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Sede del Pd blindata: perché la Questura ha vietato il presidio pro-Pal nel Giorno della Memoria

Roma, sicurezza e simboli: il provvedimento che stoppa la protesta prevista davanti alla sede nazionale del Pd apre un caso politico e civile

26 Gennaio 2026, 23:47

pd nazareno

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Una piazzetta stretta, pietra serena sotto i passi dei turisti, il campanile barocco di Sant’Andrea delle Fratte che spunta tra le insegne dei negozi. È lì, nel cuore del rione Trevi, che un presidio a sostegno della causa palestinese voleva farsi sentire proprio alla vigilia del Giorno della Memoria. È lì che, in serata, è arrivato il no della Questura di Roma: niente manifestazione sotto le finestre del “Nazareno”, la storica sede nazionale del Partito Democratico. Motivi addotti: assenza di formale preavviso, inidoneità del sito “a ridosso della sede di uno dei principali partiti”, e una concomitanza sensibile con le celebrazioni del 27 gennaio. Decisione che, in poche righe, incrocia diritto di riunione, memoria della Shoah, tensioni politiche e il peso simbolico dei luoghi nella capitale.

Cosa è successo e perché conta

Secondo la nota diffusa in serata, il Questore di Roma, Roberto Massucci, ha firmato il divieto nei confronti di una iniziativa annunciata per il pomeriggio del giorno successivo in piazza Sant’Andrea delle Fratte. La Questura sottolinea tre elementi: 1) non è stato presentato alcun preavviso formale; 2) l’area prescelta è logisticamente inadatta perché immediatamente adiacente alla sede di un grande partito nazionale; 3) il tema della protesta — sostegno alla causa palestinese e, secondo quanto ricostruito dagli uffici, una contestazione al Pd — cade nella giornata dedicata istituzionalmente al ricordo della Shoah, con il rischio di innescare tensioni e contrapposizioni di piazza. La scelta è dunque maturata in un quadro che la Questura qualifica di “elevata sensibilità”, in cui ordine pubblico e valori costituzionali rischiano di collidere.

Il punto giuridico: cosa prevede la legge sul preavviso

Dietro la formula burocratica “assenza di formale preavviso” c’è un requisito preciso. L’articolo 18 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza richiede che i promotori di una riunione in luogo pubblico o aperto al pubblico diano avviso al Questore almeno tre giorni prima. Si tratta di un obbligo di comunicazione, non di autorizzazione, che serve a consentire alla pubblica sicurezza di pianificare mezzi, percorsi, interdizioni temporanee e, se necessario, proporre prescrizioni o un luogo alternativo. La stessa norma attribuisce al Questore il potere di impedire che la riunione abbia luogo in caso di omesso avviso o per “ragioni di ordine pubblico, moralità o sanità pubblica”, e di stabilire “modalità di tempo e luogo”. In altre parole: se manca il preavviso o se il contesto è ritenuto rischioso, l’autorità può fermare l’evento o chiederne lo spostamento; chi viola il divieto, rischia sanzioni penali. È un equilibrio antico, ritoccato nel tempo dalla giurisprudenza e intrecciato con l’articolo 17 della Costituzione — che tutela la libertà di riunione pacifica — ma che resta il cardine operativo quando si passa dalla libertà alla gestione concreta della piazza.

Perché proprio lì? Il “peso” del Nazareno nel centro di Roma

Il fulcro del caso non è solo la protesta in sé, quanto il luogo: via/piazza Sant’Andrea delle Fratte 16, nel cuore del rione Trevi, a due passi da via del Tritone. La sede nazionale del Pd, ospitata negli spazi dello storico Collegio Nazareno, è un indirizzo identitario per i democratici e, di riflesso, un bersaglio simbolico per chi intende contestarne scelte e posizioni. Non è un indirizzo qualsiasi: oltre a essere in una zona di pregio e ad alta densità turistica, il “Nazareno” è un punto di riferimento politico che il partito ha deciso di mantenere nel centro del potere romano, a pochi minuti da Montecitorio e Palazzo Chigi. Dati alla mano, il Pd sostiene per quella sede costi importanti: un canone vicino a 41.800 euro al mese — circa 502 mila euro l’anno — a cui si sommano oltre 431 mila euro per servizi di vigilanza, manutenzione e logistica. Numeri che spiegano quanto quell’indirizzo sia percepito, dentro e fuori il partito, come capitale politico prima ancora che come mera logistica.

Il calendario e i simboli: la vigilia della Giornata della Memoria

La data scelta dagli organizzatori, il 27 gennaio, non è neutra. Il Giorno della Memoria è stato istituito con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 per ricordare lo sterminio del popolo ebraico e la persecuzione di dissidenti e deportati italiani; la ricorrenza coincide con la liberazione di Auschwitz nel 1945. In questi ventisei anni la giornata è diventata un rito civile condiviso da istituzioni, scuole, università, enti di ricerca, comunità ebraiche e forze dell’ordine, con cerimonie e iniziative su tutto il territorio. Scegliere quel giorno per un presidio contro il sionismo o, più in generale, per una manifestazione pro Palestina accende un cortocircuito politico e simbolico, spesso al centro di polemiche roventi negli ultimi mesi. Non sorprende, dunque, che la Questura abbia richiamato proprio la concomitanza con la ricorrenza fra i motivi del divieto: la sovrapposizione fra memoria della Shoah e conflitto israelo-palestinese è da tempo terreno scivoloso e ad alto tasso di strumentalizzazione.

La faglia interna al Pd: il “nodo antisemitismo” e il Ddl Delrio

C’è poi un elemento politico che la Questura ha messo nero su bianco: la manifestazione, stando a quanto ricostruito dagli uffici, si ispirava alla contestazione del Pd anche in relazione al dibattito interno sul disegno di legge contro l’antisemitismo. Il riferimento è al testo presentato al Senato dal senatore Graziano Delrio, che recepisce la definizione operativa dell’IHRA e mira a rafforzare la risposta istituzionale alla crescita degli atti antisemiti, specie online. Il Ddl Delrio ha aperto una frattura nel Pd, con il gruppo dirigente che ha proposto un percorso alternativo più ampio contro tutti i discorsi d’odio; in mezzo, le critiche delle sinistre e di settori della società civile che temono un “bavaglio” alla libertà di espressione quando la critica si rivolge allo Stato d’Israele. È un contesto che alimenta la narrazione — da una parte e dall’altra — e contribuisce a rendere più incandescente qualunque gesto simbolico sotto il Nazareno.

Le reazioni politiche: solidarietà al Nazareno e accuse di “strumentalizzazione”

Nel coro delle prime reazioni, spiccano le parole della vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno, che ha definito l’iniziativa “ridicola e pericolosa” e ha espresso solidarietà a Elly Schlein e alla comunità democratica. Parole che si inseriscono nel solco di un confronto pubblico già acceso: da mesi, parte del campo progressista invoca il riconoscimento dello Stato di Palestina e una linea più severa nei confronti del governo Netanyahu, mentre altre voci — dentro e fuori il Pd — rimarcano l’urgenza di reagire a un antisemitismo che, dati alla mano, mostra segnali di recrudescenza. Il divieto della Questura, sommandosi a questo quadro, diventa così un atto che ognuno legge a proprio modo: per alcuni necessario alla prevenzione; per altri un precedente che rischia di raffreddare lo spazio della protesta civile.

Il profilo del Questore Massucci: piazze, grandi eventi e “polizia gentile”

La firma è quella di Roberto Massucci, questore di Roma dal 2024, con una lunga esperienza nella gestione di grandi eventi e ordine pubblico — dai Giubilei al calcio, alle manifestazioni di piazza. Da quando guida la Questura capitolina, Massucci ha insistito su un modello di “polizia gentile”: fermezza nel quadro della legge, attenzione al dialogo preventivo con promotori e comunità, e centralità della sicurezza partecipata. Una filosofia che non esclude decisioni impopolari quando l’ordine pubblico lo richiede, ma che punta a prescrizioni e soluzioni alternative ogni volta che è possibile. Nel caso in questione, a pesare sono stati sia il dato procedurale (il mancato preavviso), sia la delicatezza del luogo e della data. Fattori che, combinati, hanno fatto scattare lo stop.