Regione
«Archivi digitali, l’affare da 62 milioni»: le carte che avvelenano la maggioranza
La discussione sul ddl enti locali; alla vigilia del ritorno all’Ars un “dossier investigativo” sulla norma bocciata
La bagarre, il voto segreto, i franchi tiratori. E adesso, i dossier. L'ultima seduta dell'Ars che ritrova oggi per discutere la riforma degli enti locali, s'era conclusa tra le polemiche soprattutto interne alla maggioranza. Sullo sfondo, una norma di quel disegno di legge bocciata anche col voto (rivendicato), di pezzi del centrodestra, dall'Mpa a Forza Italia. L'articolo “incriminato” era quello sulla digitalizzazione dei documenti urbanistici dei Comuni siciliani. Su quella norma, da giorni, gira un dossier investigativo più o meno “riservato” che solleva dubbi e allunga ombre molto gravi: con quell’articolo, questa la tesi, si voleva favorire qualcuno.
Quale sia la paternità del documento non è certo. Molti elementi simili, però, erano già finiti in una nota dell'Mpa all'Ars con la quale veniva rivendicato il voto contrario. Cosa dice lo studio commissionato da chi voleva contestare quella norma? Racconta di un meccanismo semplice quanto “diabolico” per creare un mercato che non c'è, favorendo grosse aziende dell'informatica. Secondo il dossier, che si intitola «L'articolo 10 che nessuno doveva leggere», prende le mosse dall’analisi “strutturale” della norma. A cominciare dai dubbi relativi al fatto che non prevedesse «nuovi oneri» per la Regione. Cioè nessuna nuova spesa. «La Regione Siciliana – si legge - impone un obbligo complesso e costoso a tutti i Comuni dell'isola, ma si lava le mani dei costi. Questo significa che saranno i singoli Comuni a dover trovare le risorse. Parliamo di enti locali che, nella stragrande maggioranza dei casi, sono piccoli comuni con meno di 50.000 abitanti, spesso in pre-dissesto o in equilibrio finanziario precario».
I Comuni, si ricorda nel dossier, non hanno oggi le competenze per realizzare tutte le complesse attività informatiche previste dalla norma, così sarebbero stati «costretti a rivolgersi al mercato privato». Non per scelta, quindi, ma per obbligo di legge. Ed è lì che si crea un mercato dal nulla.
Ci sono poi i tempi: la norma obbligava i Comuni a espletare il servizio entro 120 giorni. E, per lo stesso motivo di sopra, cioè la carenza di personale, si sarebbero trovati costretti, spiega il dossier, a scegliere una delle tre strade: «L'affidamento diretto sotto soglia, dove il Rup sceglie un fornitore senza gara; l'adesione a convenzioni Consip già attive, che non richiedono procedure competitive; l’acquisto sul MePA (Mercato Elettronico della Pubblica Amministrazione), dove bastano pochi clic per ordinare un servizio a catalogo.» In tutti e tre i casi – precisa il documento - chi è già posizionato su questi canali riceve la domanda senza doverla cercare.
Infatti, su Consip e sul MePA esistono convenzioni quadro attive per servizi di digitalizzazione documentale, gestione elettronica dei documenti e conservazione sostitutiva. I principali operatori aggiudicatari sono un numero ristretto di grandi player nazionali: società come Almaviva, Engineering Ingegneria Informatica, InfoCert, Aruba e poche altre. Oggettivamente le più qualificate, al di là del caso sollevato all’Ars.
In pratica, con un solo articolo, 390 Comuni siciliani sarebbero diventati simultaneamente acquirenti obbligati di servizi che queste aziende già offrono. Servizi in molti casi assai complessi. Una complessità che taglierebbe fuori i piccoli operatori.
Un altro dubbio era emerso già nel corso della discussione in Aula ed era stato sollevato dal deputato del Pd Antonello Cracolici: «Perché si vogliono digitalizzare solo i documenti urbanistici?». La risposta che offre il dossier allunga ombre su potenziali attività speculative di chi può accedere a quelle informazioni - per le quali non era previsto un vincolo di riservatezza - per fare affari immobiliari. Un affare ovviamente anche per chi gestisce il servizio che avrebbe diritto a quello che nel dossier viene definito «un pedaggio obbligatorio», ossia una commissione per ogni singola transazione.
Ma dietro alla descrizione tecnica, ecco il nodo politico: «Chi ha scritto questa norma?», si chiede nel dossier, precisando come il dettaglio degli aspetti tecnici vanno ben oltre le competenze medie di un legislatore regionale. «Nel mondo della consulenza strategica e del lobbying industriale lo schema che emerge ha un nome preciso: demand creation through regulation», cioè «creazione della domanda attraverso la regolazione». O, detta ancora più semplice: la creazione di un nuovo mercato attraverso una legge. Un mercato assai redditizio, secondo le stime del dossier, con un volume di affari che oscillerebbe tra i 23 e i 62 milioni di euro l'anno a carico dei Comuni siciliani.
Ma le ombre in Sicilia starebbero soprattutto negli «operatori locali» ai quali il “big” vincitore attraverso Consip si sarebbe potuto rivolgere con procedure di subappalto: «Chi sono i soci delle società locali - si chiede nel dossier - che tipicamente lavorano come subappaltatori per i grandi operatori della digitalizzazione in Sicilia? Esistono legami parentali, di affinità o di associazione tra questi soci e parlamentari regionali? Ci sono ex funzionari regionali o ex dirigenti comunali che, dopo il pensionamento, sono entrati in queste società? Esistono protocolli d'intesa o convenzioni già firmati tra la Regione e operatori specifici del settore che precedono cronologicamente questa norma?».
E gli operatori, secondo il dossier, avrebbero guadagnato due volte, partecipando anche alla stesura dei progetti utili a reperire gli unici finanziamenti possibili: quelli europei. E a rendere più sospetta la norma, spiega il dossier, una serie di «mancanze»: tra queste, un tetto di spesa, un cronoprogramma, un riferimento all'Autorità anticorruzione.
Fin qui i dubbi. Il resto è storia recente: l'Aula ha bocciato quasi all'unanimità la norma, che era stata difesa dal presidente della commissione affari istituzionali, Ignazio Abbate. La maggioranza si è spacca tra gruppi (Lega e Udc) che hanno tolto il tesserino per fare mancare il numero legale e altri (Mpa e deputati di Forza Italia) che hanno votato contro. Chissà se in quelle ore, il dossier girava già tra le loro mani. Di sicuro, dentro la maggioranza, ormai, trovi spesso un'opposizione. E un dossier.