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la polemica

Giochi, medaglie e scontri: l'Italia divisa tra gloria sportiva e polemiche di piazza

Meloni condanna la violenza mentre le opposizioni attaccano il governo su sicurezza e decreto

08 Febbraio 2026, 21:03

Scontri tifosi

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Il medagliere è di tutto rispetto. Ma non bastano i primi successi azzurri ai Giochi invernali a fermare gli echi degli scontri di piazza - e le polemiche - che sono finiti «sulle televisioni di mezzo mondo». Dopo averle viste anche sui canali americani, Giorgia Meloni affida ai social, a tarda notte, tutta la sua «indignazione», un concetto che va ripetendo da giorni. Perché davanti a una vetrina internazionale così importante «gli sforzi di migliaia» di persone, spesso «volontari», rischiano di essere «vanificati» da «bande di delinquenti» che si sono rivisti in azione «a Milano contro i Giochi» e pure a Bologna dove sono stati tranciati i cavi della ferrovia. «Nemici dell’Italia», taglia corto la premier mentre per Guido Crosetto con certe decisioni, come quella di scarcerare «quei gentili ragazzi di Torino», gli agenti «prima vengono presi a calci dai violenti e poi dallo stato», ma quello «con la s minuscola».

Solo un modo per nascondere che «sulla sicurezza il governo ha fallito» il refrain delle opposizioni, che respingono la lettura dei partiti del centrodestra sulla mancata «condanna" degli episodi di violenza. A chiamare però in causa direttamente Elly Schlein e Giuseppe Conte è il capogruppo di FdI alla Camera: «I soliti noti tornano devastando città e aggredendo le Forze dell’Ordine» mentre «il mondo si complimenta con l’Italia» per l’organizzazione delle Olimpiadi invernali Milano Cortina, con un «danno di immagine ma anche economico» per «tutta la nazione», dice Galeazzo Bignami chiedendo a «tutte le forze politiche senza ambiguità e distinguo» di isolare i violenti, aspettandosi una condanna esplicita. «E' ripartita la litania per distrarre l’opinione pubblica», liquida la provocazione il leader M5s, sottolineando che il Movimento ha sempre condannato "gli aggressori di ogni colore politico». Ora «siete voi al governo», insiste ricordando che «quando eravate all’opposizione chiedevate le dimissioni dei ministri a ogni disordine» mentre ora «le falle su sicurezza e ordine pubblico non vi riguardano».

Dello stesso tenore la risposta dem: «Chi governa non può limitarsi a chiedere dichiarazioni agli altri. deve garantire risultati», attaccano i capigruppo di Camera, Senato e Parlamento europeo, aggiungendo di non «accettare lezioni da chi usa la sicurezza come bandiera politica».

Nel mirino anche il nuovo pacchetto, approvato in Consiglio dei ministri giovedì scorso, su cui già le opposizioni promettono battaglia. I testi non sarebbero ancora arrivati al Quirinale: il decreto legge sarebbe infatti ancora in attesa di bollinatura da parte della Ragioneria generale dello Stato, che deve ancora mettere il sigillo delle coperture al decreto Pnrr approvato la settimana precedente (quest’ultimo dovrebbe essere poi assegnato alla Camera, mentre il decreto sicurezza al Senato).

Nel frattempo continuano i botta e risposta, anche tra il ministro della Difesa e l’ex capo della Polizia Franco Gabrielli. Crosetto se la prende con chi «polemizza» in un momento in cui bisognerebbe «essere compatti nel condannare dei delinquenti violenti e nel difendere la legalità». E ce l’ha in particolare con Gabrielli che nei giorni scorsi, in una intervista a un quotidiano dopo i fatti di Torino, tra l’altro aveva sottolineato che «la divisa va difesa» anche «da chi fa propaganda». Perché «polemizzare - si chiede il ministro di FdI - dimenticando la sua stessa cultura politica, che è uguale alla mia, e la sua circolare» del 2017, «giustamente durissima» ai tempi di piazza San Carlo. Nessuna polemica, replica Gabrielli, spiegando che quella circolare è citata «a sproposito» e ricordando di non avere cercato «strapuntini» dopo l’esperienza nel governo Draghi ma di voler continuare a «fare politica dicendo la mia perché quella stagione che ci accomuna mi ha insegnato che la dignità passa dalla capacità di dire le cose in cui si crede e non quelle che conviene dire».