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la svolta

Quattro Regioni firmano gli Schemi di Intesa per l’Autonomia (ma la Sanità resta fuori)

Via ad un passaggio che divide: cosa prevedono davvero le nuove pre‑intese e come possono incidere su sanità, protezione civile, professioni e previdenza

18 Febbraio 2026, 18:27

Cosa cambia con gli Schemi di Intesa per l’Autonomia: vantaggi concreti e criticità

Quattro Regioni, un passaggio che divide: cosa prevedono davvero le nuove pre‑intese e come possono incidere su sanità, protezione civile, professioni e previdenza

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A Palazzo Chigi quattro presidenti di Regione hanno “firmato” una tappa chiave di un percorso lungo anni. C'è infatti il via libera agli Schemi di intesa preliminare sull’autonomia differenziata per Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto. Un passaggio atteso e contestato, salutato dal ministro delle Autonomie Roberto Calderoli come “storico” e scandito dalla soddisfazione del vicepremier Matteo Salvini, che nei giorni scorsi aveva legato l’avanzamento del dossier all’idea di “altra promessa mantenuta”. Ma al di là degli slogan, cosa cambierà – se davvero cambierà – per i cittadini? E quali sono i rischi? Proviamo a capirlo, partendo dai fatti, dalle date e dai testi.

Dunque il Cdm ha approvato gli Schemi di intesa preliminare tra Stato e quattro Regioni su quattro “materie non LEP”: protezione civile, professioni, previdenza complementare e integrativa, e – in sanità – il solo coordinamento della finanza pubblica. Le Regioni coinvolte sono Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto; i rispettivi governatori hanno partecipato alla seduta, a suggellare un passaggio che – politicamente – riallinea il governo con uno dei pilastri identitari della Lega. Il ministro Calderoli rivendica la natura “decisiva” del passaggio; nelle chat e sui social dell’area di governo Matteo Salvini ha parlato in queste settimane di “altro passo in avanti” e “altra promessa mantenuta” sull’autonomia.

La Legge 86/2024 stabilisce procedura, tempi e limiti del regionalismo differenziato ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione. Due punti sono cruciali per capire gli Schemi approvati oggi: le richieste regionali possono riguardare fino a 23 materie, ma su tutte le aree coperte dai LEP – Livelli essenziali delle prestazioni l’attribuzione di competenze è possibile solo dopo la definizione dei relativi standard e del finanziamento adeguato. Per questo, le prime quattro materie negoziate sono “non LEP”.

La Corte costituzionale, con la sentenza 192/2024 (depositata il 3 dicembre 2024), ha “corretto” il perimetro della riforma in almeno 7 punti, ribadendo il ruolo del Parlamento e l’esigenza di garantire l’unità dei diritti, specie in ambiti come l’istruzione. In sostanza: l’autonomia si può fare, ma entro paletti stringenti e con controlli.

Le quattro materie in pratica: cosa può cambiare per i cittadini

Gli Schemi di intesa puntano a rafforzare la capacità delle Regioni di attivarsi rapidamente su prevenzione, gestione e ripristino post‑disastro. Un esempio concreto arriva dal documento della Regione Piemonte sulla pre‑intesa di novembre: tra gli obiettivi, la possibilità di dichiarare subito lo stato di emergenza regionale in caso di calamità, accorciando il tragitto burocratico quando serve agire nelle “prime 24‑72 ore”. Il vantaggio reale, se attuato bene, è la tempestività: fondi e uomini mobilitati più in fretta su frane, incendi, alluvioni. La criticità è il coordinamento: in caso di eventi sovra‑regionali (pensiamo a catene alpine o bacini idrografici che coinvolgono più territori), la regia dello Stato e del Dipartimento nazionale di Protezione civile dovrà restare netta, con procedure comuni e canali unici per la catena di comando. Qui si gioca l’equilibrio tra velocità locale e uniformità nazionale.

Sulle professioni l’autonomia mira a disciplinare figure con forte radicamento territoriale – emblematica la citazione di “maestri di sci” e “guide alpine” – e ad accelerare l’aggiornamento di profili richiesti dall’economia regionale (turismo montano, cantieri, artigianato di nicchia, filiere green). Il vantaggio potenziale è la flessibilità: percorsi formativi e regole più vicine ai bisogni locali. Il rischio è la frammentazione: troppi albi o requisiti diversi potrebbero creare barriere alla mobilità tra Regioni. La sentenza 192/2024 e la stessa legge 86 impongono che le regole “locali” non violino l’unità del mercato del lavoro nazionale. Servirà, insomma, un cauto “regionalismo funzionale”, non una babele regolatoria.

È la materia più “sperimentale”. Gli Schemi aprono a misure regionali di previdenza integrativa e welfare aziendale/contrattuale per categorie considerate strategiche. Un caso indicativo è la previsione del Piemonte di agevolazioni per medici e infermieri nelle aree montane: l’obiettivo è rendere attrattive zone oggi penalizzate da turni gravosi e stipendi non competitivi. In territori di confine come la Lombardia, la leva previdenziale potrebbe contribuire a frenare l’esodo verso la vicina Svizzera. Il confine da non superare? La perequazione: benefici locali non devono trasformarsi in dumping tra Regioni o in voragini di finanza pubblica. Qui entreranno in campo i pareri del MEF e il controllo parlamentare ricordati dalla Consulta.

Nessuno “strappo” immediato su LEA/LEP o su ordinamenti clinici: il perimetro dell’intesa è il coordinamento della finanza pubblica in sanità. Tradotto: più autonomia nella programmazione economica, negli schemi di acquisto e nei contratti di personale entro i vincoli nazionali. È molto o è poco? Dipende da come le Regioni useranno lo spazio per affrontare problemi urgenti: in Lombardia la Regione ha varato nuovi indirizzi per il 2026: “agende sempre aperte”, monitoraggio dell’intramoenia, uso dell’IA negli screening oncologici e risorse dedicate (fino a 42 milioni per pazienti fragili, 20 milioni per ricerca). Una cornice di autonomia finanziaria può facilitare la programmazione di spesa e l’interlocuzione con il privato accreditato per abbattere le liste d’attesa. Resta però il dato critico: nel 2025 solo 4 prestazioni urgenti su 10 risultavano evase entro 72 ore. Se l’autonomia è utile, lo diranno i tempi: gli obiettivi sono fissati a giugno 2026 per alcuni recuperi.

In Liguria il nodo è la carenza di medici di famiglia: al 1° gennaio 2024 ne mancavano 112 per raggiungere il rapporto ottimale, e oltre il 50% supera il massimale di 1.500 assistiti. Con più leve su spesa e contrattazione, la Regione potrebbe modulare incentivi mirati (indennità territoriali, borse, flessibilità di incarico). Ma senza una programmazione nazionale coerente del fabbisogno formativo e del reclutamento, il rischio è spostare il problema da una Regione all’altra.

La sanità insomma non cambia “nome e cognome” domattina, ma gli strumenti finanziari regionali – se ben usati – possono incidere su liste d’attesa, attrazione del personale e servizi di prossimità. Il banco di prova sarà misurabile in mesi, non in anni.

Il via libera agli Schemi arriva dopo settimane in cui la Lega ha rimesso al centro l’autonomia come bandiera identitaria. Il 13 febbraio 2026, Salvini lo ha ribadito pubblicamente, rivendicando l’avanzamento del dossier e scandendo la sequenza dei prossimi passaggi istituzionali. La cornice mediatica scelta dal governo – governatori al Cdm e comunicazione social incernierata su “passo avanti” e “promessa mantenuta” – mira a trasformare un atto tecnicamente preliminare in un segnale politico di concretezza al proprio elettorato. Dall’altra parte, le opposizioni richiamano i rilievi della Corte e temono uno “spezzatino” dei diritti. È uno scontro che si misura non solo a colpi di dichiarazioni, ma sul piano – misurabile – dei servizi.