il dibattito
«Ogni missile intercettato è una vita salvata»: Crosetto sfida l’Aula e difende gli aiuti a Kiev. La Lega si spacca, Montecitorio approva
Nella giornata segnata dalle assenze del Carroccio e da un voto spaccato tra maggioranza e opposizioni, il ministro della Difesa rivendica la linea italiana sull’Ucraina e ottiene il via libera a una risoluzione che impegna il governo a proseguire il sostegno, puntando su difesa dei civili e aiuti civili. Ma due leghisti votano contro, e il partito mostra crepe evidenti.
I banchi del gruppo della Lega sono semivuoti, mentre sui banchi del governo siedono fianco a fianco Antonio Tajani, Carlo Nordio, Luca Ciriani e Tommaso Foti. È l’immagine che introduce l’intervento di Guido Crosetto alla Camera dei deputati nella mattina di giovedì 15 gennaio 2026, quando il ministro della Difesa, con voce ferma, scandisce una frase che entrerà nel lessico politico di questa legislatura: «C’è chi si vergogna di aiutare Kiev, io ne sono fiero». Poi il colpo d’ala retorico che accende l’Aula: «Ogni missile intercettato è una vita salvata». Poche ore dopo, Montecitorio approva la risoluzione della maggioranza con 186 voti favorevoli, 49 contrari e 81 astenuti, certificando la continuità del sostegno all’Ucraina e, insieme, una tensione palpabile tra gli alleati di governo. Due deputati leghisti — Rossano Sasso ed Edoardo Ziello — votano contro. A loro si aggiunge l’ex FdI Emanuele Pozzolo.
L’intervento: armi come “strumenti di difesa”, il senso politico della scelta
Nel suo passaggio a Montecitorio, Crosetto contiene gli slogan e punta sui contenuti. Sostiene che un’arma «non è cattiva in sé, lo diventa a seconda dell’uso», e rivendica la scelta italiana di fornire mezzi all’Ucraina per «impedire che altre armi cadano su ospedali, centrali elettriche, palazzi». Per il ministro, fermare ora il sostegno significherebbe «rinunciare a una pace giusta prima ancora di costruirla». Un ragionamento che intreccia il piano strategico e quello umanitario: aiutare Kiev non prolunga la guerra, argomenta, ma evita di consegnare l’Europa a una «pace apparente, fragile, costruita sull’ingiustizia». È una linea che l’esecutivo rivendica da febbraio 2022, quando la Russia di Vladimir Putin ha lanciato l’invasione su larga scala, e che oggi viene aggiornata alla fase del conflitto che vede attacchi missilistici e con droni quasi quotidiani contro infrastrutture civili ucraine.
Nell’Aula, il ministro richiama inoltre la cornice istituzionale: l’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari è stata prorogata con i decreti che, di anno in anno, hanno chiesto il passaggio parlamentare e un atto di indirizzo delle Camere. L’ultimo scatto in avanti è arrivato con il decreto-legge del 2025, ora aggiornato per estendere la cornice fino al 31 dicembre 2026. Al centro, la priorità per sistemi difensivi, logistici, sanitari, strumenti «ad uso civile» e capacità di protezione dagli attacchi aerei, missilistici, con droni e sul piano cibernetico. Il contenuto dei pacchetti resta classificato, come sempre: una misura che il governo rivendica per ragioni di sicurezza operativa.
Il voto: numeri, geometrie variabili e l’ambiguità calcolata del dispositivo
La giornata si chiude con un via libera politicamente pesante. La risoluzione della maggioranza — trainata da Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega — passa con 186 sì, 49 no e 81 astenuti. Il dispositivo impegna il governo a «continuare a sostenere l’Ucraina» in coordinamento con Nato, Unione europea, G7 e partner internazionali, con l’obiettivo esplicito di «difendere la popolazione, le infrastrutture critiche e, in prospettiva, la sicurezza complessiva del continente europeo». Un dettaglio non secondario mostra la finezza (e l’equilibrismo) politico della giornata: la parola “militari” compare nelle premesse della risoluzione, ma non negli impegni vincolanti, che insistono invece su «aiuti di carattere civile» e sulla difesa dei civili. Una modulazione lessicale che consente alla maggioranza di compattarsi formalmente, pur senza sciogliere del tutto i nodi interni.
Accanto al testo della maggioranza, l’Aula approva parti delle risoluzioni presentate da Più Europa, Azione e Italia Viva, nonché alcuni capoversi del documento del Partito Democratico; bocciati invece i testi di Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra. È la fotografia di un’opposizione divisa — tra chi spinge per limitare o fermare il supporto militare e chi preferisce differenziare ma senza mettere in discussione la postura euroatlantica — e di una maggioranza costretta a misurarsi con malumori che non sono più sotterranei.
La crepa nel Carroccio: assenze, distinguo e due “no”
Il punto politico della giornata è tutto nella postura della Lega. Le assenze in Aula sono evidenti: «solo una ventina» i deputati presenti durante le comunicazioni del ministro, stando ai resoconti dal Transatlantico. Sul voto finale, i 49 contrari annoverano anche i due nomi leghisti Edoardo Ziello e Rossano Sasso (quest’ultimo sottosegretario all’Istruzione), mentre l’ex FdI Emanuele Pozzolo conferma il proprio dissenso. È il segnale di una tensione che attraversa il partito di Matteo Salvini, da tempo impegnato a conciliare l’identità tradizionalmente più filo-dialogo con Mosca — retaggio di una stagione politica precedente — con la disciplina di governo e gli impegni internazionali dell’Italia.
In Aula, però, arriva anche il tentativo di ridurre le polemiche: il deputato leghista Stefano Candiani assicura che il partito «ha sempre dato supporto e continuerà a farlo», rivendicando «elementi di garanzia» nella risoluzione. Una linea di contenimento che prova a chiudere la falla, senza negare l’esistenza di sensibilità diverse. L’assenza dei ministri leghisti sui banchi del governo accentua comunque la percezione di una distanza, almeno simbolica, dalla regia politica della giornata.
Crosetto al contrattacco: “scelta non bellicista”, la critica a chi “si è dimenticato” l’origine dei decreti
Il ministro della Difesa porta in Aula non soltanto argomenti strategici, ma anche una memoria politica: «Il decreto Ucraina — ricorda — nacque con un altro governo, con un’altra maggioranza, con altri partiti». Il riferimento è chiaro e mira a una parte dell’opposizione che oggi accusa l’esecutivo di bellicismo: la “scelta” di autorizzare la cessione di mezzi a Kiev, insiste Crosetto, è stata compiuta «allora» da forze che oggi lo attaccano. È una freccia rivolta al “campo largo”, dove Pd, M5S e Avs si muovono su traiettorie diverse: i dem si astengono sulla risoluzione di maggioranza e su alcuni testi delle altre opposizioni, salvo votare contro i passaggi che chiedono lo stop agli aiuti militari; i 5 Stelle appoggiano Avs e respingono i capoversi che prevedono «tutte le forme di assistenza necessarie»; Avs ricambia il sostegno ai pentastellati e boccia i documenti più favorevoli al proseguimento del supporto.
Proroga fino al 31 dicembre 2026 e priorità difensive
Sullo sfondo c’è il percorso normativo che, dal 2022 a oggi, ha autorizzato e poi rinnovato — sempre «previo atto di indirizzo delle Camere» — la cessione dei materiali a Kiev. Dopo la conversione in legge del decreto di fine 2024, nel 2025 è arrivato un ulteriore passaggio che, nella sostanza, fissa l’orizzonte al 31 dicembre 2026. Le schede tecniche della Camera dei deputati precisano che la proroga non comporta «nuovi o maggiori oneri» per la finanza pubblica, trattandosi di materiali già nella disponibilità del Ministero della Difesa; e che la lista dei mezzi inclusi nei “pacchetti” — nel 2025 sono stati pubblicati l’undicesimo e il dodicesimo — resta classificata. La priorità, si legge nei documenti parlamentari, va a sistemi ad «uso civile» e di protezione contro attacchi aerei e cibernetici, oltre a forniture logistiche e sanitarie. È la traduzione normativa del concetto che Crosetto porta in Aula: sostenere la difesa della popolazione e la resilienza del Paese aggredito.
Il nodo umanitario e la guerra “senza tregua”
Nella parte più drammatica del suo intervento, Crosetto evoca il bilancio umano del conflitto e l’assenza di vere tregue: «Mosca non si è fermata nemmeno per un giorno», osserva, sottolineando come la Russia abbia intensificato gli attacchi alle infrastrutture ucraine. Il ministro cita percentuali altissime di colpi diretti contro obiettivi civili e richiama cifre di vittime che, nella loro entità, richiamano per dimensioni i conflitti del secolo scorso. Alcuni di questi dati non sono verificabili in modo indipendente e risentono del contesto informativo di una guerra ad alta intensità: nel raccontarli, il ministro li propone come misura della tragedia, più che come bollettino statistico. Resta il punto politico: per l’Italia, la protezione dei civili è l’asse della strategia, insieme alla ricerca di una pace giusta che non coincida con il congelamento di linee del fronte e di occupazioni imposte con la forza.
Un applauso, numeri sul tabellone e una questione aperta
Quando il tabellone elettronico restituisce il risultato — 186 favorevoli, 49 contrari, 81 astenuti — l’Aula rumoreggia. Dai banchi del governo parte un applauso che suona come un sospiro di sollievo e una dichiarazione d’intenti. Ma la questione politica resta aperta: come si comporrà, nei prossimi mesi, la dialettica interna alla maggioranza? E come evolverà l’atteggiamento del Carroccio su un dossier che, più di altri, mette a nudo differenze culturali e calcoli elettorali?
Intanto, la bussola di Crosetto è tracciata. Nella sua informativa c’è un passaggio che tiene insieme tattica e strategia: «Se avessi potuto dare all’Ucraina più mezzi per impedire a quelle bombe di cadere, lo avrei fatto». Non è un annuncio, ma una dichiarazione di responsabilità politica. In un Parlamento che si muove per sottili aggiustamenti lessicali, la sostanza — difesa dei civili, coordinamento con gli alleati, continuità degli impegni — si impone con la forza dei fatti. E con la nettezza di una frase destinata a restare: «C’è chi si vergogna di aiutare Kiev, io ne sono fiero».