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il caso

Referendum sulla giustizia, il bivio di marzo: perché il 22 (e il 29) sono le date-chiave

Il governo accelera verso la consultazione confermativa: il dossier è sul tavolo del Consiglio dei ministri, mentre Forza Italia arma la macchina del “Sì” con una campagna capillare e budget dedicato. Ma il calendario è ingabbiato dall’articolo 15 della legge 352/1970 e c’è già chi minaccia ricorsi

Redazione La Sicilia

09 Gennaio 2026, 11:16

Referendum sulla giustizia, il bivio di marzo: perché il 22 (e il 29) sono le date-chiave

Il governo misura i millimetri del calendario più rigido che la politica italiana conosca: quello dei referendum costituzionali. In gioco non c’è solo una data, ma la cornice di legittimazione della riforma più identitaria della legislatura: la separazione delle carriere e la nascita dei due Csm, con l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare. Le lancette corrono verso la riunione di lunedì del Consiglio dei ministri quando potrebbe arrivare il via libera alla data. Sul tavolo, l’ipotesi più quotata è domenica 22 marzo (insieme o alternata a un secondo giorno, lunedì 23), ma resta in pista anche domenica 29 marzo: uno scarto di sette giorni che, nel linguaggio dei comitati, vale settimane di messaggi, migliaia di chilometri di pullman e una manciata di punti nei sondaggi.

Cosa dicono le regole: il “metronomo” dell’articolo 15

La cornice giuridica non lascia molto spazio alla fantasia. L’articolo 15 della legge n. 352/1970 — la “Costituzione procedurale” dei referendum — stabilisce che: il referendum è indetto con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Cdm; la convocazione deve cadere in una domenica compresa tra il 50° e il 70° giorno successivo al decreto di indizione.

Nel caso in esame, la comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum della Corte di cassazione è intervenuta il 18 novembre 2025: da qui discende l’obbligo politico-amministrativo di decidere entro il 17 gennaio 2026 e la finestra tecnica che avvicina naturalmente la consultazione alla fine di marzo. È il “metronomo” che scandisce la contesa politica odierna e spiega perché il 22 marzo si sia imposto come data di compromesso tra chi voleva il 1° marzo e chi spingeva per un rinvio ad aprile.

Non è tutto. Un approfondimento del Servizio Studi parlamentare ricorda che, per i referendum costituzionali, l’unico vincolo temporale inderogabile è proprio il rapporto tra decreto e giornata di voto (50–70 giorni), mentre il resto del procedimento si muove tra termini massimi e tempi tecnici. Tradotto: la politica può accelerare entro i binari di legge, ma non comprimere gli spazi che la stessa legge riserva alle altre iniziative referendarie in corso.

Le incognite extra-calendario: il ricorso del comitato “civico” e lo scontro sulla data

Nell’ultima settimana è emersa una variabile capace di trasformare un dettaglio di agenda in una contesa giuridica. Un comitato di 15 cittadini, coordinato dal giurista Carlo Guglielmi, sta raccogliendo firme per presentare una nuova, autonoma richiesta referendaria sulla stessa riforma e rivendica il diritto di farlo fino al 30 gennaio 2026 (soglia legale per la raccolta). La diffida è già pronta: se il governo fissasse la data prima che la Cassazione abbia potuto verificare le sottoscrizioni, scatterebbero i ricorsi. Gli argomenti? Il rispetto della sequenza prevista dall’articolo 138 della Costituzione e dalla legge 352/1970 e l’esigenza di non “svuotare” di senso una raccolta firme in corso.

Sul fronte politico, le opposizioni — dal Partito democratico al Movimento 5 Stelle fino a Alleanza Verdi e Sinistra — invitano a evitare “forzature” sulla data; nel frattempo preparano il debutto della campagna per il No, con un evento unitario a Roma e il sostegno di associazioni della società civile. Sul versante delle toghe, l’Anm e i comitati contrari hanno già acceso la miccia con una campagna di affissioni “6x3” nelle stazioni, contestata dai fronti favorevoli alla riforma. Il clima, insomma, è da vigilia vera.

Che cosa si vota davvero: separazione delle carriere, due Csm e Alta Corte

Il quesito referendario — ammesso dall’Ufficio centrale della Cassazione con ordinanza del 18 novembre 2025 — chiede agli elettori se approvare la legge costituzionale recante “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”. I cardini sono tre: la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente; la nascita di due Consigli superiori della magistratura (uno per i giudici, uno per i pm), entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica e composti per sorteggio in misura significativa; l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare per le sanzioni ai magistrati, con composizione mista e mandato quadriennale non rinnovabile.

Sono i pilastri della cosiddetta “riforma Nordio”, sostenuta dalla maggioranza e avversata da gran parte dell’associazionismo giudiziario. Il cuore del confronto — politico e culturale — è qui: equilibrio dei poteri, indipendenza interna ed esterna della magistratura, garanzie per l’accusa e per la difesa, e ruolo del Parlamento nella formazione degli elenchi da cui si attinge per il sorteggio.

Due giorni di voto? Le opzioni sul tavolo

Un tassello operativo è stato anticipato nelle settimane scorse: la possibilità che il referendum si tenga in due giorni (domenica e lunedì), scelta che l’esecutivo avrebbe già predisposto con un decreto-quadro sulle consultazioni del 2026. Il ragionamento è semplice: due giorni di apertura dei seggi facilitano la partecipazione, specie in caso di condizioni meteo avverse o bacini elettorali difficili. La decisione sulla data — e su un eventuale secondo giorno — spetta però al decreto di indizione, che il Quirinale firma su proposta del Cdm.

Perché il 22 marzo “pesa” più del 29

Nella dinamica di una campagna referendaria, sette giorni possono cambiare molto. Il 22 marzo offre alla maggioranza l’effetto “spinta” del voto a ridosso della fine dell’inverno, con la comunicazione ancora concentrata sull’architrave della riforma; il 29 marzo regala a chi fa campagna un’ulteriore settimana per spiegare il merito (e per rimontare eventuali gap tra e No emersi nei sondaggi). In controluce ci sono anche variabili tecniche: la tempistica di produzione delle schede per gli italiani all’estero, l’allineamento con altri possibili appuntamenti amministrativi, e la partita — tutta politica — sul tono della mobilitazione civile. A fare la differenza, a questo punto, è la prudenza istituzionale: l’indicazione alla cautela del Quirinale (citata da fonti di stampa) pesa quanto il desiderio della maggioranza di “capitalizzare” presto.

La macchina del “Sì”: il cantiere azzurro

Sul fronte della campagna, Forza Italia gioca d’anticipo. Il coordinamento nazionale guidato dal vicepresidente della Camera Giorgio Mulè ha convocato riunioni operative con i referenti territoriali e sta preparando una strategia “a imbuto”: presenza diffusa nelle province nelle prime settimane, per poi concentrare la “potenza di fuoco” negli ultimi 20 giorni su grandi piazze e media. Gli azzurri stanno definendo un calendario di iniziative che, tra fine gennaio e febbraio, prevede un evento a Roma e tappe a Milano e Napoli per ricordare la discesa in campo di Silvio Berlusconi, mobilitando l’elettorato storico e i mondi professionali più sensibili al tema della giustizia. In parallelo, è in fase di definizione l’apertura della sede del comitato unitario per il Sì del centrodestra, con la regia — fra gli altri — dell’ex giudice costituzionale Nicolò Zanon e Alessandro Sallusti come portavoce.

Stando a ricostruzioni interne circolate negli ambienti azzurri e rilanciate dalla stampa economica, Forza Italia valuterebbe per la prima fase un budget nell’ordine di mezzo milione di euro, destinato a coprire spese di organizzazione territoriale, comunicazione digitale, materiali per i comitati cittadini e logistica degli eventi nazionali. L’obiettivo dichiarato è una campagna “capillare” del , fondata su una rete di comitati locali e su “almeno una cinquantina” di tappe territoriali tra regioni e grandi città, con un’attenzione particolare all’elettorato moderato e ai professionisti del diritto. [Fonte: ricostruzioni stampa economica; si veda Il Sole 24 Ore, articolo indicato dal lettore]

Le carte del “No”: il fronte largo e le toghe critiche

Dall’altra parte, il “campo largo” ha fissato il kickoff della campagna del No con un appuntamento unitario a Roma, sabato 10 gennaio 2026, al Centro Congressi Frentani, con la partecipazione della segretaria Elly Schlein, dell’ex premier Giuseppe Conte e dei leader di Avs, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni; interverrà anche il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini. Sul versante associativo, il comitato “Società civile per il No” mette insieme sigle storiche dell’impegno civico (tra cui Anpi, Acli, Arci, Libera, Legambiente). Sulle banchine delle stazioni, intanto, campeggiano i maxi-poster del comitato “Giusto dire No”, che attaccano il cuore della riforma e hanno già innescato la replica dei comitati favorevoli.