l'allarme
Dietro le quinte degli Epstein Files: chi ha davvero pagato le campagne populiste?
Un labirinto di email, prestiti esteri e intermediari spregiudicati: cosa rivelano i traffici del finanziere pedofilo e cosa già sappiamo sui rubinetti che hanno alimentato l’ultradestra in Europa
Più di 3 milioni di pagine, migliaia di video e 180mila immagini. Il rilascio dei documenti su Jeffrey Epstein del 30 gennaio 2026, che il Dipartimento di giustizia degli Stati Uniti ha messo online è un pout pourri informe dove si trova di tutto. Elenchi infiniti di email, bozze d’indagini, note operative e scambi di messaggi, dove affiorano spezzoni di una rete che non riguarda solo il crimine sessuale—ampiamente documentato—ma anche un sistema di influenza capace di lambire i finanziamenti politici e la stessa vita democratica di Paesi europei. Nelle conversazioni compaiono figure come Steve Bannon, l'anima nera dell'estrema destra globale, che nel 2018–2019 sognava di unificare l’onda sovranista europea con “The Movement” a Bruxelles, e scambia con Epstein messaggi amichevoli su viaggi, media, politica e persino l’idea di un documentario per ripulire l’immagine del finanziere caduto in disgrazia. Tutto quando Epstein era già stato condannato per pedofilia con Bannon che era ospite di feste politiche della galassia sovranista anche in Italia (Atreju compresa). Il filo nero, però, non è un’unica pistola fumante: è una mappa di contatti e tentativi, di prestiti opachi e intermediazioni politiche che—nella migliore delle ipotesi—sollevano interrogativi inquietanti. E nella peggiore, mostrano come il denaro abbia cercato strade creative per aggirare argini e controlli.
Va detto che la presenza di un nome in un’email non equivale a responsabilità penale. I “file” svelano una rete “molto più vasta” di quanto immaginato e, allo stesso tempo, impongono però prudenza: i documenti aprono domande politiche ed etiche, ma non certificano automaticamente reati. Tuttavia, incrociati con quello che già sappiamo da inchieste europee degli ultimi dieci anni, disegnano un quadro coerente: le campagne populiste sono state—e sono—magneti per finanziatori controversi, con intermediari disposti a collegare donatori e partiti, spesso esplorando zone d’ombra della normativa o varchi nelle regole internazionali.
Negli Epstein files si leggono centinaia di messaggi fra Steve Bannon e Jeffrey Epstein nei mesi che precedono il secondo arresto del finanziere (luglio 2019). I due parlano di politica, di spostamenti—con richieste esplicite di un aereo—e di un possibile documentario per rilanciare l’immagine di Epstein. Ma soprattutto, emerge l’ossessione di Bannon per l’Europa: tra 2018 e 2019 l’ex stratega di Donald Trump scommette su una rete di leader euroscettici e nazionalisti in vista delle elezioni europee, provando a federarli con The Movement e—stando ai nuovi incartamenti e a ricostruzioni giornalistiche—cercando sostegno finanziario anche presso Epstein. I nomi di Matteo Salvini e Marine Le Pen compaiono con frequenza, come obiettivi politici dell’operazione. Nessuna prova che Epstein abbia poi finanziato direttamente questi partiti; resta, però, la traccia dei tentativi e dell’intermediazione.
Un’altra email, attribuita al giornalista Michael Wolff e citata da Euronews, evoca la rifinanziamento del partito lepenista in un contesto in cui “una buona parte dei soldi arriva dalla Russia” (ma su questo non c'è una prova giudiziaria). E' però documentato il prestito da 9 milioni di euro del 2014 al Front National/National Rally concesso dalla banca russa First Czech Russian Bank. L’episodio è stato ammesso dalla stessa Marine Le Pen, che negli anni successivi ha più volte ribadito di rimborsarlo regolarmente. Qui, insomma, i soldi russi, per quanto via prestito bancario, sono realtà milionarie.
E in Italia? Il tentativo più noto di iniezione di fondi dall’Est verso la Lega è passato per il cosiddetto caso Metropol: audio pubblicati nel luglio 2019 documentano una trattativa, condotta da Gianluca Savoini (allora vicino a Matteo Salvini), per convogliare fino a 65 milioni alla campagna del partito tramite sconti su forniture di petrolio. La trattativa, per la magistratura, non si è mai tradotta in reato perseguibile: nel 2023 il procedimento è stato archiviato. Ma il giudice ha scritto che l’obiettivo “non realizzato” era quello di finanziare illegalmente la Lega; l’operazione è sfumata, tra l’altro, perché la transazione petrolifera non si è concretizzata. Anche qui: niente condanne, ma un disegno c’era.
Resta una distinzione cruciale: intermediazione politica non equivale a finanziamento illecito. Lo ricorda anche l’Associated Press, che—passando al setaccio i dossier federali statunitensi—nota come l’FBI non abbia trovato prove sufficienti di un “giro” di sfruttamento sessuale per conto di potenti; e, per analogia metodologica, la logica della prova vale anche sui flussi di denaro: servono documenti bancari, contratti, trasferimenti (che almeno in questa prima fase non ci sono).
Se sul fronte Epstein–Bannon–Europa le tracce sono soprattutto di corteggiamenti e tentativi, altrove ci sono importi, sanzioni e ammissioni. In Francia il Front National (oggi Rassemblement National) ha dunque ricevuto 9 milioni di euro dalla First Czech Russian Bank nel 2014. Il prestito è un fatto conclamato, più volte difeso da Marine Le Pen come necessario in assenza di credito domestico, e oggetto di dibattito politico infinito per l’origine russa dei fondi.
In Germania, l'AfD, il partito di estrema destra, è stata multata dall’amministrazione del Bundestag per donazioni illegali—tra cui 402.900 euro nel 2019—legate a servizi e fondi riconducibili a soggetti svizzeri (quindi extra-UE). Episodi che toccano figure di vertice come Jörg Meuthen, Guido Reil e la co‑leader Alice Weidel.
In Spagna la parabola di Vox ha un incipit internazionale imbarazzante: tra dicembre 2013 e maggio 2014 quasi 972mila euro arrivano da sostenitori del Consiglio nazionale della resistenza iraniana (NCRI), sigla legata ai Mujaheddin del Popolo (MEK). I trasferimenti, frazionati in piccole donazioni da più Paesi, sono stati ricondotti—anche da Foreign Policy—alla rete personale dell’allora leader Alejo Vidal‑Quadras. Le norme spagnole vietano fondi esteri nella finestra elettorale (i 54 giorni precedenti al voto europeo), ma li consentono al di fuori: e infatti non c’è condanna, perché i bonifici precedono la campagna. Resta il punto politico: una forza nazional‑identitaria spinta al decollo da un finanziamento estero legato a un gruppo d’opposizione iraniano.
In Austria l’Ibiza‑gate del 2019 riguarda un patto potenziale: nel video girato nell’estate 2017, il capo della FPO Heinz‑Christian Strache discute con una finta ereditiera russa di acquisti di media e appalti in cambio di sostegno elettorale. È un caso‑scuola su come finanza, media e potere possano provare a intrecciarsi.
I soldi però da soli non bastano: servono megafoni. Nel decennio che ha plasmato l’onda populista si è affermata una infrastruttura comunicativa finanziata da grandi privati. In USA, la famiglia Mercer ha riversato—secondo ricostruzioni giornalistiche—decine di milioni di dollari su Breitbart, sulla Government Accountability Institute, su Citizens United e su Cambridge Analytica, di cui Steve Bannon è stato dirigente. È il circuito che ha accompagnato Trump 2016 e che ha ispirato—con alterne fortune—operazioni parallele in Europa. Le autorità britanniche hanno stabilito nel 2020 che Cambridge Analytica non ha avuto un ruolo operativo diretto nella campagna del referendum Brexit—pur avendo sondato collaborazioni con Leave.EU—ma il nodo centrale resta la vulnerabilità sistemica del sistema informativo.
In Europa, poi, nel 2024 inchieste coordinate tra Belgio, Francia e Repubblica Ceca hanno portato luce su una rete legata a Voice of Europe e ad ambienti vicini all’oligarca ucraino Viktor Medvedchuk: secondo i servizi e le procure, si sarebbero veicolati oltre 1 milione di euro per propaganda filorussa e pagamenti a politici o assistenti. Anche qui, in larga parte, i fascicoli sono ancora aperti.
Il punto è comunque che Epstein, già condannato nel 2008 per gravissimi reati, potesse ancora nel 2018–2019 conversare di strategie politiche, offrire appoggi mediatici e ricevere richieste logistiche da figure di primissimo piano e questo mostra quanto certe élite siano rimaste permeabili e sostanzialmente senza alcuna remora etica e morale.