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Umberto Bossi e la Sicilia: le teorie sulla mafia autonomista, le alleanze con Lombardo e Orlando e il parente partigiano
Viaggio negli incroci tra la parabola del leader del Carroccio e le cose dell'Isola. Cacciato da un comizio a Catania nel 1991, fino al «fora de ball» ai migranti di Lampedusa
«Se la Lombardia avesse lo statuto speciale come la Sicilia, recupereremmo la metà dei 57 miliardi annui di residuo fiscale che oggi lo stato trattiene». Correva l'anno 2017 e Umberto Bossi doveva già fare i conti con la nuova Lega targata Matteo Salvini. «L'autonomia - diceva - è il contrario dell'indipendenza. Ci danno un po' di soldi solo per non farci andar via. Ma il Nord si sta deindustrializzando, le aziende chiudono. Quindi per necessità anche noi indipendentisti ci accontentiamo dell'autonomia che vuole Salvini».
La storia del fondatore del Carroccio si è incrociata più volte con la Sicilia: blandita nei primi anni '90 quando si doveva fare la secessione e serviva anche una spinta da Sud, insultata a colpi di volgari stereotipi, osservata speciale per via di quello Statuto a tratti invidiato ma sostanzialmente considerato riduttivo rispetto alle ambizioni della libera Padania. In mezzo le provocazioni e le proposte spesso deliranti su mafia e immigrazione.
D'altronde un tocco di Sicilia Bossi ce l'ha avuto già in famiglia: la seconda moglie Manuela Marrone - da cui ha avuto tre figli, tra cui Renzo, detto il Trota, l'unico a intraprendere un fallimentare tentativo di carriera politica - è nata a Catania ed è originaria di Favara. Il nonno, Calogero Marrone, emigrato a Varese, fu uno degli organizzatori della lotta partigiana. Come ufficiale dell'anagrafe riuscì a mettere in salvo dalle persecuzioni naziste 200 ebrei ai quali rilasciò carte d'identità false. Arrestato dalle SS, morì nel campo di concentramento di Dachau. Una figura ben nota a Bossi, che in passato ha rivendicato il suo antifascismo facendo riferimento anche a «martiri della resistenza» pure nella sua famiglia.
Ma è nei primi anni '90 che la storia politica del Senatur comincia a fare i conti con quella siciliana. È il periodo di "Roma Ladrona" e della Padania indipendente. E Bossi contribuisce alla nascita della Lega del Sud: in Sicilia il suo uomo di riferimento è l'allora trentenne Ciccio Midolo. Ma l'accoglienza sull'isola non è delle migliori. Nel 1991 a Catania per un comizio è costretto a scappare per la contestazione di un gruppo di appartenenti al Fronte della Gioventù, guidato dal segretario nazionale Gianni Alemanno, a colpi di slogan "Bossi razzista". «Se la Lega passa per un movimento razzista - replica lui - è perché i partiti, che secondo me sono i veri fautori del separatismo, hanno interesse a lanciarci queste accuse per tenere ancora separati il Sud sottosviluppato, a cui si applicano logiche al massimo clientelari e assistenziali, e il Nord dove trovano ancora qualcuno che li vota».
A non vederlo di buon occhio sono anche i mafiosi, almeno alcuni. «Un giorno c'era Umberto Bossi a Catania - ha messo a verbale al processo sulla Trattativa nel 2013 Leonardo Messina, uno dei pentiti più importanti della mafia siciliana, vicino al boss Piddu Madonia - Dissi a Borino Micciché: questo ce l'ha con i meridionali e gli dissi "vado e l'ammazzo". Mi disse di fermarmi: questo è solo un pupo. L'uomo forte della Lega è Miglio che è in mano ad Andreotti. Si sarebbe creata una Lega del Sud che doveva smembrare l'Italia e la mafia si sarebbe fatta Stato». Accuse che Bossi liquidò come «barzellette, cose di personaggi confusi di testa».
Più avanti perfezionerà la sua confusa e delirante teoria su mafia e autonomismo: «Cosa Nostra perse la sua occasione come classe dirigente del Sud, allorché liquidò l'esercito in Sicilia e fece l'accordo in cambio del controllo sull'assistenzialismo. Liquidò Giuliano e quello che c'era dietro invece di puntare, come tutte le classi dirigenti, alla libertà del popolo che rappresenta. Avrebbe dovuto proseguire la lotta che stava facendo, invece di gestire l'assistenzialismo. Da quello vengono gli Andreotti e tutto quello che è avvenuto al Sud. È come se noi, invece di fare la nostra battaglia, ci mettessimo d'accordo in cambio di un po' di ministeri... La mafia doveva fare la battaglia di libertà, anche se nessuno sa dove può portare: se all'indipendenza, alla secessione o al federalismo».
Nel periodo di transizione tra la fine della Prima Repubblica e l'avvento di Forza Italia, Leonardo Miglio - considerato l'ideologo della Lega Lombarda - soprattutto dopo le stragi del 1992, parla apertamente di «staccare la Sicilia» dal resto d'Italia e «abbandonarla al suo destino». Proposta da cui Bossi prende le distanze: «No. Stacchiamo i partiti dall'Italia. Mandiamoli in Africa, nell'ex Congo belga e il paese certo dovrà faticare, ma faticherà con traguardi certi - commenta sei giorni dopo Via D'Amelio - La mafia è la manodopera, i picciotti sono la manodopera, ma la cupola è politica. C'è bisogno di cancellare, di cacciar via questi partiti. Quindi non c'è bisogno di concordia».
Sulle vicende siciliane, in quei mesi il Senatur dimostra una capacità di analisi sorprendente: «Secondo me - dichiara ad agosto del 1992 - esistono due tendenze nella mafia. Da una parte c'è una corrente ancora strettamente collegata alle forze politiche romane. Dall'altra parte c'è una tendenza della mafia a non fidarsi più dei partiti, a proporsi direttamente come forza politica. Insomma la mafia ha una voglia governativa. È un atteggiamento anti italiano ed è fatale che i politici rispondano mandando l'esercito». Si arrabbia quando si prova a far passare, il 18 maggio del 1993, a ridosso dell'appuntamento elettorale, l'arresto di Nitto Santapaola come una vittoria contro Cosa Nostra. «È esatto invece il contrario - dice - perché la mafia continua a comandare come prima e più di prima. Perché la mafia e Tangentopoli sono le due facce della stessa medaglia».
Ma l'anno dopo non vede che Cosa Nostra - stando alla ricostruzione della Procura di Palermo - per le elezioni del 1994 decide di puntare proprio su Forza Italia, la neonata creatura di Silvio Berlusconi con cui il Carroccio si allea per poi affossarlo l'anno dopo. Tanto che ad aprile del 1995 Bossi è a Palermo per «unire le forze» con Leoluca Orlando, leader della Rete, in chiave anti Berlusconi. «Qui sta tornando la vecchia politica - dichiara il Senatur in quell'occasione - Se non si riesce a formare tra forze di cambiamento un patto per modificare le cose, rimarremo tutti nella melma della palude che sta riavanzando. Da quando è arrivato Berlusconi non si è più parlato di federalismo». Parole che trovano l'appoggio dell'allora sindaco di Palermo: «Le esperienze della Rete e del movimento di Bossi vanno unite per difendere la libertà e la democrazia. Il federalismo può essere un punto d'incontro».
La storia andrà poi molto diversamente. Ma una certa ambizione di usare la Sicilia come forza centrifuga, al pari della Lega, contro il centralismo romano, rimane. Da questa idea nasce l'avvicinamento e il patto federativo con l'Mpa di Raffaele Lombardo tra il 2008 e il 2010. La bandiera della secessione è nel cassetto, la battaglia si sposta sul federalismo fiscale e in questo senso, dice Bossi, «la Sicilia può essere il grimaldello per partire subito». Il rapporto con il presidente autonomista, prima della provincia di Catania e poi della Regione, oscilla tra alti e bassi. Quando Lombardo entra a Palazzo d'Orleans è lui a indossare i panni del secessionista: «Chiederò al ministro per il Federalismo Umberto Bossi - annuncia - che questa secessione la faccia veramente una volta per tutte, ma in Sicilia. Ci mandi pure al diavolo: sono sicuro che, da indipendenti, ce la caveremo meglio che restando sotto la tutela di Roma». Ma il Senatur lo derubrica a «una cosa locale».
Verranno infine gli anni degli sbarchi massicci a Lampedusa, dell'opposizione della Lega a guida bossiana alla redistribuzione dei migranti dalla Sicilia alle regioni del Nord e della tristemente nota soluzione del Senatur: «Fora de ball».