l’intervista
Di Pietro: «Con la riforma il giudice non sarà mai più fratello di sangue del pm»
Giustizia. L’ex pm di “Mani Pulite” ritiene che l’attuale sistema non garantisca terzietà
Antonio Di Pietro non ha alcun dubbio: la riforma della giustizia è l’occasione per sanare le storture di un sistema che «non garantisce la terzietà del giudice». Una carriera fra magistratura e politica: ex pm del pool di Mani Pulite, ex ministro del Governo Prodi ed ex leader di Italia dei Valori. Di Pietro domani, alle 19, sarà al Palazzo della Cultura di Catania per un incontro organizzato dal Comitato SìSepara.
Cosa porterà questa riforma?
«La naturale conclusione di un impegno che i nostri padri costituenti hanno stabilito nella Costituzione: attivare il sistema accusatorio per sostituire il sistema inquisitorio, di mussoliniana memoria. L'accusa e la difesa si troveranno, finalmente, in posizione di parità davanti a un giudice terzo. E se questo giudice viene qualificato dalla stessa Costituzione “terzo”, è bene che non sia “fratello” di una delle parti come attualmente è con un unico Consiglio Superiore che stabilisce la carriera di entrambi».
Da pm, quindi, si sentiva di essere in un sistema dove non era garantita la terzietà?
«Io a differenza di molti ex colleghi non ho fatto solo il pm, ma ho svolto tanti altri ruoli all'interno del processo penale. Sono stato commissario di polizia, avvocato, testimone, parte civile, indagato e pure imputato. Mi manca solo la figura del condannato. Quindi rispetto a loro non ho l’uniformismo con cui vedono cosa si svolge in un’aula di giustizia. Loro hanno sempre indossato un solo abito, io ho messo le giacchette di tutti i soggetti processuali e, quindi, credo di poter dire con onestà intellettuale che “l'arbitro” per far sentire di essere un vero arbitro, a prescindere dal fatto che lo sia o meno, lo deve far percepire anche alle parti che stanno di fronte a lui. Fin quando di fronte a lui ci sarà una parte che sa che “l'arbitro” è fratello di sangue del pm con cui divide la propria carriera, ci sarà sempre quel patema d'animo, quello stato d'animo angosciante che deve essere risolto una volta per tutte. Oggi ne abbiamo l'occasione, non aspettiamo altri trent'anni ancora».
Dove sta il corto circuito?
«Nella fase delle indagini preliminari non c’è alcuno che difende la posizione della parte offesa e neanche dell'indagato. Le indagini preliminari si concludono al 90% con il giudice che conviene con quanto ha detto il pubblico ministero. Quindi se chiede il rinvio a giudizio dispone il rinvio a giudizio. Con la successiva conseguenza che il 50% di quelli che vanno a giudizio poi vengono assolti in dibattimento. Ma questo non dimostra, come qualche mio ex collega vuole far credere, che funziona la terzietà perché in dibattimento poi si viene assolti, ma dimostra semmai che manca in modo macroscopico il filtro del giudice delle indagini preliminari, perché questo giudice ha sempre di più assunto la cultura del pubblico ministero».
L'Alta Corte: perché secondo lei è stato necessario togliere al Csm la funzione disciplinare?
«Perché se lo merita. La sezione disciplinare del Csm in tutti questi anni ha dimostrato, carte alla mano, che ha molto spesso fatto due pesi e due misure, tant’è vero che ci sono stati plurimi interventi del tribunale amministrativo regionale per cancellare i provvedimenti che sono stati presi. Io credo che sia un bene che a giudicare sia un soggetto terzo e indipendente anche dalle correnti che governano l'Associazione Nazionale Magistrati e quindi il Consiglio Superiore».