16 gennaio 2026 - Aggiornato alle 19:26
×

la proposta

Margherita 4.0, il cantiere di Renzi per cambiare il centrosinistra e fermare Meloni

Tra richiami all’Ulivo, sindaci “civici” e riformisti inquieti: perché l’idea dell’ex premier potrebbe diventare l’asse su cui si gioca la prossima sfida al governo

Redazione La Sicilia

16 Gennaio 2026, 17:27

Margherita 4.0, il cantiere di Renzi: ritorno al centro per cambiare il centrosinistra?

Matteo Renzi archivia il dibattito sulle primarie come “un feticcio” e piazza il sasso nello stagno: “Una Margherita 4.0 va fatta. Non contro il PD, ma a favore”. Sul tavolo mette nomi e mondi: Graziano Delrio, i sindaci, gli amministratori. Il riferimento non è nostalgia: è un progetto per ricomporre il polo riformista, federare culture politiche e riaprire il cantiere del centro nel centrosinistra. E farlo subito, perché il calendario corre: la data è quella di oggi, 16 gennaio 2026, e la campagna che conta, quella nazionale, non è poi così lontana.

L’idea: una “Margherita” di nuova generazione

Nel lessico dell’ex premier la parola chiave è “Margherita 4.0”. Il numero non è un vezzo: indica una reinvenzione digitale e plurale della storica Democrazia è Libertà – La Margherita, il soggetto centrista che tra 2001 e 2007 federò cattolici democratici, liberali sociali e riformisti, prima di confluire nel Partito Democratico. Allora furono i Popolari, i “Democratici” di Romano Prodi e “Rinnovamento Italiano” a saldarsi; il partito di Francesco Rutelli diventò la seconda gamba dell’Ulivo e uno dei due pilastri del nuovo PD. Oggi Renzi immagina un dispositivo simile, ma più agile: una rete di liste civiche, amministratori e riformisti, capace di sommare consensus locali e un’identità nazionale riconoscibile.

L’ex premier, che guida Italia Viva dal 2019, calibra il messaggio per evitare l’etichetta di scissione o di “operazione contro” i dem: “Qualcuno potrà venire via dal PD, ma l’operazione non è contro il PD, è a favore”. Il “perimetro amico” è dunque il campo progressista, ma con una bussola: dare massa critica al riformismo, liberandolo dalla tenaglia tra massimalismo e populismo. Sulle primarie, Renzi afferma di non “attaccarsi al feticcio”: se ci saranno, “che siano una festa di popolo; se non ci saranno, bene lo stesso”. Il sottinteso: il tema decisivo è il progetto, non il rito.

I possibili protagonisti: Delrio, i sindaci e la “galassia civica”

Nel mosaico evocato da Renzi c’è innanzitutto Graziano Delrio, ex ministro e oggi senatore PD. Delrio, da mesi, anima “Comunità Democratica”, uno spazio culturale e politico che riunisce cattolici democratici e amministratori di area riformista, con l’obiettivo dichiarato di contribuire al PD e al centrosinistra, non di fondare un nuovo partito. In platea, nelle varie tappe del progetto, si sono incrociati Ernesto Maria Ruffini, Lorenzo Guerini, Pierluigi Castagnetti, e spesso i riflettori si sono posati sui sindaci, da Giuseppe Sala a quadri locali che chiedono una piattaforma pragmatica e amministrativa.

Non è un caso che l’ex premier inserisca “i sindaci” tra i “rivoli” destinati a confluire nella “Margherita 4.0”. Nel 2025 Renzi ha insistito sul ruolo della cosiddetta “Casa riformista”, rivendicando risultati a doppia cifra in aree-chiave e immaginando un salto di scala fino al 10% nazionale, se e quando il progetto dovesse allargarsi oltre Italia Viva. È in questo perimetro che appaiono i nomi di amministratori e figure civiche evocati nelle ultime stagioni della Leopolda e nelle interviste: un’area che guarda anche a mondi liberal, europeisti e popolari non ostili al campo largo.

Sullo sfondo, intanto, si muove una trama di contatti e cene “programmatiche”. A Bologna, prima di Natale, secondo una ricostruzione giornalistica si sono ritrovati a casa Romano Prodi esponenti dem e amministratori – tra cui l’assenza annunciata del sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, e la presenza di Graziano Delrio e Beppe Sala – per discutere di una lista moderata del centrosinistra. L’indiscrezione racconta dubbi e lusinghe, timori e ambizioni: una “Margherita 2.0” benedetta dall’ex presidente del Consiglio, ma da costruire con prudenza per non scivolare nel déjà-vu. Sono indiscrezioni, appunto; ma fotografano un lavorìo reale nel centro riformista.

Il nodo politico: federare senza spaccare

Perché puntare su un “nuovo centro” dentro il centrosinistra? Per una ragione aritmetica e una politica. Quella aritmetica: il campo progressista, tra PD, Alleanza Verdi e Sinistra e M5S, si muove attorno al 40%; per essere competitivo a livello nazionale, Renzi sostiene che serva una gamba riformista capace di aggiungere un 6-10%, intercettando moderati, liberali, cattolici democratici e delusi del centrodestra. Quella politica: senza un soggetto che parli a ceti produttivi, professionisti, città metropolitane e amministratori, la coalizione rischia di rimanere sbilanciata. In altre parole: riprodurre a sinistra la geometria vincente di una destra che tiene insieme conservatori, sovranisti e moderati.

Ma federare non significa spaccare. E qui sta il punto sensibile del messaggio renziano: “Non è un’operazione contro il PD”. La differenza rispetto ai tentativi del passato è tutta nella direzione di marcia: aggregare forze che oggi oscillano tra astensione, civismo e area PD, includere chi nel Nazareno chiede più riformismo pragmatico, e farlo senza aprire l’ennesimo fronte identitario. Una scommessa che presuppone regole chiare su leadership, agende e alleanze.

Storia che ritorna: cosa fu davvero “La Margherita”

Per capire la portata del paragone, conviene tornare ai numeri e ai fatti. “La Margherita” nacque come lista nel 2001 e come partito nel 2002, mettendo insieme esperienze diverse sotto un simbolo comune. Portò in dote un profilo europeista, riformatore, con un forte radicamento amministrativo e una componente cattolico-democratica robusta. Alle politiche di inizio millennio arrivò a pesare oltre il 14% come lista dell’Ulivo; fu protagonista del governo Prodi II e, nel 2007, contribuì alla nascita del Partito Democratico, la cui fondazione – caso unico in Italia – fu legittimata da primarie aperte con oltre 3 milioni di partecipanti. Oggi quel patrimonio simbolico è il brand che Renzi tenta di attualizzare in chiave 4.0.

Il contesto: il “centro” che agita entrambi i poli

La discussione sul baricentro riformista non riguarda solo l’orbita renziana. Tra fine 2024 e 2025, il progetto “Comunità Democratica” – promosso da Delrio, Ruffini e sostenuto moralmente da figure come Prodi e Castagnetti – ha messo in evidenza l’esistenza di uno spazio politico in cerca di casa. “Non si tratta di una corrente né di un nuovo partito”, ha ripetuto Delrio, rilanciando un blog e un’agenda di temi (lavoro, lotta alle diseguaglianze, Europa, crescita) per “coinvolgere nuovi elettori”. In platea si sono spesso visti amministratori locali, ex sindacalisti e parlamentari di area riformista. Nel racconto di questa geografia si intrecciano anche curiosità e timori verso Renzi: per alcuni imprescindibile, per altri ingombrante. Ma la linea di faglia è comune: come si costruisce una proposta moderata e competitiva senza alimentare nuove fratture?

Non mancano, nel frattempo, contronarrazioni e distinguo. L’ex premier Romano Prodi ha più volte sottolineato che il PD “vince solo se sta al centro”, ma senza evocare “nuovi partiti dei cattolici”; altre voci dem spingono per una coalizione larga e coesa, più simile al modello della destra, in grado di includere anime diverse sotto un programma concreto. Il dibattito è aperto, e la “Margherita 4.0” è una delle cifre narrative su cui misurare consensi e diffidenze.

I rapporti con il PD di Schlein

La scommessa renziana si gioca soprattutto qui. La segretaria Elly Schlein ha lavorato nell’ultimo anno a ricomporre il campo largo con M5S e AVS, difendendo un’impronta progressista marcata. Una “Margherita 4.0” che si rivendica “a favore del PD” potrebbe – se riuscisse a federare sindaci e riformisti – riequilibrare la coalizione verso il centro, attrarre ceti medi e produttivi, ricucire con mondi orfani di rappresentanza. Ma potrebbe anche, se mal gestita, aprire varchi a nuove frizioni fra identità politiche e culture diverse del centrosinistra. In mezzo, ci sono i numeri e le città: se la 4.0 porta voti e amministratori, diventa un partner necessario; se resta un simbolo, rischia di essere archiviata come una manovra tattica.

Oltre i confini del centrosinistra: chi può essere tentato

Un altro tassello è il rapporto con gli elettori moderati del centrodestra, in particolare gli orfani di una Forza Italia post–berlusconiana. Renzi non ha nascosto l’ambizione di parlare anche a quell’elettorato, come già avvenne ai tempi della prima Margherita, che intercettò porzioni di voto cattolico e liberale scontento. In controluce, si leggono vecchie e nuove manovre di “centro”. Qualcuno prova a rilanciare ciclicamente sigle storiche o brand evocativi; altri – come i “civici” meridionali – immaginano federazioni regionali. La 4.0 si candida a essere l’ombrello nazionale. Con un vincolo: tenere saldo il baricentro europeista e riformatore.