8 marzo 2026 - Aggiornato alle 00:55
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l'intervista

Musumeci: «Su Niscemi mai ricevute segnalazioni. Fondi Harry, nessun "braccino corto" ma cultura di governo»

Il ministro: «Alla Regione sempre meno politica e più politicanti. Schifani bis? Non do pagelle, gli auguro buon lavoro. La regola dell'uscente ricandidato: dopo me, Molise e Sardegna, nel centrodestra non esiste più»

08 Marzo 2026, 00:42

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Musumeci: «Su Niscemi mai ricevute segnalazioni. Fondi Harry, nessun "braccino corto" ma cultura di governo»

Nello Musumeci, ministro della Protezione civile

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Ministro Nello Musumeci, perché di fronte alle calamità si coniugano sempre i verbi al passato, scaricando le responsabilità a chi c’era prima, o al futuro, facendo promesse che si sa già di non poter mantenere, e nessuno usa il presente?
«Semplice e ovvio. Perché per ogni calamità si paga la mancata prevenzione del passato e si alimentano le incerte speranze della ricostruzione. Mi spiego meglio. Immagini la protezione civile come un tavolo a tre gambe: c’è il prima, cioè la prevenzione; un presente, vale a dire la gestione dell’emergenza; e un dopo, ossia la ricostruzione post calamità. È ovvio che se nel passato non hai fatto nulla per la prevenzione, quando arriva la calamità puoi solo contare morti, feriti e danni. Poi parte la ricostruzione, che qualche volta è lenta e costosa».

La Sicilia, fra ciclone Harry e frana di Niscemi, non s’è fatta mancare niente. Sono due eventi molto diversi, eppure accomunati dalla medesima matrice: l’incapacità di mettere a terra una politica di prevenzione. Anche in questo caso verbi al passato e al futuro?

«Anche in questo caso vale quello che ho appena detto. Con una differenza: i danni del ciclone potevano essere limitati, se si fossero realizzate nel passato le opportune infrastrutture di difesa lungo le coste. La frana di Niscemi, invece, temo fosse inarrestabile già dopo l’evento del 1997. Almeno così si sarebbero espressi i tecnici del Cts in un verbale del 2005. È probabile che, se trent’anni fa fossero stati effettuati i lavori, quel crollo del gennaio scorso sarebbe arrivato qualche anno dopo. Ma la mia è soltanto una supposizione».

Su Niscemi lei ha fatto un passaggio molto crudo: «Vorrei sapere se quelle case che abbiamo visto crollare in fondo al burrone erano le stesse case che dovevano essere demolite trent'anni fa». Alla fine ha saputo qualcosa?
«No. La mia domanda nasceva spontanea. Se dopo il 1997 si decise di demolire su quella collina oltre cento case e ne furono abbattute solo 25, tutte le altre che fine hanno fatto? Quando i cittadini di Niscemi, nelle scorse settimane, hanno parlato,- giustamente arrabbiati, delle loro abitazioni appena ristrutturate o comprate, a quali edifici si riferivano? Sono gli stessi che vediamo nella foto sul ciglio del burrone o altri ancora? Credo sia importante saperlo, ci aiuterebbe a capire perché nel tempo qualcuno ha avuto interesse a far calare il sipario su quella frana del 1997, lasciata nel dimenticatoio per decenni».

Nei giorni più convulsi dell’emergenza Niscemi, più volte è stato evocato il suo precedente ruolo di presidente della Regione. Al netto delle accuse delle opposizioni, alle quali lei ha risposto in parlamento, è spuntato un documento del 2022 in cui si parlava di «rischio molto elevato». Sulla frana ritiene di aver fatto tutto quello che c’era da fare?
«Se non ricordo male, l’unico intervento che mi è stato chiesto dal sindaco di Niscemi nei cinque anni del mio governo alla Regione è stato un sollecito per riparare una strada provinciale franata. Sono subito intervenuto sul direttore regionale competente e l’indomani il primo cittadino mi ha anche ringraziato. Abbiamo realizzato quell’opera in poco tempo e speso un milione e 200mila euro, come del resto ha ricordato il suo giornale. Ma mai parlato del pericolo frana per l’abitato. Del resto, credo che il sindaco interloquisse con i dirigenti, perché quel tipo di intervento non passa dall’autorità politica, che si limita a dare solo indirizzi programmatici. Sono le strutture tecniche regionali che operano autonomamente: dipartimento Protezione civile, soggetto attuatore della Struttura contro il dissesto, Autorità di bacino. Il documento del maggio 2022, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, è solo un aggiornamento del Pai di quel territorio. E dice quello che tutte le strutture e lo stesso Comune sapevano da vent’anni: zona a rischio molto elevato. Non so cosa abbiano fatto dopo, essendosi conclusa nel frattempo la mia legislatura. Posso solo dirle, con orgoglio, che sotto il mio governo la Sicilia è stata la prima regione in Italia per risorse impegnate contro il dissesto: circa 400 milioni di euro».

Che idea s’è fatta della ricostruzione di Niscemi? Meglio una new town ricostruita di sana pianta distante dal fronte della frana o un riutilizzo degli immobili non abitati da assegnare agli sfollati?
«Non ho elementi per esprimermi sul dopo frana. Il Consiglio dei ministri ha accolto la mia proposta di stralciare la pratica Niscemi da quella del ciclone e affidarla a un commissario straordinario nella persona del direttore del dipartimento nazionale di Protezione civile. Gli abbiamo messo a disposizione 150 milioni e 60 giorni per il cronoprogramma. Sulla scorta dei pareri tecnici e d’intesa col Comune e la Regione, il commissario deciderà cosa fare. L’importante è restituire presto normalità a tutti i cittadini e il diritto alla casa a quanti l’hanno persa».

Anche rispetto ai danni di Harry, visto che le mareggiate non sono più eventi eccezionali, ci sono delle precise responsabilità. Di chi ha «costruito male nel passato», come giustamente ha detto lei. Ma anche di chi, fra condoni e sanatorie, tanto a Roma quanto a Palermo, ha strizzato l’occhio all’elettorato degli abusivi?
«Noi italiani non siamo molto propensi alla prevenzione. Il rischio naturale non lo percepiamo, siamo fatalisti e talvolta rassegnati. Ora che il cambiamento climatico ha reso più evidente la fragilità del nostro territorio, la prevenzione strutturale dovrebbe essere la priorità. A tutti i livelli. Non basta costruire presto ma anche bene, per evitare che con la prossima mareggiata torni tutto come prima. Quanto ai condoni edilizi, le ricordo che il primo condono, quello più importante, lo volle il centrosinistra, negli anni Ottanta. Si sanarono decenni di devastazioni al territorio italiano».

Adesso, però, è il momento di pensare alla ripartenza. Il governo Meloni ha messo sul piatto oltre un miliardo per i danni del ciclone e per Niscemi, di cui si stima 650 milioni destinati direttamente alla Sicilia. La Regione ne ha stanziati altri 680. Basteranno per rispondere a tutte le necessità?
«Lo vedremo man mano che si spenderà. Dopotutto, quella stanziata non è la risorsa definitiva. Se servirà altro denaro il governo interverrà, come è avvenuto nel resto d’Italia. La preoccupazione invece dovrebbe essere un’altra: quanto tempo ci vorrà nei territori colpiti per spendere il denaro messo a disposizione?».

Un’altra polemica che ha serpeggiato nei primi giorni riguarda un presunto braccino corto del ministro, siciliano, alla Protezione civile rispetto alle emergenze siciliane. Mentre sull’Isola la fanta-cifra dei danni lievitava di giorno in giorno - da 500 a 700 milioni; poi un miliardo, anzi due - lei invitava le Regioni a una «stima la più attendibile possibile». È più realpolitik ministeriale o esagerazione sicula?
«No. È solo ignoranza e malafede di qualcuno. La stima dettagliata è richiesta dal Mef e dalla Ragioneria generale per calcolare l’esatta refluenza delle risorse sulla contabilità. È un compito dei tecnici, non del ministro. Definire il perimetro dell’area colpita e il numero delle imprese e famiglie coinvolte spetta alle regioni interessate, in collaborazione con il dipartimento nazionale di protezione civile. E poi, mi lasci dire. Questa storia del ministro che perché siciliano dovrebbe andare a favorire il proprio collegio elettorale, a danno di altri, mi ricorda tanto la Prima Repubblica: non appartiene alla mia cultura di governo».

Ministro, possiamo anche parlare un po’ di politica “politicante” siciliana?
«Beh, sì, se proprio ci tiene. Ma le anticipo subito, con un pizzico di tristezza, che vedo in giro sempre meno politica e sempre più politicanti. Mi chieda pure».

Dal suo ufficio a Palazzo Chigi le capiterà di leggere i racconti della nostra Regione: le faide nella maggioranza, i tranelli col voto segreto, le mancette, i rimpastini. In lei prevale il sollievo di non esserci più invischiato o la rabbia per una terra irredimibile?
«Alla mia età, le confesso che della politica siciliana non mi sorprende più nulla. Quelle che lei indica sono condotte e metodi conosciuti nella pratica politica. Alcuni li ho anche subìti, durante il mio governo. Il clientelismo, il familismo, l’assistenzialismo sono una sorta di tara antropologica che noi siciliani ci portiamo dietro da generazioni. Per fortuna, crescono in Sicilia anche una classe dirigente giovanile seria e un’imprenditoria coraggiosa e dinamica. E lasciano ben sperare».

In questi anni, nel centrodestra siciliano, è esplosa la questione morale. È soltanto colpa dei magistrati “brutti, sporchi e cattivi” o magari c’è qualcosa che non va? S’è abbassata un’asticella che negli scorsi cinque anni era un po’ più alta e non solo perché c’era il Covid?
«Non amo fare paragoni col passato. Alla Regione, ogni legislatura ha le proprie caratteristiche e specificità. E ogni forza politica si comporta secondo le proprie sensibilità. L’importante, dico ai miei giovani di Fratelli d’Italia, è non lasciarsi mai sodomizzare dai Palazzi del potere».

Il presidente Schifani punta al bis e spesso cita «la regola del centrodestra che ricandida gli uscenti». Dimentica che c’è stata una deroga illustre: la sua. A proposito: le brucia ancora non aver potuto fare il secondo mandato da governatore?
«Ma no. Lei ricorderà che sono stato io a dire: se sono divisivo faccio un passo di lato, per non spaccare la coalizione. E l’ho fatto, con un pizzico di amarezza, certo, ma con la serenità di avere lasciato una Regione migliore di quella che ho trovato. Però, aspetto ancora di sapere perché ero diventato divisivo...».

E Schifani merita di succedere a se stesso?
«Non faccio pagelle. Auguro al presidente Schifani buon lavoro. Egli sa che dal governo Meloni ha avuto e continuerà ad avere tutto quello che chiede per l’Isola. Quanto al bis, decidere spetta alle forze politiche del centrodestra. Ormai, come sottolineava lei, in Italia non c’è più una regola sugli uscenti. Lo dimostrano i precedenti casi di Sicilia nel 2022, del Molise nel 2023 e della Sardegna nel 2024».