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«L'amore vince sull'odio»: Bad Bunny al Super Bowl LX porta in scena la quotidianità dei migranti e fa infuriare Trump

Un’esplosione di cultura latina, un messaggio per gli immigrati e un terremoto politico: lo show di Bad Bunny a Santa Clara che divide e conquista

09 Febbraio 2026, 07:35

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“Insieme siamo l’America”: Bad Bunny firma un halftime show storico e politico al Super Bowl LX

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È Bad Bunny – all’anagrafe Benito Antonio Martínez Ocasio – a prendersi la scena al Levi’s Stadium di Santa Clara, per il Super Bowl LX. Non lo fa con la solita corsa pirotecnica verso l’assolo, c’è invece un viaggio dentro la quotidianità dei latinos. Uomini che giocano a domino, donne che si fanno le unghie, una bancarella di piraguas. In cima al tetto della casita, il protagonista indica il cielo e – in spagnolo – invita il pubblico a credere in se stessi. Non è un dettaglio: è la chiave di lettura di uno spettacolo costruito come una dichiarazione di appartenenza e di orgoglio migrante. E, come spesso accade quando la cultura incrocia la politica, le reazioni si accendono: da un lato gli applausi, dall’altro l’ira dell’ex presidente Donald Trump che bolla la performance come “uno dei peggiori halftime show di sempre”.

Un Super Bowl che parla spagnolo

Il palco è il Levi’s Stadium: la casa dei San Francisco 49ers torna a ospitare il grande evento dieci anni dopo il Super Bowl 50. Bud Bunny costruisce un racconto visivo e musicale quasi interamente in spagnolo – un fatto storico per uno show che supera abitualmente i 100 milioni di spettatori – e lo fa senza cercare scorciatoie linguistiche. La conclusione è un manifesto: sul maxischermo campeggia “The only thing more powerful than hate is love” (L'unica cosa più forte dell'odio è l'amore) e un pallone riporta la frase “Together we are America” (Insieme siamo l'America). Non “America” come sinonimo di un singolo Paese, ma come continente, comunità, ponti.

La messa in scena: dalla canna da zucchero al “sì, lo voglio” in diretta

L’apertura sulle note di “Tití Me Preguntó” omaggia Porto Rico: campo di canna da zucchero, cappelli di paglia, fili dell’alta tensione, un quartiere che si muove. Il costume bianco dell’artista riprende un’iconografia calcistica con il cognome “Ocasio” sul retro: è il figlio che ringrazia la madre, ma anche il cittadino che porta in campo la sua storia.

La “Casita” diventa un set cangiante: una casa tradizionale caraibica con veranda, tetto e cortile, habitat perfetto per trasformare la platea in una festa di quartiere. Qui, tra cameo e dance routine, si intrecciano i codici di un’America plurale che non chiede permesso per esistere: semplicemente occupa lo spazio.

Momento-simbolo: nel cuore dei 13 minuti circa di spettacolo, entra una vera cerimonia nuziale. Sì, vera: una coppia si sposa in diretta davanti a milioni di persone. Il “sì” taglia l’aria dello stadio come un controcanto alla retorica della paura: l’amore come rito civile, il matrimonio come atto di fiducia nel futuro. È l’istantanea che domani finirà nei libri di storia del pop.

La politica irrompe in campo: lo show che piace e irrita

Che quello di Bad Bunny fosse uno show destinato a dividere lo si sapeva già dalla vigilia: l’NFL, Apple Music e Roc Nation avevano presentato il progetto come celebrazione della diversità linguistica e culturale degli Stati Uniti contemporanei. Già in ottobre 2025, un sondaggio citato da testate come il Washington Post e Forbes fotografava una spaccatura netta: circa tre quarti dei Democratici favorevoli all’headliner, oltre il 60% dei Repubblicani contrari. Non un dettaglio statistico, ma un termometro del clima.

Puntuale è arrivato il commento di Donald Trump su Truth Social: show “terribile”, “un affronto alla grandezza dell’America”, polemica sul fatto che “nessuno capisce le parole” perché in lingua spagnola. Critiche anche al nuovo kickoff rule dell’NFL e, a corollario, frecciate all’industria della musica e ai media. La reazione del presidente si inserisce in una cornice più ampia: negli ultimi mesi il tema immigrazione e il ruolo di ICE sono stati costantemente al centro del dibattito pubblico.

Dall’altro lato, la politica democratica ha letto lo show come un gesto d’inclusione. Voci come il governatore della California, Gavin Newsom, hanno salutato la scelta come fotografia fedele dello Stato ospitante: un crocevia dove lingue, culture e migrazioni non sono eccezione, ma regola.

Perché lo show è una “celebrazione degli immigrati”

Non è solo questione di bandiere latinoamericane che sventolano nel finale o di slogan in campo. La drammaturgia visiva ripercorre frammenti dell’esperienza migrante: la casa che diventa porto e piazza, il lavoro nei campi, i fili elettrici (citazione velata alle infrastrutture e alla resilienza di Porto Rico, tra black-out e ripartenze), il barbiere e la bodega come emergenze di un quartiere che si ricostruisce ovunque vada.

Lo spagnolo come lingua dominante non è ammiccamento estetico: è scelta politica e culturale. Dire “siamo America” in spagnolo, sul più grande palcoscenico statunitense, ribalta un paradigma: non è la maggioranza linguistica a concedere cittadinanza, è la realtà demografica e creativa del Paese a dettarla. L’industria musicale lo sa da tempo – bastano i numeri in streaming degli ultimi anni – ma vederlo al Super Bowl è un’altra cosa.

Gli ospiti a sorpresa: quando la cultura pop diventa linguaggio comune

In un halftime show spesso dominato dall’ego solista, Bad Bunny sceglie la coralità. Sul tetto e sul prato compaiono volti che parlano a pubblici diversi: Pedro Pascal, Cardi B, Karol G, Jessica Alba, Young Miko. Sono camei che non sottraggono scena: la moltiplicano.

I due ingressi più chiacchierati sono quelli di Lady Gaga e Ricky Martin. La prima, in abito azzurro, sposta “Die With a Smile” verso una salsa elegante, un passo a due che incrocia l’orchestra e i pleneros. Il secondo porta in campo il suo carisma storicamente “transgenerazionale” latino e intona “Lo Que Le Pasó a Hawaii”, brano che – nel sottotesto – richiama il tema dell’identità e dell’assimilazione.

Micro-gesti che restano: Bad Bunny consegna un suo Grammy a un bambino – alter ego del sé più giovane – e gli sussurra un invito alla fiducia. È un ponte tra la conquista individuale e la responsabilità collettiva: chi ce l’ha fatta apre la strada.

La partita

I Seattle Seahawks hanno travolto i New England Patriots 29-13 e hanno conquistato il Super Bowl, il titolo di campioni di football americano. Decisiva la grande difesa dei favoriti, che hanno tenuto a lungo a zero i Patriots. Solo nell'ultimo quarto, con Seattle avanti 12-0, la partita è diventata elettrica con una serie di touch down.

Per il secondo anno consecutivo la squadra sostenuta dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump è uscita sconfitta. L'anno scorso era toccato ai Kansas Chiefs, battuti dai Philadelphia Eagles e sostenuti dal tycoon che stavolta ha preferito non essere presente alla partita, che si è disputata a Santa Clara, in California. Nella grande notte del football protagonista anche il cantante portoricano Bad Bunny, considerato un artista simbolo anti-trumpiano e protagonista di uno show memorabile, che ha fatto ballare tutto lo stadio californiano.