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il dibattito

Referendum sulla giustizia: mezzo milione di firme digitali in tre settimane. Ora la partita si sposta nelle aule e nelle urne

Una mobilitazione lampo spinge l’iniziativa popolare oltre la soglia delle 500 mila sottoscrizioni. Sullo sfondo, il braccio di ferro su tempi e regole del voto e il ricorso al Tar del Lazio

Redazione La Sicilia

15 Gennaio 2026, 17:59

Referendum sulla giustizia: mezzo milione di firme digitali in tre settimane. Ora la partita si sposta nelle aule e nelle urne

La raccolta di firme per il referendum di iniziativa popolare contro la riforma della giustizia in poco più di tre settimane, ha tagliato la soglia simbolica e legale di 500 mila sottoscrizioni. Il traguardo è stato certificato nella tarda mattinata di giovedì 15 gennaio 2026, direttamente dal sito dell’iniziativa. Nel frattempo, la battaglia si è spostata anche sul terreno giudiziario: i promotori hanno presentato ricorso al Tar del Lazio per contestare la scelta del governo di fissare la consultazione nei giorni di domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026, chiedendo una sospensiva della delibera. Il Tribunale amministrativo non ha bloccato l’atto e ha fissato la discussione collegiale per il 27 gennaio.

L’iniziativa popolare promossa da 15 cittadini ha superato le 500 mila firme richieste, grazie alla raccolta online attiva dal 22 dicembre sulla piattaforma del Ministero della Giustizia. I promotori hanno impugnato davanti al Tar del Lazio la delibera che anticipa il voto al 22-23 marzo, sostenendo che la legge consenta fino a 90 giorni per l’indizione (e non 60) dalla pronuncia della Corte di Cassazione sui quesiti promossi in Parlamento. Il Tar ha negato la sospensiva e discuterà il ricorso il 27 gennaio. Il referendum è quello “confermativo” ex articolo 138 della Costituzione, già indetto con D.P.R. del 13/01/2026: non prevede quorum, conta la maggioranza dei voti validi. Si voterà in Italia il 22 e 23 marzo, con voto per corrispondenza all’estero.

La riforma al centro del voto: separazione delle carriere e due Consigli per la magistratura

Il quesito referendario rimanda alla legge costituzionale approvata dal Parlamento nell’autunno 2025 e pubblicata in Gazzetta Ufficiale a fine ottobre. Il suo pilastro è la netta separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri: l’accesso avverrebbe su binari separati, con scelta obbligata all’inizio e senza possibilità di passaggio da un ruolo all’altro nel corso della carriera. Inoltre, l’attuale Consiglio Superiore della Magistratura verrebbe sdoppiato in due organi distinti, uno per i giudici e uno per i pm, con meccanismi di composizione rinnovati anche tramite sorteggio per ridurre il peso delle correnti. È la cornice che il governo guidato da Giorgia Meloni presenta come riforma “di garanzia” per evitare commistioni di funzioni e per limitare la politicizzazione; al contrario, larga parte delle opposizioni e delle associazioni dei magistrati la legge come un potenziale vulnus all’indipendenza del pubblico ministero.

Perché 500 mila firme contano

La soglia delle 500 mila firme non è necessaria per indire il referendum confermativo ex art. 138 (che scatta automaticamente dopo l’approvazione parlamentare in assenza di maggioranze qualificate in ultimo voto), ma ha un impatto concreto sulla campagna: consente ai proponenti di entrare a pieno titolo nel sistema di par condicio e di accedere ai relativi spazi di comunicazione. È anche un segnale politico evidente di mobilitazione dal basso in tempi compressi. Secondo più fonti di stampa, i promotori hanno puntato fin dall’inizio a superare la soglia entro la fine di gennaio proprio per ottenere gli strumenti necessari a una campagna capillare e strutturata.

Un altro elemento degno di nota è la modalità di sottoscrizione: la raccolta è avvenuta in forma digitale, tramite la piattaforma ministeriale che consente la firma con identità elettronica. È la prosecuzione di un processo avviato negli ultimi anni – con l’introduzione della firma digitale per referendum e iniziative popolari – che ha abbattuto barriere logistiche e costi, allargando la platea dei potenziali partecipanti alla democrazia diretta. Nel caso specifico, la campagna è partita il 22 dicembre e già il 7 gennaio aveva superato la metà dell’obiettivo; nelle 48 ore precedenti al via libera formale al referendum da parte del governo, i contatori erano saliti rapidamente.

Il nodo del calendario: 60 o 90 giorni?

Al centro del contenzioso davanti al Tar del Lazio c’è una questione apparentemente tecnica ma ad alta tensione politica: la finestra temporale entro cui fissare il voto. I promotori sostengono che la normativa e la prassi consentano fino a 90 giorni dall’ordinanza della Corte di Cassazione sui quesiti parlamentari; l’esecutivo ha scelto invece l’opzione più ravvicinata, 60 giorni, collocando la consultazione il 22-23 marzo. Per i comitati, la compressione dei tempi ridurrebbe lo spazio di informazione e di confronto pubblico; per il governo, la scelta risponde a esigenze di funzionalità istituzionale e certezza del calendario, anche in vista del rinnovo degli organi della magistratura. Il Tar non ha accolto la sospensiva e discuterà il 27 gennaio nel merito del ricorso.

Sul punto è intervenuto anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha definito “inutili” i ricorsi, pur rimettendosi alle decisioni dei giudici amministrativi. Una posizione speculare a quella delle opposizioni, che vedono nel superamento delle 500 mila sottoscrizioni un segnale politico forte a sostegno del fronte del “No”. Tra le voci, la responsabile Giustizia del Partito Democratico, Debora Serracchiani, e il co-portavoce di Europa Verde, Angelo Bonelli, che hanno salutato il traguardo come prova di partecipazione civica.

Gli articoli della Costituzione toccati dalla riforma

Il quesito chiede agli elettori di approvare o respingere la legge costituzionale che interviene – tra gli altri – sugli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 della Carta, modificando il disegno degli organi di autogoverno e la struttura delle carriere. La formulazione tecnica è per addetti ai lavori, ma gli effetti pratici – separare nettamente chi giudica da chi accusa, e ridefinire la “governance” della magistratura – saranno al centro della campagna informativa. Anche per questo i comitati della società civile e i gruppi politici si preparano a un lavoro capillare di traduzione e spiegazione del testo in termini comprensibili.

Niente quorum, conta la maggioranza dei voti validi

Diversamente dai referendum abrogativi, il referendum “confermativo” sulle leggi di revisione costituzionale non ha quorum di partecipazione: l’esito si determina a maggioranza dei voti validi. Se prevarrà il “Sì”, la riforma diventerà legge con promulgazione e successiva entrata in vigore; se prevarrà il “No”, il testo non entrerà in vigore. È quanto ricorda anche la comunicazione istituzionale del Ministero degli Affari Esteri, che ha dato notizia dell’indizione formale con Decreto del Presidente della Repubblica del 13/01/2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 14/01/2026: si voterà in Italia il 22-23 marzo e gli italiani all’estero potranno esprimersi per corrispondenza, con le consuete scadenze per l’opzione del voto in Italia.

Cosa succede se vince il “Sì” o se vince il “No”

Se vince il “Sì”: la riforma entra in vigore secondo i tempi di legge. Si aprirebbe una fase attuativa complessa, con nuove norme per concorsi, carriere e assetti degli organi di autogoverno, inclusi i criteri di sorteggio e di nomina.

Se vince il “No”: la riforma non entra in vigore. Il tema della giustizia resterebbe comunque al centro dell’agenda politica, con il probabile rilancio – da parte dei vari schieramenti – di proposte alternative su separazione delle funzioni, responsabilità disciplinare e governance della magistratura. L’assenza di quorum rende decisiva la mobilitazione al voto.