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Lega, braccio di ferro tutto politico sulle spese militari: perché la “clausola di salvaguardia” riapre il fronte interno
Tra il pressing sugli aiuti a Kiev e la fronda del Carroccio che chiede più sicurezza nelle strade e meno soldati all’estero
Una formula tecnica diventa miccia politica: “richiesta di scostamento”. Nelle parole del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, è la condizione per attivare la cosiddetta clausola di salvaguardia sulle spese per la Difesa. Fuori, nella maggioranza, quella frase rimbomba. C’è chi applaude, chi frena, e chi – nella Lega – alza un muro: “Se si apre il portafoglio, che sia per la sicurezza interna, non per mandare militari al fronte”. La linea la scandisce il senatore Claudio Borghi. È il preludio a un’altra giornata di strappi, distinguo e malumori: lo stesso spartito che ha accompagnato il decreto Ucraina approvato a fine 2025, tra le assenze eccellenti di governo e le parole in contropiede del vicesegretario leghista Roberto Vannacci.
Cosa c’è nella “clausola di salvaguardia” per la Difesa
La clausola di salvaguardia è un meccanismo che consentirebbe di far crescere la spesa netta per difesa e sicurezza oltre il sentiero programmato, a condizione di un voto esplicito del Parlamento su uno scostamento di bilancio. Non è un tecnicismo neutro: traduce in atti la scelta politica di proteggere un capitolo di spesa (la Difesa) in un quadro fiscale più rigido. Lo ha chiarito Giorgetti in Senato: per attivarla serve una deliberazione parlamentare, “previo coinvolgimento” delle Camere. Nelle valutazioni circolate nella maggioranza, l’orizzonte finanziario evoca fino a circa 12 miliardi in tre anni. Ed è qui che la Lega s’inarca.
Per Borghi, lo scostamento “non ci piace”, ma soprattutto – se l’Unione europea consente flessibilità solo per la Difesa – la priorità dev’essere “forze dell’ordine nelle strade”, non “militari al fronte”. È un discrimine politico netto, che lascia intendere un voto non scontato quando la clausola approderà alle Camere.
Il decreto Ucraina che ha fatto da detonatore
Il governo ha chiuso il 2025 con il via libera al decreto che proroga al 31 dicembre 2026 l’autorizzazione a cedere all’Ucraina “mezzi, materiali ed equipaggiamenti” anche militari, previo atto di indirizzo parlamentare: un binario che l’Italia percorre dalla primavera 2022 e che nel 2025 ha visto l’undicesimo e il dodicesimo “pacchetto” di forniture (contenuti classificati). Al Consiglio dei ministri del 29 dicembre non passa inosservata l’assenza del vicepremier Matteo Salvini; in parallelo, le parole del ministro degli Esteri Antonio Tajani confermano la presenza degli “aiuti militari, civili e infrastrutturali”, mentre dalla Lega filtra una lettura più “difensiva” del testo. È il contesto in cui l’eurodeputato e vicesegretario Vannacci rompe gli indugi: “Spero che il Parlamento dica no”.
In concreto, la cornice giuridica è stata aggiornata con il decreto-legge n. 201/2025 (A.C. 2754) che estende al 2026 l’autorizzazione per le cessioni, con priorità a materiali logistici, sanitari, di protezione anti-aerea, anti-drone e cibernetica: è la continuità di un sistema avviato nel 2022 e rinnovato nel 2023 e 2024. Sul terreno politico, però, la proroga ha inciso come una lama sulle tensioni di coalizione.
Crosetto, la riforma dello strumento militare e lo scontro su “Strade Sicure”
Sul fronte interno, la linea del ministro della Difesa Guido Crosetto è esplicita: professionalizzare e rafforzare lo strumento militare, superando limiti considerati datati (dalla legge 244/2012, la cosiddetta “Di Paola”, alla quota di personale oggi ritenuta insufficiente). Nei suoi interventi del 4-5 novembre 2025 ha evocato l’esigenza di portare gli organici verso le 200 mila unità, ridisegnando ruoli e requisiti, e – soprattutto – di ridurre o chiudere l’operazione “Strade Sicure”, per riportare i militari alla loro missione primaria e potenziare invece le forze di polizia. Una tesi che ha sollevato reazioni dure anche nel centrodestra.
A rendere la partita più spinosa ci sono i numeri: “Strade Sicure” – avviata nel 2008 – impiega oggi oltre 6.600–7.000 militari in più di 1.000 siti sensibili, con un’ulteriore aliquota di 800 unità nelle “Stazioni Sicure”. La legge di bilancio 2025 ha prorogato fino al 2027 un contingente di 6.000 unità per “Strade Sicure” più 800 per le stazioni. Un dispositivo molto visibile nei territori, difeso da pezzi della Lega e da esponenti della maggioranza, che lo considerano un presidio apprezzato dall’opinione pubblica; al contrario, Crosetto lo ritiene un impiego non più coerente con il profilo di un esercito “efficiente e moderno”. È qui che l’asse Crosetto–Lega si incrina: per il Carroccio il ritiro dei soldati dalle città è un tabù, specie mentre si discute di più spese per la Difesa.
La parola che divide: “scostamento”
Nel lessico della politica economica italiana, lo scostamento di bilancio è un passaggio parlamentare che autorizza più deficit rispetto agli obiettivi programmati. Applicarlo alla Difesa significa accettare che una quota aggiuntiva di spesa – tutelata dalla “clausola” – sia finanziata fuori dal sentiero ordinario. È esattamente ciò che Giorgetti ha rimesso alle Camere, spiegando che la clausola è una “deroga” e come tale richiede un mandato del Parlamento; un’impostazione che, nella lettura della Lega, non implica automaticamente un via libera politico, né tantomeno una destinazione prioritaria alla proiezione esterna dello strumento militare. Di qui la rivendicazione di Borghi: se flessibilità dev’essere, “prima le strade, poi i fronti”.
Il contesto strategico: quanto spende l’Italia per la Difesa
La discussione italiana si inserisce in una tendenza europea di aumento dei bilanci militari. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB), usando la definizione NATO, la spesa italiana nel 2024 è stimata intorno all’1,5% del PIL (contro l’1,1% del 2014), con un profilo di spesa ancora sbilanciato sul personale e quote relativamente inferiori per investimenti in equipaggiamenti e R&S rispetto alla media degli Alleati UE. Il quadro aiuta a capire perché Crosetto insista su “efficienza, requisiti e professionalizzazione”: non solo più risorse, ma migliore composizione della spesa.
Nondimeno, il dossier Ucraina resta politicamente sensibile. Con il dl 201/2025 il governo ha prorogato fino al 31 dicembre 2026 l’autorizzazione alle cessioni, e nel 2025 ha licenziato l’undicesimo e il dodicesimo pacchetto di aiuti (classificati). È una continuità che la Lega ha digerito con fatica, marcando distanza semantica (“priorità a strumenti difensivi, logistici e sanitari”) rispetto alla definizione netta degli “aiuti militari” ribadita da Tajani.
Vannacci, il controcanto interno al Carroccio
Nella dinamica leghista la voce di Roberto Vannacci pesa: dal maggio 2025 vicesegretario del partito, eurodeputato, interlocutore di un elettorato identitario e “muscolare” sulla sicurezza. Sul decreto Ucraina ha scelto la rotta di collisione: “Spero che il Parlamento dica no”. Dichiarazioni che hanno irritato non poco pezzi della maggioranza, incluso lo stesso Giorgetti, pronto a ricordare che la linea la dà il segretario Salvini. È lo scarto tra due sensibilità: quella governista, che non intende incrinare l’affidabilità atlantica dell’Italia, e quella più scettica sulla prosecuzione di “una guerra persa”, come l’ha definita lo stesso Vannacci.