il caso
La comunità ladina e le "mire" su Cortina: che sta accadendo nell'estremo nord dell'Italia?
Due proposte in Senato riaccendono il dibattito sui confini e sulla tutela della cultura ladina. Dati, precedenti e scenari: perché il 2007 non è bastato e cosa potrebbe accadere ora
Il senatore della Südtiroler Volkspartei, Meinhard Durnwalder, ha depositato a Roma due disegni di legge che rimettono mano alla geografia istituzionale delle Dolomiti. Non toccano (ancora) direttamente Cortina d’Ampezzo, ma la evocano come un approdo possibile, forse perfino inevitabile. E mentre la Regione Veneto alza gli scudi, i ladini tornano a farsi sentire: “È la popolazione che lo chiede”.
Cosa prevedono davvero i due disegni di legge
Le proposte firmate da Durnwalder puntano al distacco e alla contestuale aggregazione alla Regione autonoma Trentino-Alto Adige/Südtirol di tre realtà oggi esterne al perimetro regionale: i comuni lombardi di Valvestino e Magasa (provincia di Brescia) e il comune veneto di Pedemonte, con la frazione di Casotto (provincia di Vicenza). L’argomento politico e culturale è duplice: ricomporre identità storiche e rispondere a richieste che – secondo il senatore – “nascono dal basso”, non da un disegno di partito. In filigrana, la tutela della cultura ladina e delle comunità di confine.
Dal punto di vista procedurale, i ddl si innestano sull’articolo 132, secondo comma, della Costituzione, che consente il distacco-aggregazione di comuni e province, previo referendum delle “popolazioni interessate”, pareri dei Consigli regionali coinvolti e approvazione con legge della Repubblica. È un percorso istituzionale preciso, né breve né automatico, che ha già avuto applicazioni in anni recenti (si pensi all’Alta Valmarecchia o a Sappada).
Il nodo Cortina: un nome mai scritto, ma sempre presente
Nei testi del senatore SVP il nome “Cortina d’Ampezzo” non compare. Eppure aleggia. La mossa viene letta da più osservatori come la prima pietra di un percorso che, in prospettiva, potrebbe riaprire la partita dell’Ampezzo e dell’intera Ladinia bellunese (con Livinallongo del Col di Lana/Fodom e Colle Santa Lucia/Col). Lo suggeriscono i toni, ma anche i precedenti referendari: nel 2007 gli elettori dei tre comuni ladini della provincia di Belluno votarono in larga maggioranza per il passaggio alla Provincia autonoma di Bolzano e alla Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol. In Cortina i “sì” furono circa il 79,5%, con un’affluenza oltre il 71%; a Livinallongo e Colle Santa Lucia il consenso superò ampiamente la soglia della maggioranza. Eppure i confini non si mossero.
Perché? La risposta è tecnica e politica insieme. Quella consultazione, inquadrata nell’art. 132 Cost., richiedeva un seguito istituzionale che non si è mai compiuto: acquisizione dei pareri regionali, iniziativa legislativa del governo (o parlamentare), approvazione della legge statale. È il Parlamento, in ultima istanza, a decidere. E nel tempo, sul tema, si sono stratificate interpretazioni e interventi giurisprudenziali sulla nozione di “popolazioni interessate”, che hanno inciso sui confini della consultazione e sull’ampiezza del consenso richiesto. Risultato: il dossier è rimasto sospeso.
“La gente vuole tornare unita”: la voce dei ladini e il ruolo delle istituzioni
“L’aspirazione è tornare un popolo unito”, ripete Luca Guglielmi, assessore regionale alla tutela e promozione delle minoranze linguistiche (cimbra, mochena e ladina), figura di riferimento della Val di Fassa. Una linea ribadita anche da atti e incontri formali, come la riunione del 23 ottobre 2025 con i rappresentanti ladini di Colle Santa Lucia, Cortina e Livinallongo, ospitata nella sede della Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol. Il messaggio politico è chiaro: esistono legami culturali e linguistici che travalicano i confini amministrativi attuali e chiedono di essere riconosciuti e protetti con strumenti adeguati.
Sul piano simbolico, il richiamo all’unità storica della Ladinia pesa: la rete scolastica, i media in lingua (come Rai Ladinia), lo statuto di tutela in Alto Adige e Trentino rendono plastica la differenza percepita rispetto al Veneto, dove – dicono i protagonisti – la minoranza ladina non gode dello stesso impianto di protezione. È anche per questo che l’Andreas Hofer Bund, realtà di area tirolese, sollecita l’estensione dell’iniziativa legislativa ai tre comuni bellunesi citati.
Il “no secco” del Veneto e il fattore Olimpiadi
Dall’altra parte della contesa, la posizione del Veneto è altrettanto netta. L’assessore regionale alla Montagna, Dario Bond, respinge l’ipotesi di cessioni territoriali: “No secco. Attenzione a giocare col fuoco: gli equilibri sono delicati e stanno dando frutti, anche in vista delle Olimpiadi invernali 2026”. Il riferimento non è casuale: Cortina è uno dei perni del progetto olimpico, in un ecosistema organizzativo e infrastrutturale che coinvolge Veneto, Lombardia, Trentino e Alto Adige. La stagione dei Giochi non è il momento ideale, per la Regione, per riaprire partite identitarie e di confine.
La cornice olimpica amplifica ogni scelta. Basti pensare all’ingresso delle Province autonome di Bolzano e Trento negli organi di governance dell’evento, o agli investimenti infrastrutturali mirati (come la rete Terna nelle valli ladine trentine), a conferma del carattere interregionale dei Giochi e della centralità delle Dolomiti come “sistema” oltre i confini amministrativi. Una ragione in più, per Venezia, per blindare il dossier.
Valvestino, Magasa, Pedemonte: quando il referendum c’è già stato
Se il 2007 fu l’anno dell’Ampezzo, il 2008 fu quello delle comunità di confine tra Brescia, Vicenza e il Trentino. A Pedemonte (9-10 marzo), il 76% dei votanti disse sì al passaggio alla Provincia autonoma di Trento; nei comuni di Valvestino e Magasa (21-22 settembre) i “sì” furono rispettivamente oltre il 52% e il 56,9% degli aventi diritto, con atti formali di indizione e certificazione pubblicati in Gazzetta Ufficiale. Anche qui, però, la politica si è fermata un passo prima della meta: per anni l’iter è rimasto in stallo, nonostante ripetuti tentativi parlamentari di tradurre l’esito referendario in legge. Negli ultimi due anni, segnali di riattivazione sono arrivati dal Ministero per gli Affari Regionali e dalle Regioni coinvolte, ma la strada resta istituzionalmente impegnativa.
In questo quadro, i ddl Durnwalder intendono “perfezionare” percorsi già legittimati dal voto popolare e da atti amministrativi. È una strategia graduale: ripartire dai casi più maturi (giuridicamente e politicamente) per rimettere al centro il tema della continuità storico-culturale tra comunità e istituzioni, e al contempo testare la disponibilità del sistema politico ad accompagnare distacchi e aggregazioni.