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Il retroscena

La linea dura di FdI sui big imputati. E così per Schifani il rimpasto slitta

Nuovo input meloniano da Roma: «Niente barricate per chi va a processo» Ipotesi di dimissioni per Amata, ma il principio potrebbe valere anche per Galvagno

Mario Barresi

13 Gennaio 2026, 08:44

09:41

La linea dura di FdI sui big imputati. E così per Schifani il rimpasto slitta

«Da ragazzo - confessa Renato Schifani - i miei amici mi chiamavano “freno a mano”, per la capacità di riflettere e di ponderare ogni scelta”.

Ma stavolta la sana indole da temporeggiatore, non gli servirà più di tanto. Perché a tirare il freno a mano, sul rimpasto della giunta regionale stavolta non è il governatore (che anzi ammette di voler coprire i due posti degli ex assessori cuffariani «al più presto possibile»), ma gli alleati. A partire dagli azionisti forti del suo governo: Fratelli d’Italia.

Dai vertici nazionali del partito di Giorgia Meloni, infatti, arriva un input preciso: «Sulla Sicilia bisogna aspettare un altro po’».

Almeno fino a fine mese, come notificato dal commissario regionale di FdI, Luca Sbardella, a Palazzo d’Orléans. Ma perché i meloniani, dapprima pronti a fornire i propri nomi per il turnover, adesso chiedono di far slittare l’operazione? La risposta sta tutta in una strategia ben precisa - e tutt’altro che scontata - emersa di recente in Via della Scrofa: sulla questione morale in Sicilia «non dobbiamo alzare barricate per nessuno», è la brusca sintesi del punto di partenza.

Dal quale dipendono alcune conseguenze sui big regionali coinvolti in inchieste giudiziarie. La prima: chi viene rinviato a giudizio (soprattutto se per ipotesi di corruzione) «deve farsi da parte», lasciando la carica istituzionale ricoperta. Con una specie di “congelamento”, in attesa degli sviluppi dell’eventuale processo, dello status all’interno del partito.

«Siamo la prima forza del Paese e dobbiamo dare l’esempio a tutti, senza ombre su chi amministra la cosa pubblica», è la linea generale condivisa dalla leader Meloni. Con un’aggravante al di sotto dello Stretto: FdI vuole tenersi a debita distanza dal verminaio siciliano, a maggior ragione ora che s’è aperta la campagna per il referendum sulla Giustizia.

Un ragionamento che parte da inchieste locali, ma con precise refluenze sul quadro nazionale. Per questo motivo, dopo lunga resistenza, si sono dovuti arrendere i due principali sostenitori, per convergenze parallele, della linea garantista: Ignazio La Russa e Francesco Lollobrigida.

La prima applicazione di questo principio potrebbe arrivare a breve, con l’assessora regionale Elvira Amata, difesa a spada tratta dal ministro dell’Agricoltura. Oggi a Palermo si apre l’udienza preliminare del processo a carico della titolare del Turismo. I “bookmaker” del tribunale quotano un rinvio a giudizio in tempi alquanto rapidi.

Questo diventerebbe il primo tassello di un effetto-domino: Amata pronta a lasciare il suo posto in giunta. E nel partito, tanto a Roma quanto a Palermo, è già stato metabolizzato il sistema (in apparenza cervellotico, ma di fatto molto efficace) di sostituzione dell’assessora, che comunque resterebbe deputata regionale: al suo posto arriverà la senatrice Ella Bucalo, che a sua volta lascerà lo scranno a Palazzo Madama al primo dei non eletti della circoscrizione. Ovvero: Francesco Scarpinato, altro assessore della giunta di Schifani, che ai suoi amici confida di non vedere l’ora di volare a Roma.

A quel punto si libererebbe una seconda casella meloniana nel governo regionale. «Non sarà una seconda donna», è l’indizio fornito da Sbardella agli alleati, sgomberando indirettamente il campo all’ipotesi di Brigida Alaimo. L’assessora palermitana, molto stimata dalla deputata Carolina Varchi, sarebbe la soluzione per il dopo Amata solo se non si concretizzasse il “piano Bucalo”.

Per il posto di Scarpinato, dunque, sono in ballo almeno due uomini. Quello più di peso è Giorgio Assenza, che lascerebbe il ruolo di capogruppo all’Ars per fare finalmente l’assessore. Ma non è detto che il deputato ibleo non finisca invece sullo scranno più alto di Sala d’Ercole.

E qui la stretta “legalitaria” di FdI arriva alle estreme conseguenze. «Quello che vale per Elvira, vale per tutti», è lo spiffero che arriva da Roma. E dunque nemmeno Gaetano Galvagno è al riparo. Il suo più illustre compaesano, da Palazzo Madama, proverà a difenderlo fino alla fine, con la tesi ripetuta a più interlocutori: «Gaetano deve rispondere di una sciocchezza, cinquemila euro di peculato», dando per scontato che nel rito immediato decadranno i capi di corruzione pur non legati a “utilità” personali.

Se così non fosse, però, anche per Galvagno si aprirebbe l’ipotesi del passo indietro. Con Assenza, che all’Ars gode di stima trasversale, pronto a prendere il suo posto. E a quel punto il secondo nome meloniano potrebbe essere Massimiliano Giammusso, sindaco di Gravina legatissimo al senatore Salvo Pogliese, primo dei non eletti alle Europee già destinatario di un contentino con la nomina al Parco dell’Etna.

Ecco perché FdI ha chiesto a Schifani «il tempo necessario». Fine gennaio, al più primi di febbraio. Il governatore glielo concederà volentieri. Anche perché nel frattempo deve far quadrare i conti in casa sua. Anche in Forza Italia, che da venerdì aspetta Antonio Tajani nell’Isola per le “consultazioni” sui mal di pancia locali, il tema del rimpasto è caldo.

Ma questa è un’altra storia ancora. In cui tornerà utile la propensione giovanile di Renato detto «freno a mano».