LA POLEMICA
«Para-mafioso»: la parola che incendia il Csm. Nordio alza la posta, magistrati e opposizioni insorgono
Tra referendum sulla giustizia e ferite aperte della magistratura, una frase del Guardasigilli accende lo scontro. Ma cosa c’è davvero dietro a quell’accusa e quali scenari apre?
Tra referendum sulla giustizia e ferite aperte della magistratura, una frase del Guardasigilli accende lo scontro politico e istituzionale. Ma cosa c’è davvero dietro a quell’accusa e quali scenari apre?
La scena è quella di una presentazione “di casa”, nel Veneto del ministro: tra copie di un libro da firmare, strette di mano, qualche selfie. Poi una frase che taglia il rumore di fondo come una lametta: le correnti del Csm sono un “meccanismo para-mafioso”, un “verminaio correntizio”, che solo il “sorteggio” potrà estirpare. È il 15 febbraio 2026, a poco più di un mese dal referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, e il lessico di Carlo Nordio deflagra nel dibattito pubblico. In poche ore, l’Associazione nazionale magistrati parla di offesa alla memoria delle vittime di mafia; le opposizioni – da Elly Schlein a Giuseppe Conte – chiedono scuse e la presa di distanza della premier Giorgia Meloni. Il ministro replica: “Cito parole pronunciate nel 2019 da Nino Di Matteo”. Ma il solco è tracciato. E la politica – come spesso accade – si accampa sul confine più fragile: quello tra critica dell’assetto corporativo e delegittimazione di un’istituzione costituzionale.
Cosa ha detto Nordio, davvero
Secondo la ricostruzione di più testate, l’intervento di Nordio ruota su pochi capisaldi: all’interno del Csm opererebbe una “consorteria autoreferenziale”, alimentata dalle correnti, che condiziona carriere e decisioni; l’adesione all’Anm raggiungerebbe il 97% dei magistrati, percentuale definita “bulgara” e funzionale a un sistema di potere; le dinamiche elettive produrrebbero scambi di favori (“telefonate”, “padrini”), fino al rischio di incroci tra elettori ed eletti davanti alla sezione disciplinare; il “sorteggio” dei componenti spezzerebbe il “meccanismo para-mafioso”, nato dallo scandalo Palamara e mai davvero bonificato.
A stretto giro la controreplica: “Non capisco tanta indignazione scomposta. Ho solo ricordato parole già usate in passato, da Di Matteo, su ‘mentalità e metodo mafioso’”. Un riferimento documentato: nel settembre 2019, in pieno post-Palamara, Di Matteo parlò di criteri “molto vicini alla mentalità e al metodo mafioso” a proposito del correntismo.
Il fronte delle reazioni: Anm, opposizioni, maggioranza
La reazione dell’Anm è durissima: il sindacato dei magistrati denuncia un paragone che “avvelena i pozzi” e “offende la memoria” di chi ha perso la vita nella lotta alla mafia, oltre a mortificare il lavoro di chi la combatte ogni giorno. Sul piano politico, la segretaria del Pd, Elly Schlein, parla di affermazioni “gravissime” e chiede alla premier Giorgia Meloni di prendere le distanze; il leader del M5S, Giuseppe Conte, invita il ministro a chiedere scusa, accusando il governo di “gettare fango” sulle istituzioni per portare a casa una riforma “salva-politici”. In parallelo, esponenti della maggioranza difendono la linea del Guardasigilli, agganciandola allo scontro delle ultime ore con il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, accusato da alcuni giuristi – tra cui l’ex presidente della Corte Costituzionale, Augusto Barbera – di aver “superato i limiti” nel suo intervento sul referendum.
Il contesto: referendum del 22-23 marzo e la “riforma Nordio”
Non è un caso che la terminologia scelta da Nordio si accenda proprio ora. Il 22 e 23 marzo 2026 gli elettori saranno chiamati a confermare o respingere la legge di revisione costituzionale – pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre 2025 – che interviene sull’ordinamento giudiziario, separa le carriere tra giudici e pubblici ministeri, istituisce due organi di autogoverno distinti e crea un’Alta Corte disciplinare. È un referendum confermativo ex articolo 138: non c’è quorum, vince la maggioranza dei voti validi. Di recente, la Corte di Cassazione ha riformulato il quesito per renderne più espliciti gli articoli costituzionali coinvolti; il Governo ha confermato le date.
Le parole come arma politica: “para-mafioso”, “verminaio”, “mercato delle vacche”
Che il lessico della giustizia sia diventato un arsenale non è una novità. Nella dialettica pubblica, termini come “verminaio” e “mercato delle vacche” compaiono da anni, spesso rimbalzando dallo scandalo Palamara: lo stesso Nordio li ha richiamati più volte per descrivere la degenerazione correntizia. In queste ore, però, l’innesto di “para-mafioso” aggrava il quadro: perché porta nel cuore dell’organo di autogoverno un concetto – la mafia – che, nella memoria civile italiana, è inseparabile da sangue, attentati, sacrificio. È qui che l’Anm parla di “offesa alle vittime”, mentre il ministro rivendica la citazione di Di Matteo come argomento ad personam contro chi oggi sostiene il “No”. Entrambe le cose, però, esigono una ricostruzione puntuale.
Il precedente Di Matteo e la replica delle correnti
Nel 2019, quando il “caso Palamara” squassò l’immagine della magistratura, Nino Di Matteo – candidato al Csm – denunciò come “molto simile al metodo mafioso” la pratica di privilegiare l’appartenenza a una corrente per carriera e tutele. Quelle frasi suscitarono reazioni nette, a partire da Magistratura Democratica, che le definì “inaccettabili” perché evocavano un’equiparazione intollerabile tra associazionismo giudiziario e pratiche criminali. Dunque, il riferimento storico esiste; ma la dialettica interna alle toghe, allora come oggi, distinse tra la critica delle “degenerazioni” e l’uso di categorie che rischiano di travolgere l’istituzione complessivamente.
Cosa c’è di vero nel “97%” e nel ruolo dell’Anm
Nel ragionamento di Nordio il dato “bulgaro” dell’iscrizione all’Anm – il 97% – è usato come indizio di conformismo vincolante. Va detto che l’adesione massiccia ai sindacati è, in vari settori pubblici, anche una forma di rappresentanza diffusa e di tutela collettiva. La denuncia del ministro punta però il dito su un altro punto: il legame tra appartenenze associative, correnti e selezione delle cariche direttive. Proprio questo legame è finito negli anni nel mirino di più riforme e “autoriforme” del Csm, dopo il ciclone Palamara, e resta la faglia politica su cui si gioca anche il referendum.
Il nervo scoperto: il dopo-Palamara non ha chiuso i conti
“Non erano quattro poveretti”: lo ha ripetuto più volte Nordio, accusando il Csm di aver “insabbiato” lo scandalo. Da qui l’argomento-chiave della riforma: senza cambiare regole e composizione degli organi, la “deriva correntizia” continuerà a produrre opacità. Critiche e controcritiche si inseguono: c’è chi, come alcune testate, ha ricordato che in diversi casi i voti decisivi in plenum a tutela di magistrati coinvolti nel “sistema” sono arrivati anche da componenti espressi dall’area politica oggi al governo. La fotografia, insomma, è complessa e stratificata; ma nessuna delle parti contesta il punto di fondo: il correntismo è stato, ed è, una questione aperta.
Il tassello Gratteri e la vigilia avvelenata
La miccia della polemica è arrivata anche dal fronte Gratteri. Dopo le sue frasi – “voteranno Sì i mafiosi, gli indagati, la massoneria deviata” – il Csm aveva invitato a non trascinare l’organo nel dibattito referendario; il ministro ha risposto accusando Palazzo dei Marescialli di “espressioni contorte” e “credibilità minima”. La polemica ha polarizzato ulteriormente il fronte, con il professor Augusto Barbera a definire “indecenti” le parole del procuratore. In questo clima, la scelta di battere la grancassa del “para-mafioso” ha prodotto l’effetto di un amplificatore.
Se il dibattito pubblico scivola sul terreno della metafora più brutale, resta l’amaro di una discussione che non spiega, non informa e non migliora. Eppure, mai come stavolta, servono freddezza analitica e precisione: per decidere se la “riforma Nordio” è la cura giusta a un male reale o solo un’altra terapia d’impatto dal referto incerto.