STRAPPO ANNUNCIATO
Vannacci lascia la Lega (oggi l'annuncio): perché il vicesegretario dà l'addio al partito e cosa può cambiare a destra con Futuro Nazionale
Un addio che pesa: nel giorno del Consiglio federale, il generale rompe gli indugi. Tra simboli, veleni interni e un centrodestra che teme una diaspora di voti
Una mano afferra un volantino blu notte. Sopra, un’ala tricolore che ricorda una fiamma stilizzata, il nome in stampatello “Futuro Nazionale” e, in basso, “Vannacci” in giallo. È la cartolina che ha incendiato il quartier generale del Carroccio: mentre in Abruzzo la Lega si ritrovava per serrare i ranghi, il 24 gennaio 2026 quel marchio veniva registrato all’EUIPO, primo passo concreto di un progetto che ora prende corpo politico. Oggi l’addio di Roberto Vannacci al partito sarà comunicato durante il Consiglio federale: la rottura segue un faccia a faccia con Matteo Salvini che non ha ricomposto la frattura tra “salviniani” e “vannacciani”.
Il marchio che ha fatto scattare il conto alla rovescia
Il deposito del marchio “Futuro Nazionale” è datato 24 gennaio 2026 ed è visibile sulle banche dati dell’EUIPO: il segno distintivo – cerchio blu, scritta bianca e ala tricolore – contempla l’uso in “servizi nell’ambito della politica”, dalla “organizzazione di manifestazioni e riunioni politiche” alla “consulenza per campagne elettorali”, oltre a materiale promozionale e merchandising.
Il generale ha minimizzato per giorni: “È solo un simbolo, come ‘Il Mondo al Contrario’ e ‘Generazione Decima’”. Ma il tempismo – il deposito coincide con l’adunata abruzzese della Lega – e l’architettura d’uso del marchio hanno alimentato il sospetto, divenuto oggi certezza: è la base di un nuovo soggetto politico.
A corollario, si è aperta subito una contesa “estetico-politica”: l’associazione Nazione Futura guidata da Francesco Giubilei ha denunciato la “somiglianza” di nome e simbolo con il proprio brand (“cerchio blu, scritta bianca, tricolore stilizzato”) e ha annunciato che valuta “iniziative a tutela”. Un incidente che segnala quanto il perimetro conservatore osservi con apprensione l’operazione Vannacci.
Il colloquio con Salvini e il D-Day al Federale
Il confronto tra Salvini e Vannacci si è tenuto alla vigilia: una stretta di mano, qualche paletto ribadito (stop alle fughe in avanti, linea condivisa su dossier sensibili), nessun accordo politico. In pubblico, il leader della Lega ha ripetuto la linea della minimizzazione (“problema dei giornalisti, non degli italiani”), ma ha anche scandito un avvertimento: “Fuori dalla Lega c’è il deserto. La storia insegna che chi esce finisce nel nulla”. Oggi pomeriggio, al Consiglio federale, il segretario comunicherà formalmente lo strappo del suo vice.
Nel partito non sono mancate pressioni per trattenerlo. Il sottosegretario Claudio Durigon ha auspicato che il generale resti “senza se e senza ma”, ridimensionando l’eventuale impatto elettorale del nuovo soggetto in un 1-2% “teorico”. Appelli rimasti inevasi.
La faglia Ucraina e la nascita dei “vannacciani”
La miccia che ha reso esplicita la frattura è stata la guerra in Ucraina. Il 15 gennaio 2026, alla Camera, due deputati leghisti – Edoardo Ziello e Rossano Sasso – hanno votato contro la risoluzione di maggioranza sulla proroga all’invio di aiuti militari a Kiev; al Senato, Claudio Borghi non ha partecipato al voto. In Aula i banchi del Carroccio erano semivuoti, mentre in piazza Montecitorio il “Team Vannacci” manifestava con lo striscione: “Basta finanziamenti a Kiev per le armi”. La definizione di “vannacciani” per l’area interna che guarda al generale è diventata così lessico politico corrente.
I numeri del voto raccontano la portata della frizione: 186 sì, 49 no, 81 astenuti. Un passaggio che ha obbligato Salvini ad annunciare “un chiarimento” con il suo vice e a ribadire che nella Lega “conta la truppa, non i generali”. Oggi quel chiarimento è approdato all’unico esito possibile.
Chi è Vannacci oggi: capitali elettorali e contraddizioni
Alle Europee 2024, Roberto Vannacci ha totalizzato circa 532.368 preferenze personali, risultando la punta di diamante della lista della Lega in quattro circoscrizioni su cinque; un patrimonio di voti che ha contribuito in modo sensibile al risultato del partito. È il capitale politico su cui ora il generale scommette in proprio.
A maggio 2025 Salvini lo ha nominato vicesegretario, consolidandone il ruolo apicale nell’organigramma. Da allora, però, il rapporto si è rivelato carsico: vertici placati, Consigli federali usati per “sminare” il caso, richiami contro l’attivismo dei suoi “team” territoriali. Fino alla rottura.
Perché lo strappo pesa sul centrodestra
La novità politica è che l’uscita di Vannacci non si esaurisce nella dinamica interna alla Lega. È l’assetto di tutto il blocco conservatore a essere sollecitato: l’eventuale spazio a destra della destra – evocato più volte dagli avversari interni come “una AfD all’italiana” – è guardato con sospetto dagli alleati di governo, che temono una dispersione di voti e una competizione identitaria su dossier come sicurezza, immigrazione, diritti civili, guerra in Ucraina. E il contenzioso simbolico con Nazione Futura ne è già un segnale.
D’altro canto, l’operazione di un nuovo soggetto comporta costi e incognite. Sul piano organizzativo, occorrono strutture, liste e – in assenza di un accordo di coalizione – firme e radicamento territoriale. Sul piano politico, bisogna evitare l’effetto boomerang: la storia recente registra diversi micro-progetti “a destra della destra” naufragati tra personalismi e quorum. È questa la scommessa che Futuro Nazionale dovrà sciogliere in tempi brevi per trasformare un brand in consenso stabile.