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il colloquio

«Io, Bossi e quella volta che il Cav sedò una lite fra noi», Raffaele Lombardo racconta il "suo" Senatur

Il leader del Mpa: «Mi disse: "Vinciamo le nostre guerre solo con il popolo in piazza". Lista unica nel 2006, voleva il maxi-simbolo della Lega e schiacciò la nostra colomba. Ci rimase male quando Berlusconi mise il Ponte nel programma»

21 Marzo 2026, 06:00

«Io e Bossi e quella volta che Cav sedò una lite fra noi», Raffaele Lombardo racconta il "suo" Senatur

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La canottiera, Raffaele Lombardo, non l’ha mai indossata, nemmeno nelle canicolari giornate alla guida del trattore nella sua campagna a Ramacca. Eppure con Umberto Bossi - «un vero leader, un lottatore nato» - ha condiviso un certo feeling. Più antropologico che politico. Così distanti, il Senatùr che sognava la Padania indipendente e il fondatore dell’Mpa a cui sarebbe bastata una Sicilia davvero autonomista, eppure così vicini; uniti, pur da latitudini opposte, dalla sfida al centralismo romano e poi entrambi costretti a scendere a patti con «Roma Ladrona».

«Bossi lo incontrai la prima volta nel 2003, quando io ero ancora segretario dell’Udc. Ero incuriosito da quella Lega così battagliera sulla questione settentrionale, mi interessava capirne di più». Lui - ricostruisce Lombardo in un colloquio con La Sicilia - me lo ricordo come un tipo molto diretto: andava subito al sodo, i suoi incontri duravano non più di una ventina di minuti». E poi aggiunge «diffidente» come aggettivo: «Si trovava quasi a disagio di fronte a un estraneo, a uno che non apparteneva al suo mondo. Non si fidava di chi non conosceva bene». Il che, detto dall’ex governatore - noto alla cronache per l’abitudine di far assaggiare ad altri l’acqua prima di berla lui, per timore di essere avvelenato - diventa anche un complimento.

Due diffidenze che s’incrociano, «senza però entrare troppo in intimità», per una reciproca convenienza politica. Era già nato il Movimento per l’Autonomia, ago della bilancia per il ribaltone delle elezioni comunali a Catania poi vinte da Umberto Scapagnini sul super favorito Enzo Bianco, e si mise in moto «Cupido» fra Bossi e Lombardo: Silvio Berlusconi. «Era appena cambiata la legge elettorale, con l’innalzamento della soglia di sbarramento, a rischio c’era pure la Lega. E dunque il Cavaliere spingeva: dovete stare in una lista assieme».

Lombardo, da sempre abilissimo giocatore di poker su più tavoli, era però corteggiato anche dal centrosinistra: grazie ai buoni uffici di Massimo D’Alema, ospite d’onore al congresso fondativo dell’Mpa a Bari nel dicembre 2005, andò a trattare direttamente con Romano Prodi. «Lo incontrai due volte: una a casa sua a Bologna e poi a Roma, in via della Mercede. Gli chiesi due cose nel programma: fiscalità di vantaggio e Ponte. Lui mi disse no su entrambe: alla prima era contrario “da economista”, sulla seconda non voleva urtare la sensibilità dei Verdi».

E così le strade di Lombardo e Bossi, finalmente, s’incontrano. Ad Arcore, naturalmente. «Berlusconi ci propose un patto tecnico, senza la pretesa di fondere idee e progetti». Insomma, la Lega raccoglieva i voti al Nord e l’Mpa al Sud; poi ognuno a casa sua. Ma ci fu la questione del simbolo in comune nella scheda elettorale. «Bossi pretendeva che ci fosse un Alberto da Giussano gigantesco, con la nostra colomba autonomista minuscola e schiacciata in un angolino», ricorda l’ex governatore con un sorriso quasi nostalgico. La soluzione, «dopo una litigata fra me e Umberto, millimetro dopo millimetro», la trovò (e impose) il padrone di casa, che fece disegnare il logo nuovo. Alla fine, però, ci fu una solenne stretta di mano. «Noi leghisti siamo persone leali», disse il Senatùr a Don Raffaele. «Il nostro slogan, “un taxi per Roma”, funzionò: superammo lo sbarramento assieme al Carroccio con alcuni nostri candidati eletti», ricorda Lombardo ammettendo che «Bossi poi ci riconobbe la quota di finanziamento pubblico, allora spettante ai partiti presenti in parlamento, fino all’ultimo centesimo. Ci accusarono di essere finanziati dalla Lega, ma era solo il rispetto di un patto».

Ed è sempre Berlusconi a tenere uniti il polentone di Gemonio e il terrone di Grammichele, alla vigilia delle Politiche 2008. Siamo all’apice della parabola di Lombardo, che sarà eletto presidente della Regione mentre il suo movimento si espande al di sopra dello Stretto. «Il Cavaliere, che nel frattempo aveva fatto il Pdl, ci riconvocò ad Arcore. La strategia era cambiata: liste della Lega al Nord, noi con il nostro simbolo e la scritta “Alleati per il Sud” da Roma in giù». Bossi e Lombardo non più separati in casa, ma distinti seppur non distanti. Ma il leader della Lega dovette inghiottire un rospo siculo: «Non voleva che Berlusconi mettesse il Ponte nel programma di centrodestra, ma lui non lo ascoltò. E anzi, quando fu al governo firmò, una dopo l’altra, 56mila pagine di accordo con Ciucci per l’avvio dell’opera».

Politica, ma anche ordinaria umanità. Lombardo, che non è certo tipo da smancerie romantiche, ricorda la «grande tenerezza» nel vedere l’alleato padano, campione del celodurismo, dopo l’ictus e il successivo malore «accudito dalla senatrice Rosi Mauro». Bossi, che prima sprizzava «durezza e determinazione» mentre «parlava con i suoi solo in dialetto, con voce roca e imperativa», era diventato «un leader con una fragilità che lo rendeva più umano». Lombardo, nel frattempo governatore-imperatore di Sicilia, ruppe il fronte delle Regioni del Sud in mano al centrosinistra. Crebbe il feeling con il ministro Roberto Calderoli (che attestò le battaglie autonomiste «su fiscalità di vantaggio e perequazione nelle infrastrutture») ma anche la stima dello stesso leader leghista.

«Una volta mi disse: “Il siciliano non è un dialetto, ma una lingua. Devi farci una legge”». Ma il consiglio (non richiesto, perché Lombardo non è solito chiederne) più memorabile fu un altro. «Raffaele, le nostre battaglie sono simili - gli riconobbe in un colloquio Bossi - e non possiamo vincerle dentro i Palazzi: bisogna muovere il popolo, portarlo nelle piazze».

L’esatto opposto della «Lega molto più romana e salottiera» di Matteo Salvini, con cui comunque l’Mpa è stato federato prima di essere «sfrattato» da Luca Sammartino. «È cambiato tutto», sospira Lombardo. Che magari oggi rimpiange Bossi, un alleato «spiccio, sbrigativo e a tratti burbero», ma anche «coerente e profondamente leale». E non solo lui.