Dieci anni senza Giulio Regeni, la lezione civile che l’Italia non può permettersi di dimenticare, il richiamo di Mattarella
Nel decennale della scomparsa, il messaggio del Quirinale richiama l’Egitto alla collaborazione e l’Italia alla coerenza: “verità” e “giustizia” non sono moneta di scambio
Una sala comunale di provincia, Fiumicello Villa Vicentina, si riempie di giallo. Alle pareti, i cartelli di un movimento nato dal dolore e diventato coscienza collettiva. Sul palco, la voce spezzata ma ferma di una madre: «Prendete quel biglietto per l’Egitto e stracciatelo». In contemporanea, da Roma parte un messaggio con il timbro della Presidenza della Repubblica: «Verità e giustizia non si prestino a compromessi». È il 25 gennaio 2026, sono passati esattamente dieci anni dall’ultimo messaggio di Giulio Regeni inviato alle 19:41. Da allora, la ferita della sua uccisione è rimasta aperta nel corpo del paese. E oggi lo Stato, per bocca del suo Presidente, torna a dire che quella ferita non può essere coperta con cerotti diplomatici.
Un richiamo dal Quirinale: nessun compromesso
Nel suo messaggio indirizzato ai genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni, e al sindaco Alessandro Dijust, il Presidente Sergio Mattarella definisce la morte del ricercatore «una vita ignobilmente spezzata» e chiede «la piena collaborazione delle autorità egiziane» alle richieste della magistratura italiana, perché «verità e giustizia» sono un «banco di prova» anche per le «relazioni internazionali». Parole pesanti, che riassumono una linea istituzionale: niente scorciatoie, nessun baratto tra diritti e interessi.
Il Quirinale avverte: l’impegno di chi ha lavorato in questi anni «per corrispondere alla sete di verità storica e giudiziaria» merita rispetto e gratitudine. Un riconoscimento che abbraccia i magistrati, gli investigatori, l’avvocata Alessandra Ballerini, e quella “scorta mediatica” che ha mantenuto la luce accesa quando il buio sembrava inghiottire tutto.
Dieci anni che pesano: i fatti essenziali
- Il 25 gennaio 2016 Giulio scompare al Cairo; il suo corpo viene ritrovato il 3 febbraio 2016 lungo l’autostrada per Alessandria, con segni di tortura. Due date che scandiscono l’inizio di una vicenda diventata simbolo, in Italia e oltre.
- Da subito il caso si intreccia con depistaggi: ricordiamo la “pista della banda di criminali comuni”, con cinque uomini uccisi e i documenti di Giulio “ritrovati” in un appartamento. Una narrazione che gli inquirenti italiani hanno ritenuto non credibile.
- L’inchiesta della Procura di Roma individua quattro funzionari della National Security Agency egiziana come imputati del sequestro, delle violenze e dell’omicidio: il generale Tarek (Tariq) Sabir e i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam/Osman Helmi, Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. La mancata collaborazione del Cairo sulla notifica dei domicili rallenta per anni il procedimento.
Il processo: avanzamenti, stop e un nuovo ostacolo
Una svolta arriva nel settembre 2023, quando la Corte costituzionale apre la strada al giudizio anche in assenza degli imputati, riconoscendo che in casi di gravi violazioni – come la tortura – la giustizia non può soccombere alle non‑cooperazioni statali. Il 20 febbraio 2024 si tiene la prima udienza a Roma (aula bunker di Rebibbia), poi rinviata per ragioni tecniche. Sembrava l’inizio di un percorso finalmente lineare.
Ma nell’ottobre 2025 un nuovo stop: la Corte d’Assise di Roma rimette alla Consulta una questione sul “diritto di difesa” dei legali d’ufficio degli imputati in relazione ai costi delle consulenze tecniche. Di conseguenza, il dibattimento è sospeso in attesa della decisione. È un passaggio delicato: non rianima i vecchi pretesti d’impunità – il giudizio in contumacia resta un principio ormai affermato – ma impone di garantire pienamente le tutele difensive anche quando lo Stato di appartenenza degli imputati non collabora.
Il contesto egiziano: tortura sistemica e impunità
Il quadro dei diritti umani in Egitto, negli anni della presidenza Abdel Fattah al‑Sisi, è documentato da rapporti che parlano di tortura sistematica, sparizioni forzate ed esecuzioni extragiudiziali attribuite a forze di polizia e National Security Agency. Human Rights Watch e Amnesty International hanno raccolto testimonianze e dati che descrivono una spirale di abusi, con la magistratura spesso inerte di fronte alle denunce dei detenuti. Queste fonti, pur generali, aiutano a capire il contesto in cui maturò il caso Regeni e le ragioni per cui l’accertamento dei fatti richiede una cooperazione reale e trasparente da parte delle autorità egiziane.
Un’eccezione che conferma la regola è la vicenda di Patrick Zaki: condanna il 18 luglio 2023, grazia presidenziale il giorno dopo e scarcerazione il 20 luglio. Un esito positivo, ma straordinario, frutto di pressioni internazionali e decisione politica, non del normale funzionamento della giustizia egiziana.
Diplomazia, affari, coerenza: l’altra parte della storia
Nel decennio trascorso, le relazioni tra Italia ed Egitto hanno incrociato dossier pesanti: dalla sicurezza regionale all’energia, fino all’export militare. I dati del SIPRI indicano che tra il 2019-2023 l’Egitto è stato tra i principali acquirenti di sistemi d’arma italiani; e nel 2020 Roma ha autorizzato la vendita di due fregate FREMM (parte di un pacchetto ben più ampio). Questi elementi non “spiegano” il caso Regeni, ma pongono una domanda di coerenza politica che riemerge ogni 25 gennaio: come conciliare la tutela dei diritti con interessi economici e geopolitici? La risposta, se c’è, passa da una diplomazia che non confonda la realpolitik con il relativismo dei principi.
La memoria come politica pubblica: Fiumicello e il “popolo giallo”
In questi dieci anni, la comunità civile ha costruito una forma inedita di resistenza democratica: dal “popolo giallo” alle piazze illuminate di candele, dalle scuole alle università, fino alle iniziative che proprio a Fiumicello tengono viva la presenza di Giulio: mostre, dibattiti, un documentario (“Giulio Regeni. Tutto il male del mondo” di Simone Manetti) che in questi giorni è al centro delle commemorazioni. Non è solo memoria: è esercizio di cittadinanza. «Essere cittadini è un’assunzione di responsabilità», hanno ripetuto Paola e Claudio.
Cosa significa oggi “banco di prova”
La formula scelta da Mattarella – «banco di prova» – andrebbe presa alla lettera. Misura almeno tre cose:
- La credibilità della cooperazione giudiziaria: le autorità egiziane devono fornire risposte adeguate alle richieste della magistratura italiana. Senza quella collaborazione, ogni ulteriore ritardo pesa come una scelta.
- La tenuta dell’ordinamento italiano: il processo deve procedere nel rispetto pieno delle garanzie, ma senza permettere che cavilli o inerzie vanifichino l’accertamento dei fatti. Il richiamo della Consulta del 2023 ha già indicato un principio: i crimini che implicano tortura non possono restare impuniti perché uno Stato non coopera. Ora si attende la nuova decisione sulla questione dei patrocini e consulenze tecniche.
- La coerenza dell’azione politica estera: il sostegno alle famiglie, l’impegno in sede UE e ONU, l’eventuale attivazione degli strumenti internazionali come la Convenzione contro la tortura (articolo 30) sono leve reali. La Commissione parlamentare d’inchiesta del 2021 lo ha scritto chiaramente.
Un processo che parla anche di noi
Il caso Regeni è, tecnicamente, un processo penale a carico di quattro imputati. Politicamente e culturalmente, è un esame collettivo: sul modo in cui uno Stato di diritto difende i propri cittadini e i propri principi quando si confronta con regimi che fanno della ragion di Stato un paravento. È anche un test per il sistema informativo e per l’opinione pubblica: senza la pressione costante di giornalisti, associazioni e cittadini – quella “scorta mediatica” evocata dai genitori – questa vicenda sarebbe stata più fragile e più sola.
Non si tratta di indulgere in retorica. La cronologia processuale lo dimostra: il 20 febbraio 2024 l’avvio, i rinvii, l’ottobre 2025 con la sospensione per la questione costituzionale sul diritto di difesa. Ogni tappa è stata guadagnata con fatica, e nessuna è definitiva finché una sentenza non accerterà circostanze e responsabilità. È, appunto, un percorso. «Dieci anni sono solo una tappa», ha detto Claudio Regeni. Una frase che dovrebbe impedirci di considerare la memoria una ricorrenza e la giustizia un rito.