il caso
Al referendum sulla giustizia il governo ha escluso il voto dei fuorisede: come ci siamo arrivati e cosa può ancora cambiare
Un decreto nato per “semplificare” ha lasciato fuori 5 milioni di elettori: tra scadenze, promesse e un disegno di legge popolare che corre contro il tempo
Per centinaia di migliaia di studenti e lavoratori fuori dal Comune di residenza, il prossimo referendum del 22-23 marzo 2026 sarà una domenica qualunque: la scheda resta lontana quanto casa. La scelta del Governo di non inserire nel decreto sull’election day la possibilità di votare “fuori sede” ha chiuso la porta, almeno per ora, a un diritto esercitato in via sperimentale negli ultimi anni. Mentre in Parlamento avanza una legge di iniziativa popolare per rendere strutturale il voto nel Comune di domicilio, i tempi non combaciano: l’iter è partito a gennaio, ma la consultazione è fissata a fine marzo. Risultato: per il referendum costituzionale sulla cosiddetta riforma della giustizia, chi è fuori sede dovrà tornare nel proprio Comune o rinunciare.
Che cosa è successo
Il Consiglio dei ministri ha varato il decreto-legge sulle “consultazioni dell’anno 2026”, entrato in vigore il 28 dicembre 2025: nel testo non compare alcuna norma che consenta il voto “fuori dal proprio Comune” per il referendum di marzo, a differenza di quanto successo per le ultime consultazioni referendarie, Amministrative e anche Europee.
Nel frattempo, la Commissione Affari costituzionali del Senato ha avviato, dal 7 gennaio 2026, l’esame della legge di iniziativa popolare per introdurre in via stabile il voto per i fuorisede: un iter che, per scadenze e passaggi, non potrà incidere sulla consultazione di marzo.
Il contesto: quando il voto fuorisede c’è stato (e perché ora non c’è)
Negli ultimi due anni l’Italia ha sperimentato il voto “fuori sede” in chiave antistensionismo, ma solo tramite norme “ad hoc” legate a singole tornate: alle Europee 2024 per gli studenti fuori regione; alle consultazioni del 2025 (referendarie e amministrative) con una platea più ampia, includendo lavoratori e persone in cura.
Quelle disposizioni, però, non erano permanenti: scaduta la consultazione, sono decadute. Il nuovo decreto per il 2026 non le ha riprese, nonostante emendamenti delle opposizioni per inserirle, e così la possibilità di votare nel Comune di domicilio non è oggi prevista. Secondo le stime citate dai promotori della riforma, la misura interessa potenzialmente fino a 5 milioni di elettori.
Cosa prevede il referendum del 22-23 marzo
Il quesito è di tipo confermativo ex articolo 138 della Costituzione e riguarda la riforma dell’ordinamento giudiziario: tra i punti più discussi, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e l’istituzione di una Corte disciplinare. Il DPR del 13 gennaio 2026 ha ufficializzato le date e attivato la macchina organizzativa; il Ministero degli Esteri ha già diffuso le indicazioni per il voto degli italiani all’estero.
Il nodo normativo: cosa dice il decreto “election day” e perché ha escluso i fuorisede
Il cuore della vicenda è il decreto-legge 27 dicembre 2025, n. 196: un provvedimento omnibus per disciplinare modalità e abbinamenti delle consultazioni del 2026. Nel testo non c’è traccia di voto in Comune di domicilio per chi, per studio, lavoro o cure, si trovi temporaneamente lontano dalla residenza. Nessuna finestra procedurale, dunque, per gli uffici elettorali comunali né per gli elettori, a differenza di quanto accaduto nel 2024-2025. È una scelta politica e tecnica che ha conseguenze immediate: senza una norma primaria, i Comuni non possono organizzare seggi speciali o procedure di accredito per i fuorisede.
Non è la prima volta che la regolazione del voto a distanza avviene per “eccezioni” e non per legge quadro. Nel 2025, ad esempio, l’ampliamento del voto fuori sede arrivò con il decreto-legge 19 marzo 2025, n. 27, poi convertito: anche in quel caso, una disciplina legata all’anno elettorale, non un diritto permanente. Oggi, senza replica normativa, la possibilità semplicemente non esiste.
Obiezioni e reazioni
Dal mondo associativo — The Good Lobby, Rete Voto Fuorisede, Will Media — sono arrivate richieste di un intervento urgente del Governo e del Parlamento per ripristinare almeno in via transitoria la facoltà di votare nel Comune di domicilio. La denuncia è netta: senza questa previsione, una platea potenziale di quasi 5 milioni di cittadini rischia di non poter esercitare il diritto di voto senza costi e disagi sproporzionati. Dall’opposizione e da singoli esponenti della maggioranza sono giunti segnali politici variegati, ma finora non tradotti in norme.
La legge di iniziativa popolare: cosa contiene, dove è ferma, cosa potrebbe cambiare
Il dossier “Voglio votare fuorisede” è passato, a inizio 2026, dalla mobilitazione alla sede parlamentare. Raccolte e depositate le 50mila firme necessarie, la proposta è stata assegnata alla Commissione Affari costituzionali del Senato: la relatrice — indicata in area Fratelli d’Italia — ha avviato l’illustrazione del testo con l’obiettivo, dichiarato, di rispettare i tempi regolamentari che, per le leggi popolari, prevedono l’arrivo in Aula entro tre mesi dall’avvio dell’esame in Commissione. Tempistiche serrate, ma comunque incompatibili con la consultazione di marzo.
Il principio cardine è rendere il voto “fuori sede” una possibilità strutturale, estesa a tutte le consultazioni, non solo referendum e non solo a categorie limitate. La proposta si inserisce in un percorso già tentato nella scorsa legislatura: nel 2023 la Camera approvò un testo a prima firma Marianna Madia (PD), poi trasformato in legge delega dalla maggioranza e, infine, arenatosi al Senato nel febbraio 2024. La nuova iniziativa mira a superare quell’impasse.
Perché serve una legge stabile
Affidare il voto dei fuorisede a decreti “per singola tornata” produce incertezza, disparità e margini di contenzioso. Una legge ordinaria chiara sugli aventi diritto, sulle procedure di accredito, sui seggi dedicati e sulle garanzie anti-frode consentirebbe di pianificare con anticipo personale, logistica e spesa, evitando l’altalena normativa che — come nel 2026 — finisce per escludere gli elettori lontani dal proprio Comune. Lo ricordano non solo le associazioni, ma anche diversi osservatori ed enti locali che nelle sperimentazioni hanno già testato soluzioni organizzative sostenibili.
Chi potrà votare con modalità alternative: italiani all’estero e “temporanei all’estero”
Il fatto che i fuorisede in Italia restino esclusi non significa che manchino del tutto canali alternativi. La cornice del voto per corrispondenza per i cittadini residenti all’estero resta in piedi e viene attivata per il referendum confermativo del 22-23 marzo 2026. In aggiunta, anche gli elettori residenti in Italia ma temporaneamente all’estero per lavoro, studio o cure, per almeno tre mesi che comprendano le date del referendum, possono optare per il voto per posta, comunicandolo al proprio Comune entro il 18 febbraio 2026. Sono istruzioni già diffuse dalla rete consolare.
Queste procedure, tuttavia, non si applicano a chi è semplicemente domiciliato in un altro Comune italiano (il classico “fuorisede”): senza una norma ad hoc, gli uffici non possono ricevere richieste, accreditare elettori o predisporre seggi speciali.
Le strade (strette) ancora aperte: cosa può fare la politica prima del voto
Con il calendario alla mano, gli spazi sono ridotti ma non del tutto chiusi. In teoria, l’Esecutivo potrebbe intervenire con un decreto-legge mirato che reintroduca per il solo referendum 2026 la possibilità di voto per i fuorisede, replicando la disciplina sperimentata nel 2025. Servirebbero però norme chiare su tempi di domanda, elenchi aggiuntivi e seggi, e soprattutto una conversione in Parlamento in poche settimane. Le sollecitazioni pubbliche — anche da parte di esponenti politici favorevoli a “trovare una soluzione” — non si sono tradotte, finora, in un testo ufficiale. Sullo sfondo, resta la via maestra: approvare la legge strutturale in discussione al Senato; ma, per il referendum di marzo, è troppo tardi.