicio, oltre ai rimborsi e alle tutele previste per i soggetti referendari.
- Contrastare l’ipotesi – ventilata durante l’ultimo Consiglio dei ministri del 2025 – di fissare le urne a marzo sfruttando le richieste già ammesse, senza attendere la finestra completa dei 90 giorni per la presentazione delle firme popolari. Un’ipotesi che non ha avuto esito, anche per perplessità emerse in sede istituzionale.
Il dato del momento: “quasi 250mila” e una scadenza che incombe
Secondo i dati rilanciati oggi, le sottoscrizioni sfiorano quota 250.000, ossia circa il 50% dell’obiettivo. Il traguardo è vicino, ma la scadenza è ravvicinata: restano tre settimane scarse per colmare il divario e depositare le sottoscrizioni. Il fattore tempo pesa anche sul calendario politico e sulla scelta della data del voto, che – in base alla legge – deve cadere tra i 50 e i 70 giorni successivi al decreto di indizione. In ambienti di governo si è ragionato su fine marzo; il fronte contrario chiede di rispettare la scansione piena dell’art. 138, attendendo la fine della finestra di raccolta prima di fissare la consultazione.
Come si firma: la cittadinanza digitale entra nel rito referendario
La novità non è solo politica, è anche tecnologica. Per la prima volta, una grande campagna referendaria nazionale corre su una piattaforma pubblica che consente la sottoscrizione via SPID, Carta d’Identità Elettronica (CIE) o Carta Nazionale dei Servizi (CNS). La piattaforma è stata attivata dopo l’adozione del DPCM che ne disciplina il funzionamento e l’interoperabilità con l’ANPR per la verifica dei requisiti degli elettori; ha ricevuto il parere del Garante per la protezione dei dati personali. In concreto, l’elettore accede al portale, seleziona l’iniziativa e appone una firma digitale che viene certificata e conteggiata in tempo reale. Il sistema ha già retto campagne complesse, con esiti alterni: la soglia delle 500.000 è stata raggiunta in poche occasioni, smentendo l’idea che la firma online renda “troppo facile” superare il quorum.
Chi è a favore, chi è contro: argomenti e poste in gioco
- Il fronte del Sì. A sostegno della riforma c’è il governo e in particolare una componente del centrodestra che da decenni indica la separazione delle carriere come misura-chiave per rafforzare la terzietà del giudice. L’Unione delle Camere Penali Italiane (UCPI) rivendica storicamente questa battaglia: per l’UCPI la separazione rende più chiaro il ruolo dell’accusa e rafforza la percezione d’imparzialità, anche sul piano dell’autogoverno con due CSM distinti.
- Il fronte del No. L’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) e larghi settori dell’accademia e dell’opposizione parlamentare sostengono che la riforma “addomestichi” la magistratura, indebolendo l’unità dell’ordine giudiziario e la capacità di controllo di legalità. La critica si concentra anche sulla nuova architettura dei CSM e sui meccanismi di selezione dei componenti laici e togati.
Nel mezzo, il Guardasigilli Carlo Nordio ha riconosciuto in passato che la separazione delle carriere non incide sull’efficienza dei tempi processuali, indicando invece come obiettivo la chiarezza dei ruoli e la percezione di imparzialità. Una posizione che ha alimentato il confronto pubblico sul rapporto tra riforme ordinamentali e performance del sistema.