Meloni ad Addis Abeba, due giorni-chiave: il Piano Mattei mette il piede sull’acceleratore tra Italia, Unione Africana e i nuovi 14 Paesi focus
A cavallo del vertice Italia‑Africa e della 39ª Assemblea dell’Unione Africana, il governo alza l’asticella
A cavallo del vertice Italia‑Africa e della 39ª Assemblea dell’Unione Africana, il governo alza l’asticella: più Paesi coinvolti, pipeline vicina ai 100 progetti, risorse 2025 stimate tra 1,3 e 1,4 miliardi di euro. Ma la posta in gioco – acqua, energia, infrastrutture, lavoro – va ben oltre i numeri
Una fila di valigie colore sabbia avanza nel corridoio lucido dell’Unione Africana. Fuori, Addis Abeba respira l’aria rarefatta dell’altopiano; dentro, gli addetti ai lavori inchiodano gli ultimi dettagli del protocollo. Domattina, all’apertura della plenaria della 39ª Assemblea dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione Africana – fissata per le giornate di sabato 14 e domenica 15 febbraio 2026 – la premier Giorgia Meloni prenderà la parola come ospite d’onore. È l’istante simbolico di una settimana africana che l’Italia ha deciso di giocare tutta in avanti: giovedì 13 febbraio, sempre ad Addis, la seconda edizione del Vertice Italia‑Africa; a ruota, la vetrina continentale dell’UA; sullo sfondo, il test di maturità del Piano Mattei – ponte politico, economico e industriale tra le due sponde del Mediterraneo.
Addis Abeba, il bivio giusto al momento giusto
Il timing non è casuale. L’UA ha per il 2026 un tema che taglia la sostanza delle politiche pubbliche: “Assicurare disponibilità sostenibile di acqua e sistemi sicuri di servizi igienico‑sanitari per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2063”. Un’agenda che non parla solo di dighe, reti e depuratori; parla di sicurezza alimentare, energia, salute, stabilità. Qui l’Italia prova a marcare differenza collocando il Piano Mattei come infrastruttura di medio‑lungo periodo, un set di cantieri che – nelle intenzioni di Palazzo Chigi – devono moltiplicare valore sul terreno, non sui documenti.
In parallelo, la giornata di giovedì 13 febbraio 2026 segna una novità politica: è la prima volta che il Vertice Italia‑Africa si tiene nel continente africano, scelta che il governo presenta come un “cambio di metodo”: non più progetti calati dall’alto, ma co‑progettazione con gli esecutivi e con gli attori regionali. Attorno al tavolo sono attesi Capi di Stato e di Governo di una ventina di Paesi, con l’eco del confronto avviato a Roma il 29 gennaio 2024 quando il Piano venne svelato con una dote iniziale di 5,5 miliardi di euro tra crediti, doni e garanzie.
Dal perimetro ai contenuti: i “14 Paesi focus” e la governance
Nell’ultimo anno il perimetro geografico del Piano Mattei si è allargato: dai 9 Paesi pilota iniziali – Algeria, Egitto, Marocco, Tunisia, Costa d’Avorio, Etiopia, Kenya, Mozambico, Repubblica del Congo – si è passati a 14 Paesi focus con l’inserimento di Angola, Ghana, Mauritania, Senegal e Tanzania. È un dato politico e operativo: più partner significa più domanda di progetti, ma anche più responsabilità nel sequenziare fasi, obiettivi e monitoraggio.
La governance resta in capo alla Cabina di regia istituita con il decreto‑legge n. 161/2023 (convertito nella legge n. 2/2024), supportata dalla Struttura di Missione e dal Comitato tecnico che seleziona gli interventi finanziati – in primis – dal Fondo Italiano per il Clima. Accanto, gli strumenti di Cassa Depositi e Prestiti (il Plafond Africa) e le garanzie di SACE che, dal 2024, hanno accompagnato oltre 200 imprese italiane in filiere chiave dall’agroalimentare all’energia, dalle infrastrutture alla meccanica.
Quanto vale il 2025: la “cassa” e l’effetto leva
Sul piano finanziario, fonti governative indicano per il 2025 una mobilitazione di progetti per un valore compreso tra 1,3 e 1,4 miliardi di euro, frutto di una combinazione di risorse nazionali e multilaterali: Fondo Italiano per il Clima, Plafond Africa di CDP, co‑finanziamenti e garanzie attivate con Banca Africana di Sviluppo, Banca Mondiale/IFC, IFAD, oltre alle sinergie con il Global Gateway dell’Unione Europea. È la cifra‑ponte tra i primi interventi deliberati nel 2024 (oltre 600 milioni distribuiti su 22 schede progetto secondo le relazioni parlamentari) e il salto di scala innescato nel 2025 con l’internazionalizzazione del Piano.
A fare da moltiplicatore, le garanzie SACE superiori a 3 miliardi di euro nei Paesi del Piano, che hanno innescato investimenti per circa 18 miliardi di euro. Il messaggio politico è chiaro: gli “assi” pubblici riducono il rischio, attirano equity e debito privato, e consolidano progetti che senza coperture difficilmente arriverebbero a financial close.
Quasi 100 progetti all’attivo: dove si muove il cantiere africano dell’Italia
L’arco delle iniziative operative ha ormai una massa critica prossima ai 100 progetti censiti e in pipeline, distribuiti sui sei assi tematici del Piano: formazione, salute, agricoltura e sicurezza alimentare, acqua, energia, infrastrutture fisiche e digitali. Non tutti hanno la stessa maturità – alcuni sono in esercizio, altri in procurement o in feasibility – ma il mosaico si compone.
- Formazione e lavoro. In Marocco è in corso il Centro di eccellenza per le competenze sulle energie rinnovabili; in diversi Paesi (dal Maghreb all’Africa orientale) crescono programmi per TVET, formazione duale e upskilling, con il coinvolgimento di Confindustria e di poli italiani della ricerca e dell’alta formazione. È uno dei filoni più popolati perché intercetta il nodo demografico: giovani, occupabilità, imprese.
- Salute. In Costa d’Avorio gli interventi migliorano la qualità e l’accesso ai servizi materno‑infantili e delle fasce fragili; con Africa CDC si aprono finestre su sanità pubblica, workforce e manifattura locale di dispositivi e vaccini, in coerenza con l’Agenda per la Salute e la Sovranità Sanitaria continentale.
- Agricoltura e filiere. In Algeria è in corso il recupero di terreni semi‑aridi e la creazione di filiere resilienti; in Mozambico si lavora su un centro agroalimentare per la valorizzazione dell’export locale. In Kenya, l’ampliamento della produzione di oli vegetali per biocarburanti avanzati mira a coinvolgere – a regime – centinaia di migliaia di piccoli agricoltori, con co‑finanziamenti che combinano Fondo Clima e risorse IFC.
- Acqua. La scarsità idrica è tema politico, sanitario e produttivo. In Repubblica del Congo sono previsti pozzi e reti alimentati da fotovoltaico; in Etiopia interventi di risanamento delle acque. La coincidenza con il tema UA 2026 (acqua e sanità) rende questo asse tra i più osservati.
- Energia. Dall’efficienza alla rinnovabile, dalla generazione distribuita agli asset strategici transfrontalieri. La spinta incontra iniziative europee come Global Gateway e piattaforme BEI; in Tanzania e Mozambico avanzano dossier energetici con componenti di rete e mini‑grid.
- Infrastrutture fisiche e digitali. L’asse comprende mobilità, connettività e progetti “ponte” euro‑africani: dall’interconnessione elettrica nel Nord Africa alle reti digitali e alla connettività satellitare. In chiave regionale, l’Italia ha annunciato un contributo fino a oltre 300 milioni di euro alla fase 2 del Corridoio di Lobito per connettere Angola e Zambia all’Atlantico, in collaborazione con UE e USA.
Perché Addis è un banco di prova anche per l’Europa
Il 20 giugno 2025 Roma ha ospitato un vertice congiunto su “Piano Mattei e Global Gateway”, co‑presieduto da Giorgia Meloni e dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen: sono state annunciate intese per 1,2 miliardi di euro su progetti di investimento strategici. Il messaggio è doppio. Da un lato, l’Italia spinge per “europeizzare” il proprio approccio, allineando progettazione, procurement e blending finanziario; dall’altro, rivendica un ruolo da “hub” – concettuale e infrastrutturale – tra Africa e Unione europea. In questa cornice, Addis Abeba è il luogo perfetto per mostrare che l’allineamento con l’UA non è un esercizio di stile ma una messa a terra coerente con le priorità continentali.
Le voci africane: partner, non platea
Le posizioni dei leader africani – a partire dal Presidente della Commissione UA, Moussa Faki Mahamat – hanno spesso insistito su un punto: il continente cerca partenariati tra pari, non carità e non schemi predatori. È un vincolo politico e culturale che il governo italiano dichiara di aver abbracciato nella pratica: progetti co‑definiti, ownership nazionale, attenzione alle filiere locali e al valore aggiunto in Africa. Anche qui, il banco di prova non sono gli annunci, ma gli atti di spesa, i cantieri e le competenze trasferite.