18 febbraio 2026 - Aggiornato alle 11:06
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giustizia

Mattarella presiede il Csm, il gesto che diventa messaggio: così il Quirinale prova a raffreddare la battaglia sul referendum

Una presenza inedita e studiata mentre infuriano le polemiche: il Capo dello Stato siede al plenum per un richiamo alla misura, tra le accuse di “sistema para‑mafioso” rilanciate da Nordio

18 Febbraio 2026, 09:51

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Iil Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha deciso di presiedere personalmente il plenum del Consiglio superiore della magistratura nella mattinata di oggi. Un gesto raro, preparato in silenzio, che arriva mentre fuori dal palazzo infuria una campagna referendaria trasformata in un crescendo di accuse incrociate tra governo e magistratura. Un gesto che, da solo, fa notizia e diventa messaggio: abbassare i toni, riportare il confronto sul merito, sottrarre la giustizia alla rissa quotidiana.

Il contesto: referendum, riforme e parole che scottano

Il calendario politico segna 22–23 marzo 2026 come le date del referendum costituzionale sulla cosiddetta “Riforma Nordio”: separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, sdoppiamento del CSM in due Consigli distinti, ridefinizione del sistema disciplinare con una Alta Corte dedicata e, soprattutto, nuovi meccanismi di selezione dei componenti — inclusa una quota di sorteggio — per spezzare il correntismo. È la promessa della maggioranza guidata da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia: rendere la giustizia più rapida e “terza”, arginando derive associative. Ma è anche la linea del fronte per l’opposizione e per larga parte dell’associazionismo giudiziario, che vedono il rischio di ridurre l’indipendenza dei magistrati e l’equilibrio dei poteri.

In questo clima già iper‑teso, il 15–16 febbraio il dibattito è deflagrato. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha definito nel CSM un “sistema para‑mafioso” — rivendicando di aver semplicemente “citato” l’allora pm antimafia Nino Di Matteo del 2019, quando parlò delle “degenerazioni del correntismo” usando parole durissime (“criteri molto vicini alla mentalità e al metodo mafioso”). Le reazioni sono state immediate: l’ANM ha denunciato un’offesa alla memoria dei magistrati uccisi dalle mafie; l’opposizione — da Elly Schlein a Giuseppe Conte — ha chiesto al governo di fermare l’escalation; il ministro ha replicato accusando “indignazione scomposta”.

Poche ore dopo, il 17 febbraio, la premier Giorgia Meloni ha rilanciato un concetto già espresso in passato: «una parte politicizzata della magistratura ci ostacola», citando in particolare i dossier sull’immigrazione come terreno di scontro. Un’affermazione che ha cementato, nella percezione pubblica, l’idea di una campagna referendaria giocata sul confine più delicato della nostra democrazia: quello tra potere politico e potere giudiziario.

Perché la presenza di Mattarella conta

Che il Capo dello Stato presieda il CSM è previsto dall’articolo 104 della Costituzione; nella prassi, però, il Presidente interviene solo in momenti selezionati, quando il sistema ha bisogno di un richiamo istituzionale. La decisione di Sergio Mattarella di sedere al plenum proprio oggi, nel pieno della bagarre, non è casuale: è la traduzione operativa di quella “preoccupata attenzione” che dal Quirinale filtra da giorni e che invita a rientrare nei canoni della dialettica rispettosa, specie mentre il Paese è chiamato a esprimersi su una revisione costituzionale. Non è un pronunciamento sul merito del referendum; è, piuttosto, un segnale di metodo: le riforme che toccano l’architettura della giustizia si discutono con rigore, non con slogan.

C’è anche un secondo livello, simbolico, che vale la pena sottolineare. Il plenum si tiene nel palazzo che dal 2024 porta il nome di Vittorio Bachelet, vice‑presidente del CSM assassinato dalle Brigate Rosse il 12 febbraio 1980: una scelta del Consiglio per ribadire la memoria istituzionale e il rifiuto della violenza come strumento di lotta politica. Che il Presidente sieda oggi proprio qui, nel “Palazzo Bachelet”, aggiunge profondità al messaggio: alla giustizia italiana serve fermezza democratica, non invettiva.

Il caso Gratteri sul tavolo del plenum

Sul tavolo del Consiglio — presieduto oggi da Mattarella e con Fabio Pinelli alla vicepresidenza — c’è anche l’onda lunga del caso Nicola Gratteri, procuratore di Napoli, le cui parole sul voto al referendum («per il “Sì” voteranno indagati, imputati, massoneria deviata e centri di potere») hanno innescato, la scorsa settimana, un effetto domino: reazioni durissime di governo e maggioranza, minacce di azioni legali, una richiesta formale — avanzata dal laico azzurro Enrico Aimi — di valutare profili disciplinari, e la successiva nota di un gruppo di consiglieri togati che ha chiesto di non “trascinare il CSM nella contesa referendaria”. Una miccia accesa che il plenum di oggi è chiamato, se non a spegnere, almeno a isolare.

Nel frattempo, Gratteri ha parzialmente precisato il senso delle proprie affermazioni, parlando di frasi «strumentalizzate» e rivendicando la sua contrarietà alla riforma per motivi di principio: indipendenza della magistratura e uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Ma il danno è fatto: nella comunicazione politica, le parole d’impatto viaggiano più veloci delle correzioni.

Le parole di Nordio, la citazione di Di Matteo e il filo teso tra storia e presente

La miccia più recente l’ha accesa Carlo Nordio. Il Guardasigilli ha detto “sistema para‑mafioso” riferendosi al CSM e al meccanismo correntizio, sostenendo che la sua riforma — e in particolare l’introduzione del sorteggio — spezzerebbe quella rete di appartenenze che, a suo dire, condiziona carriere e procedimenti disciplinari. Alla pioggia di critiche, Nordio ha risposto: «Non è un giudizio mio, ho citato Nino Di Matteo». E in effetti, nel 2019, presentando la propria candidatura al Consiglio Superiore della Magistratura, l’allora pm antimafia usò parole quasi sovrapponibili: «l’appartenenza a una cordata è l’unico mezzo per fare carriera… criterio molto vicino alla mentalità e al metodo mafioso». C’è però un punto decisivo che lo stesso Di Matteo ha più volte ribadito: la sua contrarietà tanto al sorteggio quanto a riforme “punitive” del CSM. È qui che la citazione si fa selettiva e la politica, come spesso accade, prende la scorciatoia del frammento.

Dall’altro lato, l’ANM ha letto nelle parole del ministro un attacco che scavalca il merito e scivola nell’offesa a una comunità che, in decenni, ha pagato un tributo di sangue. «Offendono la memoria di chi ha perso la vita contro la mafia», ha scritto l’associazione, chiedendo il ritorno a un linguaggio istituzionale. Elly Schlein ha parlato di affermazioni «gravissime», chiedendo a Giorgia Meloni di prendere le distanze; Giuseppe Conte ha invocato uno stop al “fango sulle toghe”. Il ministro ha replicato, con tono fermo, che “l’indignazione è scomposta”. Il quadro, insomma, è quello di una campagna in cui ogni parola pesa più di un voto.

Il punto d’oggi: che cosa aspettarsi dal plenum

Il plenum odierno non cambierà, da solo, l’assetto della campagna. Ma potrà mandare tre segnali concreti. 

Un richiamo a evitare l’uso del CSM come “palcoscenico” della contesa. Le pratiche su Gratteri — e più in generale i profili disciplinari — dovranno seguire i binari ordinari, senza essere piegati a bandiera. È il cuore della nota con cui diversi togati hanno già preso le distanze dalla sovra‑esposizione del Consiglio nella disputa referendaria.

La riaffermazione del principio — caro al Quirinale — che il linguaggio delle istituzioni non è un optional. Si può criticare il correntismo duro e crudo (lo hanno fatto negli anni anche voci interne alla magistratura), ma la retorica delle “mafie” applicata in blocco alle toghe non aiuta né la comprensione pubblica né la qualità del voto.

L’invito, rivolto a tutti, a misurarsi con i testi e con i dati. Nelle ultime settimane, i sondaggi hanno oscillato sensibilmente e il numero di indecisi resta alto: segno che c’è spazio per un confronto informato, meno per gli spari retorici.