English Version Translated by Ai
20 marzo 2026 - Aggiornato alle 13:00
×

iran

Liberare lo stretto di Hormuz: il piano dei sette. Navigare tra diplomazia, scorte armate e il prezzo (altissimo) dell’indecisione

Una bozza d’intesa tra sette paesi europei e del G7 riapre il dossier sul passaggio più delicato dell’energia mondiale. Londra spinge, Parigi chiede una tregua immediata, Roma valuta

20 Marzo 2026, 10:06

10:10

“Liberare Hormuz”: il piano dei sette. Navigare tra diplomazia, scorte armate e il prezzo (altissimo) dell’indecisione

Seguici su

Poco oltre lo Stretto di Hormuz, si contano decine di scafi: alcuni con la prua verso est, altri fermi da giorni. Gli equipaggi aspettano che qualcuno decida per loro. Da una parte, gli avvisi iraniani: “Transito vietato, fino a nuovo ordine”. Dall’altra, il pressing di Washington: “Le petroliere devono passare, le scorteremo”. In mezzo, l’Europa e gli alleati asiatici alle prese con la bozza di un documento – sette bandiere in calce – che propone di “liberare” lo stretto e ripristinare la libertà di navigazione, con una missione navale dedicata e, se occorre, con l’uso della forza. È il piano che Londra ha messo sul tavolo nelle ultime 48 ore, e che Bruxelles sta soppesando con cura chirurgica.

Cosa c’è nel documento dei “sette”

Secondo anticipazioni e conferme incrociate, l’iniziativa – discussa a Bruxelles e promossa con vigore dal governo britannico – raccoglie l’adesione politica di almeno sette paesi: il Regno Unito, l’Italia, la Francia, la Germania, i Paesi Bassi, il Canada e il Giappone. L’obiettivo esplicito è garantire il transito sicuro del traffico commerciale, in particolare delle petroliere, nello Stretto di Hormuz, oggi di fatto paralizzato. La bozza prevede una “missione” – in prima battuta di deterrenza e scorta – e lascia aperta la possibilità di un’azione militare limitata e proporzionata per rimuovere minacce immediate alla navigazione. In parallelo, il testo sottolinea la necessità di una “tregua immediata” nel teatro iraniano, condizione che Parigi considera essenziale per non allargare il conflitto.

È un equilibrio precario: Londra spinge per un pronunciamento più netto e una coalizione di “volenterosi”; Berlino e Roma insistono su basi giuridiche e mandato internazionale; Tokyo valuta attentamente i rischi per le proprie rotte energetiche. Il minimo comune denominatore, finora, è una dichiarazione politica di sostegno alla riapertura di Hormuz e alla libertà di navigazione, senza però impegni automatici di truppe o mezzi. Sei alleati, infatti, hanno già frenato su ogni ipotesi di “seguir Trump in guerra”.

La spinta della Casa Bianca: “Aiutateci a tenere aperto lo stretto”

La richiesta è arrivata direttamente dal presidente Donald Trump: coinvolgere “circa sette paesi” per schierare navi da guerra a protezione delle rotte energetiche e “forzare” la riapertura di Hormuz. Finora, però, le sollecitazioni non si sono tradotte in impegni concreti. Washington ha annunciato che la US Navy potrà scortare le petroliere, e la DFC statunitense offrirà coperture assicurative contro il rischio politico ai carichi in transito nel Golfo Persico. Ma la realtà del mare è più dura dei proclami: senza una riduzione del rischio, gli armatori e gli assicuratori non si muovono.

Nei colloqui a Bruxelles, i leader europei hanno chiesto la riapertura immediata dello stretto e un congelamento degli attacchi a infrastrutture energetiche e idriche nella regione. L’UE esplora “modalità per assicurare la libertà di navigazione”, mentre i partner del G7 discutono se e come contribuire a una scorta multinazionale “strettamente difensiva” e compatibile con il diritto del mare.

Perché lo Stretto di Hormuz è un “collo di bottiglia” globale

Lo Stretto di Hormuz è la valvola attraverso cui scorre in media circa il 20% del petrolio mondiale e una quota simile del GNL: nel 2024 hanno transitato in media intorno ai 20 milioni di barili al giorno, con punte che rappresentano oltre un quarto del greggio trasportato via mare. Un’interruzione prolungata altera non solo i flussi di crude e LNG, ma anche quelli di prodotti chimici, fertilizzanti e metanolo, colpendo le filiere manifatturiere dall’Asia all’Europa. Non sorprende che, con la chiusura di fatto del passaggio, il prezzo del barile sia balzato sopra i 100 dollari nella seconda settimana di marzo 2026.

Il nodo non è solo la quantità. La dipendenza geografica è estrema: Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Qatar, Emirati e Iran convogliano le esportazioni quasi interamente tramite Hormuz. Le alternative di bypass – l’oleodotto saudita Petroline verso il Mar Rosso e la condotta ADCOP emiratina verso Fujairah – possono assorbire solo una frazione del fabbisogno globale. Il resto rimane “intrappolato” nel Golfo.

L’eredità di AGENOR e i precedenti storici

Se c’è un modello europeo già pronto, è EMASoH/AGENOR, la missione a guida francese lanciata nel 2020 per “rassicurare” il traffico civile in Golfo, Arabian Sea e nello stesso Stretto di Hormuz. Italia, Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Belgio, Grecia e Portogallo hanno nel tempo condiviso assetti o staff, mantenendo un profilo rigorosamente difensivo e non provocatorio. Integrare o “riattivare” quella cornice – magari ampliandola e coordinandola con la missione UE nel Mar Rosso – è una delle ipotesi tecniche sul tavolo.

I precedenti storici, però, invitano alla prudenza. Nel 1987-88 l’Operazione Earnest Will americana scortò petroliere “reflaggate” sotto stelle e strisce. Fu un successo parziale: il traffico riprese, ma tra mine, missili e tragici errori – l’abbattimento del volo Iran Air 655 – il conto politico fu altissimo. Oggi, in uno stretto ancora più “digitalizzato”, dove droni e missili antinave saturano l’orizzonte tattico, una scorta armata richiede regole d’ingaggio, interoperabilità e soprattutto una strategia d’uscita.

La posizione italiana ed europea

Il 20 marzo 2026, mentre a Bruxelles si discute di energia e sicurezza, Roma ribadisce una linea di fondo: libertà di navigazione da tutelare, sì; ma dentro una cornice legale chiara e condivisa, e con priorità alla de-escalation. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha già sottolineato in più occasioni l’importanza di proteggere Hormuz e il Mar Rosso, segnalando la disponibilità italiana a soluzioni europee coordinate, evitando avventure solitarie. In Consiglio UE–GCC del 5 marzo, i ministri hanno riaffermato congiuntamente l’urgenza di salvaguardare le rotte marittime e la sicurezza delle catene di approvvigionamento.

Nel fronte europeo, il primo ministro britannico Keir Starmer ha escluso di “farsi trascinare in una guerra più ampia”, chiedendo tuttavia un piano “legale e ben congegnato” per la sicurezza della navigazione. La Francia di Emmanuel Macron spinge per una coalizione “puramente difensiva” e vincolata a una tregua; Germania e Italia condividono l’impostazione prudente. Giappone, a sua volta, condiziona ogni passo al diritto internazionale e alla protezione dei propri marittimi.

Quanto costa davvero lasciare Hormuz chiuso

Oltre al prezzo del greggio, ci sono i premi assicurativi, i noli e i giorni di navigazione in più passando per il Capo di Buona Speranza. Una sola settimana di blocco “de facto” può innescare rincari lungo tutta la catena logistica: dai fertilizzanti al metanolo, fino ai prodotti petrolchimici. Secondo analisi EIA e IEA, una quota compresa tra “un quinto e un terzo” di alcune materie prime energetiche e chimiche mondiali ha Hormuz come valvola di sfogo. Per l’Europa, l’effetto combinato su inflazione e bollette è immediato; per l’Asia, il nodo è la sicurezza di approvvigionamento: Cina, India, Giappone e Corea del Sud assorbono insieme ben oltre la metà dei flussi di greggio che passano dallo stretto.

Le cifre dicono molto anche della vulnerabilità strutturale: perfino attivando al massimo le condotte saudite e emiratine, resterebbe scoperto un “buco” di diversi milioni di barili al giorno. E il GNL del Qatar – oltre il 20% dei flussi globali – non ha un bypass equivalente: senza Hormuz, si ferma.

Che cosa significa “liberare” lo stretto: tre opzioni, un bivio

Opzione 1: “De-escalation più deterrenza”. Una missione multinazionale visibile ma non intrusiva, coordinata con EMASoH/AGENOR, che sorvegli e accompagni i transiti civili, senza operazioni cinetiche salvo autodifesa. Richiede una riduzione contestuale delle ostilità in Iran e l’impegno di Teheran a cessare attacchi a navi e infrastrutture. Pro: abbassa subito i premi di rischio. Contro: vulnerabile a “spoiler” e incidenti.

Opzione 2: “Scorta armata a corridoi”. Convogli pianificati, regole d’ingaggio chiare, neutralizzazione attiva di minacce in prossimità dei corridoi. È il modello “Earnest Will 2.0”: funziona se la coalizione è ampia, interoperabile e protetta da un mandato legale robusto. Pro: effetto rassicurante forte; Contro: rischio di escalation e di errori con costi politici elevati.

Opzione 3: “Forzare il blocco”. Azioni preventive contro piattaforme di lancio, droni, depositi e mezzi navali in aree sensibili. È l’ipotesi più vicina a quanto caldeggiato dalla Casa Bianca nelle ore più tese. Pro: deterrenza massima nel brevissimo termine. Contro: rischio altissimo di guerra aperta e di ritorsioni asimmetriche su scala regionale.

I punti fermi che i “sette” dovranno sciogliere

Cornice legale. Senza un chiaro riferimento a UNCLOS, ONU o – per gli europei – a strumenti di politica di sicurezza condivisi, ogni scorta rischia di trasformarsi in “avventura nazionale”. La richiesta su cui convergono Italia, Germania e Francia è: operazione difensiva, tempo-limitata, proporzionata, con meccanismi di deconfliction e di responsabilità trasparenti.

Comando e interoperabilità. AGENOR offre uno scheletro operativo: quartier generale, procedure, esperienza sullo scenario. Ma l’innesto di assetti extrauropei (dal Giappone al Canada) implica un comando congiunto e una condivisione d’intelligence accurata.

Obiettivi politici. “Liberare” lo stretto per qualche settimana non basta se, a terra, il conflitto resta acceso. Per questo Parigi chiede una tregua immediata come precondizione per l’operazione navale. Bruxelles lavora a un doppio binario: sicurezza marittima e pressione diplomatica su Teheran perché cessi attacchi transfrontalieri.

Economia e assicurazioni. La missione vale se convince armatori e assicuratori a tornare in rotta. Servono garanzie finanziarie e un backstop pubblico per il rischio “war/strike” almeno sui corridoi scortati, come già proposto dagli USA via DFC.

Cosa succede adesso

Nelle prossime 72 ore, i “sette” tradurranno la bozza in un testo politico spendibile nei consessi UE e G7. Non basterà una foto di gruppo: servono navi, regole, denaro e, soprattutto, una narrazione condivisa che spieghi all’opinione pubblica perché difendere Hormuz non significa “entrare in guerra”, ma proteggere il sistema nervoso dell’economia globale. Nel frattempo, sul mare, alcune petroliere legate a operatori iraniani o russi continuano a tentare il passaggio; altre restano all’ancora, in attesa di una luce verde credibile. Il rischio è che l’indecisione prolunghi l’emergenza e moltiplichi i costi, senza avvicinare la pace.

Se l’Europa – e i partner del G7 – vogliono davvero “liberare” lo stretto, dovranno farlo con la stessa disciplina con cui si pianifica un pilotaggio in acque ristrette: mappe aggiornate, canale tracciato, velocità controllata, segnali chiari. È la differenza tra un passaggio sicuro e un urto sugli scogli.