14 febbraio 2026 - Aggiornato alle 00:07
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il racconto

Franchi tiratori e liti incrociate: il centrodestra esplode in aula. La riforma sugli enti locali (quote rosa comprese) è già in bilico

All'Ars in 33 su 34 bocciano un articolo del ddl ed esplode la bagarre. Maggioranza divisa su terzo mandato e consigliere supplente. E ora il tempo stringe

12 Febbraio 2026, 10:07

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«Solo io ho votato verde?», domanda una sbalordita Luisa Lantieri. L'Aula ha appena bocciato in modo clamoroso l'articolo 10 della riforma degli enti locali. Un articolo sulla digitalizzazione dei documenti nei comuni, apparentemente non così decisivo, nonostante i dubbi sollevati dalle opposizioni e in parte anche dal centrodestra. Ma in quella votazione - 33 contrari e un solo favorevole, Lantieri appunto - c'è il manifesto di una maggioranza che esplode ancora una volta tra liti e contraddizioni. Corti circuiti politici che si sommano a quelli del centrosinistra, in un trasversale caos.

Perché le norme che devono ancora essere approvate per completare l’esame della riforma, vanno a toccare i nervi più scoperti, quelli del collegio elettorale, dove la possibilità per un sindaco di candidarsi per la terza volta fa tutta la differenza del caso. E persino il destino del primo consigliere comunale non eletto, pronto a entrare in campo da supplente dell'assessore incaricato, rischia di sfiorare la sensibilissima materia del consenso locale. E così, salta tutto, in una specie di guerra totale nella quale non mancano ovviamente i soliti e più ampi argomenti: il rimpasto di governo, ossia la presenza dei tecnici in giunta.

Prendiamo, solo per fare un esempio che riduca a unità questo caos, il comune di Serradifalco. Il sindaco leghista si chiama Leonardo Burgio, ma anche il cognome della madre è piuttosto noto, in Sicilia, visto che è quello di Daniela Faraoni, assessore tecnico alla Salute. Quel comune è il portale attraverso cui, metaforicamente passano tutte le questioni alla base del voto di oggi. C'è un sindaco che si preparerebbe al terzo mandato (la sua sindacatura terminerebbe proprio negli ultimi giorni di maggio), ed è figlio di quel tecnico che un pezzo di maggioranza vuole accompagnare fuori dall’esecutivo, insieme all'omologo titolare dell'Economia, Alessandro Dagnino. Così, non è un caso che nella tabella di un voto segreto per nulla segreto, vista la quasi unanimità, nonostante la scelta dei partiti alleati del governo di tirare via i tesserini, spuntino i nomi di diversi deputati della maggioranza: quelli degli autonomisti Ludovico Balsamo, Roberto Di Mauro, Giuseppe Lombardo e Santo Primavera, oltre a quello di Gianfranco Micciché e dei deputati di Forza Italia, Riccardo Gennuso, Margherita La Rocca Ruvolo e Nicola D'Agostino. «Una norma inutile e pleonastica – spiega quest'ultimo - meglio votare contro che ritirare vigliaccamente il tesserino, neppure fossimo noi l’opposizione. Ignazio Abbate sembra disorientato». Mentre il gruppo dell’Mpa ammette: «Abbiamo votato per come avevamo dichiarato con il nostro capogruppo, contro una norma che non condividevamo. Non c’era copertura finanziaria e non abbiamo avuto i chiarimenti richiesti. In un ddl del parlamento, non del governo. Quindi un voto coerente e trasparente, né franco e né tiratore».

Tutto questo, mentre il deputato della Lega Vincenzo Figuccia puntava il dito contro gli alleati: «Si tratta di un atto irresponsabile da parte proprio dei franchi tiratori. I tempi stretti rischiano ora di far slittare il voto delle amministrative o, peggio ancora, di far sprofondare nelle sabbie mobili un testo necessario, che introdurrebbe importanti innovazioni nella riforma degli enti locali». E così, ecco che saltano fuori altre fibrillazioni, non solo quelle tra la Lega di Luca Sammartino e il presidente dell'Ars Gaetano Galvagno, ma anche quella di un pezzo di maggioranza che guarda con diffidenza al lavoro del presidente della commissione Affari istituzionali, uno dei più quotati democristiani per un posto in giunta, che in aula si beccherà anche le critiche di Cateno De Luca, oltre che del deputato del Pd Antonello Cracolici: «Questa norma non la capisco e quando la capisco, vuol dire che c'è qualcosa che non va, io voterò contro», aveva annunciato, prima che quasi tutta l'Aula, facesse lo stesso, in una bagarre che ha portato la presidente Lantieri a staccare la spina alla seduta e a rimandare tutto al 17 febbraio.

E qui c'è il tema dei tempi che è tutto fuorché secondario. La mancata approvazione oggi del ddl, infatti, rischia di impedire l'entrata in vigore di alcune norme, a cominciare da quella sulle cosiddette “quote rosa” nelle giunte, già alle prossime elezioni amministrative di maggio. La legge deve essere infatti approvata 45 giorni prima del voto che attualmente “balla” tra il 17 e il 24 maggio. Nel primo caso, il tempo sarebbe già scaduto. Se si andasse ad elezioni una settimana dopo, invece, ci sarebbe ancora i tempi. Ma strettissimi. Il ddl andrebbe approvato proprio nella prossima seduta del 17. Senza contare che, dopo la parentesi di ieri, prende corpo il fantasma di una bocciatura dell'intero testo.

Intanto, l'opposizione può andare all'attacco: «La maggioranza a brandelli – ha commentato il il capogruppo del M5s all’Ars Antonio De Luca - ha preferito battere in ritirata oggi, in aula, per paura di prendere altre sonore bocciature sugli articoli cui teneva di più. Quanto accaduto questo pomeriggio è l’ennesima prova che questo governo non ha più i numeri, gli resta una sola cosa da fare: andare a casa».