l'intervento
Zuppi spiazza tutti: «Andate a votare, l’autonomia dei magistrati è essenziale». La Cei entra nel cuore della battaglia sulla giustizia
A meno di due mesi dal voto, la voce del presidente dei vescovi italiani richiama l’attenzione su separazione delle carriere, equilibrio tra poteri e indipendenza della magistratura
La sala del Consiglio Episcopale Permanente mormora, le cartelline si richiudono, qualcuno prende appunti in fretta. Quando Matteo Maria Zuppi prende la parola, si capisce subito che non sarà la solita raccomandazione anodina: “Andate a votare. L’autonomia e l’indipendenza dei magistrati sono connotati essenziali di un processo giusto; va preservato l’equilibrio tra i poteri che i padri costituenti ci hanno consegnato”.
È il pomeriggio del 26 gennaio 2026 e la Cei mette un punto fermo in vista del referendum confermativo del 22-23 marzo sulla riforma costituzionale della giustizia. Un intervento che, più che un sasso, è un macigno lanciato nello stagno della politica: i vescovi non dettano una scheda, ma dicono con chiarezza che la partita sull’assetto della magistratura riguarda la tenuta della democrazia.
Cosa c’è in gioco: separazione delle carriere, doppio Csm e Alta Corte disciplinare
Al centro del quesito referendario c’è la legge costituzionale pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025, approvata in seconda deliberazione da Camera e Senato con la maggioranza assoluta ma inferiore ai due terzi: per questo si va a referendum ai sensi dell’articolo 138 della Costituzione. Il testo ridefinisce l’“ordinamento giurisdizionale” e istituisce una Corte (o Alta Corte) disciplinare separata dai Consigli superiori della magistratura, che diventano due: uno per la carriera dei giudici e uno per quella dei pubblici ministeri. Sono previste forme di sorteggio per i membri togati e criteri nuovi per i laici. In sintesi: si separano le carriere tra magistratura giudicante e requirente, si duplicano gli organi di autogoverno e si sposta la disciplina alla nuova Alta Corte.
Per il Governo e i sostenitori del “Sì”, questa architettura rende più “terzo” il giudice, bilanciando le parti del processo, e “libera la magistratura dalle correnti politicizzate” attraverso il sorteggio nei Csm, oltre a garantire una disciplina “davvero autonoma” con l’Alta Corte. È la tesi ripetuta dal ministro della Giustizia Carlo Nordio e dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, secondo i quali si tratta di una riforma “di coerenza costituzionale” con l’articolo 111 sul “giusto processo”.
Sul fronte opposto, la magistratura associata e un’ampia parte dell’accademia segnalano rischi concreti: “isolamento del pm”, compressione dell’azione penale indipendente, indebolimento dell’autogoverno e possibile politicizzazione indiretta degli organi di vertice attraverso i nuovi meccanismi di designazione. Il Csm ha espresso un parere molto critico già nel 2025, bocciando la separazione delle carriere e la conseguente duplicazione degli organi, così come l’istituzione dell’Alta Corte. L’ANM parla da tempo di “profonda preoccupazione” e, nel 2025, ha mobilitato la categoria con scioperi e assemblee affollate.
Perché l’intervento della Cei conta
L’appello del cardinale Zuppi non è un fulmine a ciel sereno. La Cei aveva già preso posizione su partite istituzionali sensibili (basti ricordare le critiche all’autonomia differenziata), segnalando i rischi di fratture e diseguaglianze nel Paese. Qui il punto, però, non è “schierarsi” per una parte: la Cei richiama gli elettori all’informazione e alla responsabilità civica, sottolineando che l’indipendenza della magistratura è un presidio per tutti, non un affare corporativo. Parole nette, pronunciate nell’introduzione ai lavori del Consiglio Episcopale: un luogo e un tempo che danno alla dichiarazione il peso di un indirizzo pubblico dell’episcopato italiano.
L’appello di Zuppi, letto bene
“Temi che non devono lasciarci indifferenti”. Zuppi non indica una casella, ma definisce la posta in gioco: l’autonomia dei magistrati come condizione della democrazia costituzionale. È un invito a sottrarsi al rumore di fondo e a guardare al merito: chi vota “Sì” sostiene una cesura storica nella cultura giuridica italiana, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la terzietà del giudice e la responsabilità disciplinare; chi vota “No” difende il modello unitario della magistratura e teme l’indebolimento del pm e dell’autogoverno. In entrambi i casi, sarà una scelta che segnerà a lungo l’ecosistema della giustizia.