POLITICA
Intervista a Fratoianni: «In Sicilia il campo largo serve per vincere, sì a La Vardera»
Il segretario di Sinistra Italiana sbarra le porte a De Luca: «Non puoi stare con noi se hai governato con la destra. Il primo nome in campo c'è e va valorizzato, non marginalizzato. Poi decidiamo assieme il candidato»
Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana e co-portavoce di Ave
Nicola Fratoianni, deputato di Alleanza Verdi Sinistra e segretario di Sinistra Italiana, com’è andato il tour dei disastri di Sicilia?
«Bene, cioè male. Ma è sempre importante vedere le cose con i propri occhi, perché altrimenti il rischio di parlare a vanvera è alto. La frana di Niscemi l’abbiamo vista al microscopio in queste settimane, nei servizi giornalistici, ma esserci di persona, accompagnati dalle persone che hanno perso la casa, e quindi hanno perso parte della loro vita, è impressionante. In modo diverso, lo è stato anche attraversare la fascia ionica dopo Harry. C’è una cosa che salta all’occhio in tutt’e due i casi: l’estrema fragilità delle nostre regioni. Se c’è una grande opera pubblica che manca al Paese è questa: la messa in sicurezza del territorio».
Figlia della mancata consapevolezza climatica?
«Abbiamo a che fare con una classe dirigente di climafreghisti. Ci sono dati che raccontano il cambiamento climatico e l’impatto dell’uomo sui suoi effetti, e il governo non vuole ammetterlo. Tempo fa, alla Camera, il ministro Nello Musumeci ha ammesso l’esistenza del cambiamento climatico e dai banchi delle opposizioni si è alzato un “Ohh”. Significava: finalmente».
Il ministro, da ex presidente della Sicilia, gli effetti dei cambiamenti climatici li ha visti qui.
«Senza volontà di speculare... Continuiamo a spendere una enorme quantità di denaro per riparare i danni, quando potremmo spenderne molto meno per evitarli, per prevenirli. È inaccettabile sentirsi dire che su queste cose non c’è copertura, perché la politica è fatta di scelte. È ridicolo, per esempio, sentire che non ci sono risorse per il congedo parentale paritario, se poi metti 14 miliardi sul Ponte sullo Stretto. Soldi che potrebbero servire per investire su clima, mobilità ferroviaria...».
A proposito, lei come torna a Roma?
«Con un Intercity notte da Messina. Ho scoperto che c’è una tratta che il treno non può fare proprio per i danni del ciclone Harry».
Senza l’autobus sostitutivo si perde un pezzo dell’esperienza del treno in Sicilia. Senta, lei è stato qui quasi in contemporanea con Conte. Non vi siete incrociati per poche ore. Parliamo del campo largo?
«Lo stiamo costruendo attorno all’opposizione a un’idea di Paese che non ci piace. Partendo dalla controriforma della giustizia. Quello che trovo sconcertante è che lo hanno dichiarato: non fanno niente di quello che serve veramente per migliorare la giustizia in Italia. Non intervengono sul precariato, non coprono gli organici. E ogni volta che parlano in pubblico Meloni e Nordio rendono piena confessione di un fatto: vogliono garantire un controllo politico della magistratura, vogliono scudare sé stessi. Lo dimostrano ogni giorno: la Corte dei Conti fa obiezioni sul Ponte? Riformano la Corte dei Conti. Da quando sono al governo hanno inventato 47 nuovi reati e aggiunto 417 anni di galera possibili».
E allo stesso tempo hanno previsto scudi penali per le forze dell’ordine...
«Rovesciamo il punto di vista: io sono d’accordo che la sicurezza non sia né di destra né di sinistra. Però quello che abbiamo visto finora sono tutte misure di natura propagandistica, come quelle sulle politiche migratorie... Ma non voglio sottrarmi alla domanda sul campo largo».
Ecco. In Sicilia quanto largo?
«Largo. Dobbiamo puntare a vincere. Questa è una Regione che è stata travolta dalla questione morale e dall’idea che si fa politica solo per tutelare il proprio interesse».
Regione «travolta»? Il verbo suppone movimento, qui non si muove niente.
«È una cosa sconcertante, e io sono pure garantista. Qui si vive nell’eterno ritorno dell’uguale: Cuffaro è sparito per un po’, poi è tornato, era sempre sé stesso, e adesso vediamo com’è andata. Io lo trovo inaccettabile».
E poi c’è anche la storia delle mancette...
«Anche alla Camera abbiamo un budget per i gruppi parlamentari, Avs ha un milione di euro».
Quasi quanto un deputato di maggioranza all’Ars.
«Noi abbiamo usato quei soldi per incrementare le risorse per i precari del Cnr. Abbiamo risolto il problema del precariato? No, ma non li abbiamo dati alla sagra di chissà cosa. Non deve nemmeno esserci l’ombra del sospetto che le risorse pubbliche possano andare a tutela di interessi personali».
Anche dentro al campo progressista siciliano, però, ci sono visioni diverse su questo tema.
«Noi non mettiamo veti su nessuno, ma una cosa deve essere chiara: dobbiamo rappresentare l’alterità rispetto a chi governa oggi».
Quindi è un’asticella che guarda al futuro e che sceglie di non essere retroattiva?
«Guarda al futuro relativamente. Non puoi stare con noi se hai governato con la destra».
È un “no” a Cateno De Luca. Ma qui abbiamo anche altri problemi. Facciamo un esempio pratico: se il giorno prima delle elezioni uno lascia l’Mpa e prova a entrare nel Pd, porte sbarrate?
«Se un giorno prima delle elezioni lascia l’Mpa per entrare in Avs porte sbarrate. Per il Pd bisogna chiedere al Pd. Poi ripeto: se finisci per somigliare a quegli altri, la gente perché dovrebbe sceglierti? Sceglierà sempre l’originale».
È fantapolitica Ismaele La Vardera candidato alla presidenza della Regione in quota Avs?
«La fantapolitica non esiste, la politica è prima di tutto un’idea e ogni cosa parte da lì. Noi lo abbiamo detto che guardiamo con interesse a La Vardera, e alla disponibilità che ha messo in campo. Penso che il centrosinistra debba valorizzarlo, non marginalizzarlo».
Il candidato come si sceglie? Primarie sì o no? Perché non sono state garanzia di successo, né di unità della coalizione.
«Se si arriva alla scadenza elettorale naturale, c’è un anno per pensarci e si passerà anche da un confronto con i segretari nazionali dei partiti. Il primo nome in campo c’è, La Vardera, vediamo quali altri arriveranno e se si faranno le primarie o si troveranno altri modi. A noi interessa che, intanto, due cose diventino patrimonio collettivo: essere alternativi; il percorso di scelta non può essere inintelligibile, deve essere aperto e trasparente».
A livello nazionale vale la stessa cosa?
«Assolutamente sì. Ci sono mille modi per fare le cose, ma bisogna che i gruppi dirigenti si riuniscano e parlino della proposta da costruire, affinché l’alternativa unitaria viaggi per il Paese. Dobbiamo andare a parlare alle persone, la dobbiamo raccontare. Sapete cosa è assurdo? Che i nazionalisti sono riusciti a fare l’internazionale, le sinistre fanno fatica a stare insieme in un unico Paese».