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18 marzo 2026 - Aggiornato alle 21:15
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il caso

Bufera sul sottosegretario Delmastro (e su FdI): era socio con una famiglia considerata prestanome del clan Senese

La vicenda riguarda il ristorante romano "Bisteccheria d'Italia" a Roma: diversi esponenti di FdI soci con la famiglia Caroccia, e la presidente è parente di un ristoratore gravato da una condanna definitiva a 4 anni per intestazione fittizia di beni con l'aggravante del metodo mafioso

18 Marzo 2026, 19:29

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Bufera sul sottosegretario Delmastro (e su FdI): era socio con una famiglia considerata prestanome del clan Senese

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Un asse imprenditoriale che unisce il Piemonte alla Capitale sta scuotendo i vertici del governo. Al centro della bufera c'è "Le 5 Forchette Srl", una società di ristorazione che - secondo quanto ha rivelato un'inchiesta del Fatto Quotidiano ha creato un ponte diretto tra esponenti di spicco di Fratelli d'Italia, in primis il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, e la famiglia Caroccia, storicamente legata al potente clan camorristico dei Senese.

La vicenda ruota attorno alla "Bisteccheria d'Italia", un locale situato in via Tuscolana 452 a Roma, ma gestito da una società nata a oltre seicento chilometri di distanza, a Biella, con un modesto capitale di 10mila euro.

L'assetto societario originario fotografava una convergenza sorprendente: al fianco di Delmastro figuravano il segretario provinciale biellese di FdI Cristiano Franceschini, il consigliere regionale piemontese Davide Eugenio Zappalà e l'esponente nazionale e vicepresidente della Regione Piemonte Elena Chiorino. A ricoprire il ruolo di amministratrice unica era stata chiamata la giovanissima Miriam Caroccia.

Il vero fulcro dello scandalo istituzionale risiede proprio nel cognome dell'amministratrice e nei legami della sua famiglia. Miriam è infatti strettamente imparentata con Mauro Caroccia, un ristoratore romano gravato da una condanna definitiva a 4 anni per intestazione fittizia di beni con l'aggravante del metodo mafioso. Gli inquirenti ritengono Caroccia un prestanome al servizio del clan guidato da Michele Senese (detto "’o Pazzo"), storico boss egemone a Roma, attualmente in carcere con una condanna definitiva a 30 anni per omicidio

L'incrocio tra la criminalità organizzata capitolina e un sottosegretario con deleghe sensibili sul sistema penitenziario ha generato un cortocircuito politico. Le opposizioni sono passate immediatamente all'attacco: il gruppo del Partito Democratico ha formalmente richiesto alla presidente Chiara Colosimo di convocare Delmastro in audizione presso la Commissione Antimafia, mentre esponenti di Alleanza Verdi e Sinistra hanno sollevato pesanti interrogativi sulle tempistiche dei passaggi di quote societarie. Messo alle strette, Delmastro ha difeso con fermezza la propria posizione, rivendicando una "chiara storia antimafia" e il suo impegno pubblico contro la criminalità organizzata. Il sottosegretario ha sottolineato che la giovane amministratrice della società non risultava né indagata né imputata al momento dell'accordo. Ha inoltre precisato che, non appena l'identità e lo spessore criminale della famiglia di riferimento sono emersi, i soci politici sono usciti dalla compagine aziendale per stringenti ragioni "etiche e morali". L'opposizione però non ci sta: come è stato possibile che un esponente di vertice del governo abbia omesso una fondamentale "due diligence" preliminare prima di avviare un business con una famiglia già nota alle cronache giudiziarie romane. Una leggerezza istituzionale ha di fatto affiancato, seppur temporaneamente, il Ministero della Giustizia a quella vasta e insidiosa zona grigia in cui la criminalità organizza i propri affari, dimostrando quanto i tentacoli dei clan possano arrivare a sfiorare le istituzioni.