verso il voto
Ungheria, il giorno del giudizio per Orbán, elezioni fissate al 12 aprile 2026: perché il voto a Budapest è importante per l'Ue
Il capo dello Stato Tamás Sulyok sceglie la data e richiama gli elettori alle urne. I sondaggi accreditano Tisza di Péter Magyar in vantaggio su Fidesz: un test che può ridisegnare Budapest e il suo rapporto con l’Europa
Il nuovo presidente ungherese, Tamás Sulyok ha fissato per il 12 aprile 2026 le elezioni in Ungheria. Nessun proclama, solo un invito a “esercitare il diritto di voto”. Ma dietro quella data cruciale si addensa il confronto politico più incerto degli ultimi 16 anni, l’unico che minaccia davvero l’egemonia del premier Viktor Orbán e del suo partito Fidesz–KDNP. In testa nei sondaggi non c’è il blocco di governo, bensì la novità che ha rovesciato gli equilibri: Tisza, il movimento guidato dall’ex insider diventato antagonista, Péter Magyar. Secondo gli aggregati citati da POLITICO, Tisza sfiora il 49%, con Fidesz fermo attorno al 37%: una fotografia dinamica, ma sufficiente a trasformare il voto in un referendum sulla tenuta del “modello ungherese” e sull’allineamento europeo del Paese. L’annuncio ufficiale della data è arrivato il 13 gennaio 2026 dal capo dello Stato, che ha anche esortato i cittadini alla partecipazione.
Un richiamo al voto e uno scenario inedito
Il presidente Sulyok, giurista ed ex presidente della Corte Costituzionale, è arrivato alla massima carica nel marzo 2024, dopo le dimissioni di Katalin Novák a seguito di un controverso caso di grazia. Con il suo messaggio ha ribadito un principio di base: la centralità del voto libero in democrazia. Il contesto, però, è tutto fuorché ordinario: i sondaggi più recenti segnalano un distacco a favore di Tisza e un governo uscente in affanno, mentre sullo sfondo pesano i conti aperti con Bruxelles sui fondi UE congelati e lo stato di salute dell’economia.
Chi sfida Orbán: l’ascesa di Péter Magyar
In meno di due anni sulla scena nazionale, Péter Magyar ha trasformato Tisza da lista emergente in primo competitor del blocco di potere fondato su Fidesz. Quarantaquattro anni, avvocato, un passato nei dintorni del sistema orbaniano e poi la rottura, Magyar ha costruito la propria crescita con un lavoro capillare nei territori rurali, intercettando costo della vita, servizi sociali in affanno e domanda di legalità. Il suo messaggio: combattere la corruzione, riallacciare i rapporti con l’Unione europea e sbloccare i finanziamenti congelati per rimettere in moto investimenti e crescita. Nel 2024 alle europee ha già sorpreso, portando Tisza al 29,6% e ottenendo 7 seggi a Strasburgo, mentre Fidesz scendeva sotto il 45%.
Orbán, il leader più longevo dell’UE alla prova più difficile
Al potere ininterrottamente dal 2010, già premier tra il 1998 e il 2002, Viktor Orbán affronta la campagna più complessa della sua carriera. Il suo racconto oppone la “sicurezza” ungherese alle “ingerenze di Bruxelles”, respinge l’idea di un coinvolgimento diretto nella guerra in Ucraina e insiste sulle parole d’ordine di sempre: sovranità, controllo dei confini, pace. Ma le spine sono molte: inflazione post-2022, salari reali compressi, crescita intermittente, e la disputa con le istituzioni comunitarie su stato di diritto e fondi. Non a caso il governo punta su una campagna identitaria, mentre l’opposizione insiste sul portafoglio delle famiglie e sulla qualità dei servizi.
Un vantaggio reale ma contendibile
L’aggregato di POLITICO accreditava nelle ultime settimane Tisza intorno al 49% e Fidesz al 37%. La tendenza, fotografata anche da rilevazioni indipendenti durante il 2025, mostra un’opposizione competitiva e spesso in testa, pur con oscillazioni e differenze metodologiche fra istituti. Reuters e AP, all’indomani dell’annuncio della data del voto, riportano un quadro simile: Tisza avanti o comunque in un testa a testa favorevole tra gli elettori decisi; Fidesz sotto pressione nei grandi centri urbani. Va ricordato che negli ultimi mesi non sono mancati dibattiti sull’uso e l’esclusione di alcuni sondaggi nei compilation internazionali, un monito a leggere gli aggregati con prudenza e attenzione alla metodologia. Ma il segnale politico resta: il fronte governativo non è più dominante come nel 2022.
Il campo di gioco: regole, collegi e soglie
Per capire l’inerzia del voto ungherese bisogna guardare alla legge elettorale. L’Assemblea nazionale conta 199 seggi: 106 vengono assegnati in collegi uninominali con sistema first-past-the-post, mentre 93 derivano da una lista nazionale con riparto in proporzionale e meccanismi compensativi. La soglia di sbarramento è al 5% per i singoli partiti, al 10% per coalizioni di due e al 15% per quelle di tre o più. Si vota in un solo turno; il disegno dei collegi, rivisto nel 2014, ha accresciuto il peso della componente maggioritaria e resta oggetto di critiche da parte degli osservatori internazionali. Questo assetto premia chi domina i collegi, spesso decisivi per trasformare un vantaggio nei voti in una maggioranza solida in Parlamento.
Economia, caro-vita e fondi UE: il nervo scoperto
La leva più potente dell’opposizione è l’economia reale. L’inflazione post-2022 ha spinto in alto i prezzi, mentre i fondi europei – vitali per investimenti e coesione – sono rimasti in parte congelati per divergenze su stato di diritto e indipendenza della magistratura. A dicembre 2023 la Commissione europea ha sbloccato circa 10,2 miliardi di euro di fondi di coesione legati a riforme giudiziarie, mossa che ha innescato un duro braccio di ferro politico con il Parlamento europeo e successivi ricorsi. A metà 2025, tuttavia, Bruxelles segnalava che circa 18 miliardi di euro restavano bloccati per mancati progressi su altre riforme, dal contrasto alla corruzione all’indipendenza dei media. Per Magyar è la prova che un cambio di rotta può riportare risorse in patria; per Orbán è un’ingerenza politica che penalizza i cittadini.
Geopolitica e messaggi incrociati
La campagna si gioca anche sul terreno geopolitico. Orbán continua a presentarsi come garante della neutralità ungherese rispetto alla guerra in Ucraina, opponendosi a ulteriori coinvolgimenti e mantenendo un tono critico verso Bruxelles. L’opposizione ribatte con la promessa di riallineare il Paese alle posizioni europee, senza avventure ma con una politica estera più prevedibile e meno conflittuale. In questo quadro, non sono mancati endorsement e messaggi internazionali che hanno acceso i riflettori su Budapest: un segnale di quanto l’esito del voto ungherese interessi alle grandi capitali.
Le promesse in campo
L’agenda di Tisza: anticorruzione, riforma dello stato di diritto, sblocco dei fondi UE, rilancio di sanità e istruzione, taglio degli sprechi e certezza regolatoria per attrarre investimenti. L’obiettivo è ridurre il costo del debito, favorire la competitività e smussare gli squilibri territoriali, raggiungendo anche l’elettorato rurale storicamente vicino a Fidesz.
La piattaforma di Fidesz–KDNP: sicurezza, stabilità, politiche familiari, tassazione invariata e difesa dei settori strategici nazionali. Il messaggio insiste sul binomio “pace e sovranità”, rifiutando ulteriori cessioni di competenze all’UE e alimentando l’idea che un governo diverso riaprirebbe la stagione dell’austerità.
Oltre i numeri: come il sistema può trasformare i voti in seggi
Con 106 collegi uninominali, il sistema ungherese premia chi sa organizzare consenso capillare e candidati forti sul territorio. Nel 2022 Fidesz ha convertito un vantaggio nazionale in una maggioranza schiacciante grazie alla supremazia nei collegi. Se Tisza manterrà un vantaggio nazionale, il banco di prova sarà replicare – o ribaltare – quella performance dove si decide tutto: nelle sfide testa a testa fra candidati. La soglia del 5% (e le soglie più alte per le coalizioni) renderà poi cruciale la geografia dei “terzi”. Un’opposizione più frammentata oltre Tisza può aiutare Fidesz nei collegi; viceversa, una polarizzazione secca potrebbe amplificare il vantaggio dell’opposizione nella traduzione in seggi.