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Caso Almasri, chiuse le indagini su Giusi Bartolozzi: «E' stata reticente davanti al pm»
L'ex parlamentare e attuale capo di gabinetto del ministro Nordio ora ha venti giorni di tempo per presentare la sua memoria. In genere si tratta di un atto che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio
Giusi Bartolozzi, ex deputata e attuale capo di gabinetto del ministro Carlo Nordio, ha ricevuto tramite il suo difensore l'avviso di conclusione delle indagini preliminari da parte della Procura di Roma. L'ipotesi di reato che pende sulla sua testa è pesante per chi occupa un ruolo di tale vertice istituzionale: si tratta di "false informazioni" rese al pubblico ministero, in violazione dell'articolo 371-bis del codice penale.
Il fascicolo che la vede coinvolta è uno dei più scottanti e politicamente sensibili degli ultimi anni: il cosiddetto "caso Almasri", una vicenda ad alto tasso istituzionale che ha già scosso gli equilibri tra i poteri dello Stato. La controversia ruota attorno all'arresto, alla successiva scarcerazione e al rimpatrio in Libia (avvenuto il 21 gennaio 2025 con un volo di Stato) del generale libico Osama Najim Almasri, su cui pendeva un mandato di cattura della Corte penale internazionale (CPI). Mentre per i ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, e per il sottosegretario Alfredo Mantovano, il Tribunale dei Ministri aveva chiesto l'autorizzazione a procedere – poi respinta dalla Camera dei deputati il 9 ottobre 2025 – per Bartolozzi la strada giudiziaria è radicalmente diversa.
Essendo il suo un presunto reato comune e autonomo, non commesso in concorso con i ministri, la Procura guidata da Francesco Lo Voi procede per le vie ordinarie, senza necessità di alcun vaglio o autorizzazione parlamentare. L'accusa non contesta a Bartolozzi decisioni di governo o scelte politiche, ma si concentra su un aspetto squisitamente tecnico: la veridicità e la completezza delle dichiarazioni da lei fornite durante le audizioni davanti al Tribunale dei Ministri tra il 2025 e il 2026. Il sospetto degli inquirenti è che l'alta funzionaria possa essere stata reticente o aver fornito ricostruzioni non veritiere per coprire i "silenzi indebiti" o le presunte illegittimità del decreto di espulsione lamentate dai giudici, dinamiche forse influenzate dal timore di ritorsioni contro interessi italiani in Libia evocati dall'intelligence.
La "zarina della Giustizia" è stata di assoluta fermezza. «Sono assolutamente serena e vado avanti» e «Continuerò a lavorare con senso di responsabilità», ha dichiarato dopo aver ricevuto la notifica.
Cosa succederà ora sul piano prettamente giuridico? L'avviso di chiusura delle indagini è in genere preludio per la richiesta di rinvio a giudizio: da questo momento, la difesa ha la possibilità di accedere agli atti, presentare memorie difensive e chiedere di essere interrogata.