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lega spaccata

Montecitorio, la protesta in miniatura del Team Vannacci: nove persone in piazza e uno striscione sui "cessi d'oro"

Un flash mob minuscolo ma rumoroso riapre le fratture sulla linea italiana per Kiev, tra la Camera che approva la risoluzione di maggioranza e la Lega divisa

Redazione La Sicilia

15 Gennaio 2026, 18:14

Montecitorio, la protesta in miniatura del Team Vannacci: nove persone e uno striscione accendono un caso politico

Una piazza enorme, un obelisco che incombe, e davanti — quasi persi nello spazio — appena nove manifestanti. Eppure, nel primo pomeriggio di giovedì 15 gennaio 2026, quel piccolo drappello del Mac (Mondo al Contrario – Team Vannacci) riesce a far parlare di sé: “Basta finanziamenti a Kiev per le armi. Le risorse per i cittadini italiani”, recita lo striscione srotolato a piazza Montecitorio, mentre in Aula il ministro della Difesa Guido Crosetto illustra la linea del governo sugli aiuti a Kiev. Attorno, quasi più telecamere che persone. Ma il gesto, volutamente minimale, si innesta nel cuore di una giornata ad alta tensione politica, tra le comunicazioni del governo, il voto sulla risoluzione di maggioranza e i mal di pancia nella Lega.

Un flash mob al millimetro: chi c’era e cosa ha detto

Scena essenziale: pochi attivisti, striscione, slogan. A guidare il presidio c’è Marco Pomarici, volto del Team Vannacci romano (“Roma Caput Mundi”), che scandisce una posizione che il gruppo definisce di “piena coerenza” con la linea del generale: stop al finanziamento per l’acquisto di armi a Kyiv, priorità ai bisogni nazionali. E, soprattutto, la formula destinata a rimbalzare sui social e nei titoli: i soldi “finora andati a cessi d’oro” e al “cerchio magico” del potere ucraino, accusa per la quale non vengono forniti riscontri ma che è ormai un tratto ricorrente della retorica del movimento. “Un generale non è necessariamente guerrafondaio”, insiste Pomarici, “le risorse vadano ai cittadini italiani”. Accanto a lui, tra i promotori, anche Guido Giacometti, indicato come neo-presidente del movimento.

Il dato numerico — i 9 presenti, “più giornalisti che manifestanti” — non sfugge a nessuno e diventa la cifra di un’iniziativa simbolica, pensata per parlare a un pubblico ben più ampio della piazza. Anche perché l’orario è quello delle comunicazioni di Crosetto in Aula: un aggancio mediatico perfetto. Nelle immagini si intravedono, a distanza, i leghisti Rossano Sasso ed Edoardo Ziello, che evitano accuratamente foto di gruppo: un passaggio lampo che sarà però letto, poche ore dopo, alla luce del loro voto.

Il quadro istituzionale della giornata: le parole di Crosetto e il voto alla Camera

Mentre fuori sventola lo striscione, dentro Montecitorio Guido Crosetto porta in Aula una posizione netta: “Interrompere oggi il sostegno all’Ucraina significherebbe rinunciare alla pace prima di averla costruita”. La Camera approva nel pomeriggio la risoluzione di maggioranza: la parola “aiuti militari” resta nelle premesse ma non entra nel dispositivo degli impegni, che parla di sostegno alla “difesa della popolazione e delle infrastrutture critiche”. Sui banchi della maggioranza si alzano in piedi Fratelli d’Italia e Forza Italia, mentre quelli della Lega restano in larga parte seduti. Due deputati leghisti, Sasso e Ziello, votano contro la risoluzione, certificando che la frattura interna non è solo retorica. “Al di là delle acrobazie lessicali, la sostanza non è cambiata”, dirà Ziello.

Nel suo intervento, il ministro della Difesa argomenta con una sequenza di numeri e immagini: la crescita della “macchina militare russa”, gli attacchi a infrastrutture energetiche, le vittime civili. E rilancia una distinzione chiave: non “mezzi buoni o cattivi”, ma “mezzi usati per fermare altre armi” su ospedali, centrali, condomìni. “Di questo qualcuno si vergognerà, io ne sono orgoglioso”, afferma. Una cornice, quella di Crosetto, che si innesta nel solco atlantico ed europeo dell’esecutivo Meloni.

La linea Vannacci e la coerenza rivendicata dal Team

Fuori dall’Aula, il nome che rimbalza è quello del generale: Roberto Vannacci, oggi eurodeputato e vicesegretario della Lega, che da settimane martella sul “no” al rifinanziamento. Il 14 gennaio 2026 ha pubblicato un post con un’immagine di Volodymyr Zelensky coperta da banconote, accompagnata dall’appello: “No decreto Ucraina!”. Il refrain è sempre quello: inviare armi e denaro “allunga la guerra”. Il Team romano traduce quel messaggio in piazza: “Il generale lo dice da sempre e con coerenza, noi lo sosteniamo”, ribadisce Pomarici. In filigrana resta una domanda politica: la compatibilità tra la posizione personale del vicesegretario e la linea ufficiale del partito guidato da Matteo Salvini.

Il braccio di ferro non nasce oggi. Già a fine dicembre 2025, quando il governo ha varato la proroga degli aiuti per il 2026, l’ex generale della Folgore aveva respinto il testo definendolo la replica di una “strategia fallita”. In quelle ore, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti gelava il collega di partito: “Farò quello che dice il segretario”, puntualizzando la gerarchia interna. Un chiarimento che, alla prova del voto del 15 gennaio, non ha impedito due “no” dai banchi leghisti.

Un lessico che divide: “cessi d’oro” e “cerchio magico”

L’immagine dei “cessi d’oro” — al netto dell’efficacia propagandistica — taglia come un coltello la discussione pubblica. È un’accusa grave, più volte rilanciata in interviste e sit-in, che chiama in causa la gestione dei fondi a Kyiv evocando sprechi e opacità. Va detto chiaramente: si tratta di un’asserzione dei promotori del flash mob, non corroborata da evidenze presentate durante la protesta. Nel dibattito italiano, tuttavia, la polemica sul “cerchio magico” attorno a Zelensky è ormai un topos, funzionale a delegittimare la prosecuzione degli aiuti militari. Proprio qui la maggioranza prova a marcare una differenza: per Crosetto sostenere Kyiv significa “evitare una pace fragile, costruita sull’ingiustizia”, e ridurre il sostegno ora vuol dire “favorire un’escalation dell’aggressione”. Lo scontro semantico non è un dettaglio: a Montecitorio, la battaglia sulle parole (“militari” sì o no nel testo) ha il peso di una bussola politica.

La dimensione mediatica: nove persone, tanta eco

“Più giornalisti che manifestanti” non è solo una battuta: è la misura di una strategia. Il Team Vannacci sceglie la cornice perfetta — l’ingresso della Camera nel giorno dell’informativa — per massimizzare l’impatto con risorse minime. La narrativa che ne esce è doppia: da un lato l’immagine della “minoranza coraggiosa” che sfida il palazzo, dall’altro il promemoria plastico delle divisioni nella Lega, amplificate dalle immagini dei “banchi semivuoti” durante gli applausi a Crosetto. La micro-protesta diventa un moltiplicatore del messaggio social del generale, e al tempo stesso una grana per il gruppo parlamentare leghista, costretto a scegliere fra disciplina di coalizione e identità di partito.