IL VOTO
Referendum Giustizia, quell'affluenza di mezzogiorno già vicina al 15%: il termometro che può cambiare tutto
Senza quorum, ogni voto pesa il doppio: cosa dicono i primi numeri, cosa prevede davvero la riforma, perché la partecipazione è la chiave del risultato
Alle 12, la prima istantanea nazionale sul voto di oggi ci ha detto che al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia ha votato il 14,9% degli aventi diritto, un dato che sfiora il 15% e che cresce in modo diseguale sul territorio: Emilia‑Romagna oltre il 19%, Sicilia al 10%. Numeri nudi? No: sono, letteralmente, la trama politica della consultazione. Perché stavolta non c’è il quorum: vince chi prende più voti tra Sì e No, ma il peso simbolico e l’effetto di legittimazione dipendono da quante persone decidono di esserci.
Cosa c’è sulla scheda
Si vota oggi fino alle 23 e domani dalle 7 alle 15. È un referendum costituzionale confermativo, previsto dall’articolo 138: non prevede quorum, a differenza dei referendum abrogativi. All’estero si vota per corrispondenza. Informazioni e indicazioni operative sono state diffuse nelle scorse settimane da ambasciate e consolati.
Sulla scheda, l’elettore è chiamato a confermare o respingere la riforma della giustizia promossa dal governo guidato da Giorgia Meloni e dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. I tre pilastri sono: la separazione delle carriere tra magistratura giudicante (i giudici) e requirente (i pubblici ministeri); la creazione di due Consigli superiori della magistratura (un Csm per i giudici e un Csm per i pm), entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica; l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare autonoma per i procedimenti disciplinari sui magistrati.
Queste modifiche incidono su più articoli della Costituzione e ridefiniscono l’architettura dell’autogoverno delle toghe. Il testo ha completato l’iter parlamentare il 30 ottobre 2025 con maggioranza assoluta ma inferiore ai due terzi, aprendo la strada al referendum.
Il dato delle 12
Secondo il rilevamento di metà giornata, l’affluenza nazionale “sfiora il 15%”. La partecipazione è trainata dal Nord e da alcune grandi città: Bologna supera il 21%, Milano e Roma sono intorno al 17%, Firenze vicino al 19%. In coda Calabria e Basilicata, entrambe sotto il 10% a mezzogiorno. In Sicilia, alle 12, ha votato il 10,03% dei chiamati al voto con affluenza più alta nella provincia di Siracusa (11%) seguita da Palermo col 10,7% e da Catania col 10,5%.
È un livello più alto rispetto a diverse consultazioni analoghe misurate alla stessa ora, con l’eccezione del 2016 (voto in giornata unica), quando alle 12 si toccò il 20,1%. Nel 2001 (Titolo V) era il 7,8%, nel 2006 (devolution) il 10,1%, nel 2020 (taglio dei parlamentari) il 12,2% alla prima giornata.
Perché conta? In un referendum senza quorum, la percentuale finale non decide la validità, ma definisce la forza politica del verdetto. Più partecipazione può ridurre l’effetto di “mobilitazione asimmetrica” tra i due fronti, può spingere verso esiti meno condizionati dal voto di minoranze molto motivate e può incidere sulla narrazione post‑voto, specie se il margine tra Sì e No sarà contenuto.

L’“ago” della partecipazione
Le analisi di Ipsos diffuse prima dello stop ai sondaggi segnalano che in uno scenario di affluenza attorno al 42% il No sarebbe leggermente avanti (circa 52% contro 48%), ma con un 7‑9% di incerti in grado di ribaltare la situazione. Altri esercizi demoscopici (da YouTrend per Sky TG24 al lavoro di Nando Pagnoncelli per il Corriere) modulano l’equilibrio tra Sì e No al variare della partecipazione: con affluenza “alta” la forbice si assottiglia o si inverte, con affluenza “bassa” può consolidarsi un vantaggio dei contrari. Il quadro resta, in ogni caso, elastico e dipendente dalla capacità di mobilitazione nelle ultime ore.
Un precedente utile per ragionare sulle dinamiche di partecipazione sono i referendum abrogativi di giugno 2025: lì il quorum era necessario e non venne raggiunto (affluenza finale intorno al 30%), con una progressione che dalle 12 al 7,4% arrivò alle 23 circa al 22% per poi chiudere il giorno dopo poco sopra il 30%. In quell’occasione alcune aree – ancora l’Emilia‑Romagna – si confermarono più partecipative. Pur trattandosi di una consultazione molto diversa, la comparazione mostra come le prime finestre orarie pesino nel definire la “spinta” psicologica dell’elettorato.
Cosa cambia con la riforma
- Separazione delle carriere. Oggi giudici e pm appartengono allo stesso ordine giudiziario, con percorsi che già da anni, in pratica, comunicano poco. La riforma costituzionalizza la separazione: una volta intrapresa, la carriera non sarebbe più interscambiabile. I sostenitori parlano di maggiori garanzie di imparzialità del giudice e di parità processuale tra accusa e difesa; i critici temono un indebolimento dell’unità della magistratura e dell’autonomia del pm.
- Doppio Csm. L’attuale Consiglio superiore della magistratura verrebbe diviso in due organi paralleli, ciascuno competente per carriera, incarichi e disciplina “di primo livello” dei propri iscritti. Entrambi sarebbero presieduti dal Capo dello Stato. I sostenitori vedono una riduzione delle correnti e dei conflitti di interesse tra funzioni; i detrattori denunciano il rischio di un Csm smembrato e indebolito, con minore coesione e più costi organizzativi.
- Alta Corte disciplinare. Un terzo pilastro è un’Alta Corte che concentrerebbe i procedimenti disciplinari per giudici e pm, con composizione mista e quote selezionate anche per sorteggio da elenchi predisposti dal Parlamento. Per i favorevoli è una garanzia di terzietà; per i contrari un possibile fattore di pressione, specie se gli equilibri di nomina non tuteleranno l’indipendenza.

Le associazioni della magistratura hanno preso posizione, in larga misura, contro il disegno, sottolineando i rischi di una “asimmetria” dell’autogoverno rispetto ai modelli europei e il pericolo di un pm più esposto alle pressioni dell’Esecutivo. È una convergenza rara tra correnti tradizionalmente lontane, da Magistratura Indipendente a Unità per la Costituzione fino ad Area e Magistratura democratica. Documenti di studio recenti dell’Anm insistono su standard comparati e garanzie d’indipendenza del pubblico ministero.
Le parole della politica
Per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni la riforma è “un impegno mantenuto” e un tassello del processo accusatorio; il ministro della Giustizia Carlo Nordio l’ha definita “un passo molto importante” verso l’indipendenza dalle correnti. Le opposizioni hanno parlato di “progetto punitivo” verso la magistratura: da Partito democratico e Movimento 5 Stelle a esponenti come Roberto Scarpinato, le critiche evocano la rottura dell’unità dell’ordine giudiziario. Il confronto è stato acceso anche in Parlamento, con scenografie simboliche e richiami alla storia repubblicana.
Affluenza: come leggere il dato
- La “curva a S” della partecipazione. Nelle consultazioni di due giorni, la prima finestra delle 12 è un antipasto: il confronto utile è con il passato (qui positivo, al netto del 2016). Il picco di spinta – di solito – si misura tra le 19 di domenica e la tarda mattinata di lunedì. Se la giornata prosegue con un ritmo sostenuto nelle Regioni oggi “calde”, il 50% ipotizzato da alcuni analisti come soglia potenzialmente favorevole al Sì non è escluso, ma il sentiero resta stretto.
- La geografia che anticipa i flussi. Un Nord più partecipe favorisce, secondo vari analisti, il campo del Sì; un Centro‑Sud più mobilitato potrebbe spostare l’ago verso il No. È un’ipotesi che i dati comunali di Bologna, Milano, Roma, Firenze, Palermo aiutano a seguire, con l’attenzione a capoluoghi e hinterland.
- Il fattore indecisi. Anche con affluenze medio‑alte, la quota di indecisi dichiarati resta in grado di determinare l’esito. Nelle simulazioni Ipsos, il loro peso cresce al crescere della partecipazione.
I precedenti
Nel 2001 il Sì alla riforma del Titolo V passò con un’affluenza del 34%; nel 2006 prevalse il No con il 53,8% di votanti; nel 2016 il No si impose in una consultazione plebiscitaria al 65,5% di affluenza. Questi tre casi sono utili per misurare l’elasticità del corpo elettorale sui temi costituzionali. Attenzione però: si trattava di contesti politici e mediatici molto diversi, e nel 2016 si votò in un solo giorno, con un effetto “rush” non replicabile.
I referendum abrogativi recenti (dal 2022 al 2025) dicono invece che la partecipazione “fredda” della domenica mattina può scaldarsi, ma non sempre abbastanza da cambiare la storia. Qui, senza quorum, la prima soglia da osservare non è legale ma politica: un’affluenza finale sotto il 40% darebbe comunque un esito giuridicamente vincolante, ma con un capitale simbolico più fragile; sopra il 50% lo stesso esito – qualunque sia – varrebbe come un’investitura netta del Paese.
Pro e contro: i nodi veri
- Per i favorevoli, il cuore della riforma è la terzietà del giudice e la piena parità tra accusa e difesa nel modello accusatorio: due carriere distinte eviterebbero promiscuità culturali e organizzative, mentre il doppio Csm e l’Alta Corte ridurrebbero il potere delle correnti. Costi e complessità aggiuntivi sarebbero il prezzo di un assetto più chiaro.
- Per i contrari, il rischio è una magistratura frammentata e più vulnerabile; la separazione non aumenterebbe davvero l’imparzialità dei giudici, già garantita dalle regole vigenti, e potrebbe erodere l’autonomia del pm, specie se gli organi di autogoverno perdessero massa critica. La nuova Alta Corte sarebbe troppo sensibile agli equilibri di nomina e alla politica. Le principali correnti della magistratura e studi dell’Anm hanno espresso in queste settimane un no argomentato.

Il punto politico
In un referendum confermativo su una riforma di sistema, l’affluenza non è solo contabilità: è legittimazione. Se il Sì prevalesse con pochi voti e partecipazione esigua, il governo rivendicherebbe comunque il cambiamento; ma un dato alto, specie sopra il 50%, equivarrebbe a un mandato pieno. Viceversa, un No con molta gente ai seggi peserebbe come uno stop politico, mentre un No con pochi votanti aprirebbe un dibattito sull’adeguatezza della mobilitazione. Non servono iperboli: bastano i numeri. Quelli di mezzogiorno, oggi, dicono che la partita è viva. E che a farla, fino all’ultima ora di domani lunedì 23 marzo, saranno gli elettori che decideranno di esserci.
