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23 marzo 2026 - Aggiornato alle 20:43
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l'esito del voto

Referendum, il trionfo del No, bocciata la riforma della Giustizia: «Vittoria come quella della lotta partigiana». Meloni ammette la sconfitta: «Ma il Governo va avanti»

I risultati con una partecipazione record, respinta la proposta Nordio, scossa nel quadro politico e territoriale

23 Marzo 2026, 17:40

19:31

Referendum, il trionfo del NO, bocciata la riforma della Giustizia: «Vittoria come quella della lotta partigiana». Meloni ammette la sconfitta: «Ma il Governo va avanti»

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Il 23 marzo 2026 si è imposto come uno spartiacque politico e istituzionale di rilievo per l’Italia. Con una partecipazione sorprendente, prossima al 59%, il fronte del No ha respinto in modo netto la riforma costituzionale della giustizia promossa dal governo e dal ministro Carlo Nordio, attestandosi attorno al 54% dei voti, contro un fermo al 46%.

Trattandosi di un referendum confermativo, non era previsto alcun quorum: la consultazione era valida a prescindere dall’afflusso alle urne, ma l’ampia partecipazione ha conferito al responso una legittimazione e un peso politico indiscutibili.

Gli elettori hanno così bocciato a larga maggioranza, ben oltre le previsioni, la riforma della Giustizia firmata dal ministro Nordio con il 54% dei NO e di fronte ad una affluenza record di circa il 60% (nonostante la consultazione confermativa non prevede il quorum). Respinta le ipotesi della separazione costituzionale delle carriere tra magistratura giudicante e requirente (superando l’attuale concorso unico); la scissione del Consiglio Superiore della Magistratura in due organismi distinti; l’introduzione del sorteggio per la selezione di una quota dei componenti del CSM; e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare separata per giudicare le condotte dei magistrati.

Sul piano politico, il risultato ha prodotto reazioni immediate e contrapposte. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è intervenuta con un video su X poche ore dopo la chiusura dei seggi: con tono fermo ha riconosciuto la sconfitta, affermando di rispettare la decisione degli italiani, ma ha ribadito la continuità dell’esecutivo, dichiarando che “il governo va avanti per rispetto del mandato ricevuto”. Una scelta coerente con la strategia adottata in campagna, volta a evitare la trasformazione del voto in un giudizio sulla sua leadership: “Non è un giudizio sul governo. Se vince il No, non ci dimettiamo”.

La maggioranza ha fatto quadrato per ridimensionare l’impatto istituzionale del verdetto. Il Guardasigilli Carlo Nordio ha escluso una lettura squisitamente politica del voto, elogiando l’alta partecipazione democratica, mentre il capogruppo di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, ha assicurato che la sconfitta non comprometterà il percorso della legislatura.

Le opposizioni, al contrario, hanno interpretato l’esito come una severa sberla a Palazzo Chigi. Giovanni Bachelet, esponente del comitato civico per il No, ha parlato di “una vittoria come quella della lotta partigiana”, restituendo la temperatura simbolica dello scontro. Da Radio Leopolda, Matteo Renzi (Italia Viva) ha ammonito la maggioranza: “Quando il popolo parla, il palazzo deve ascoltare”. L’alleanza progressista ha celebrato il fallimento della riforma con toni trionfali: Nicola Fratoianni (Alleanza Verdi e Sinistra) ha accusato la destra di voler “stravolgere il sistema delle garanzie”, mentre Angelo Bonelli ha rilanciato: “Sarà per sempre No!”. Anche Giuseppe Conte (Movimento 5 Stelle) ha esultato rivendicando la tutela della Carta: “Ce l’abbiamo fatta! Viva la Costituzione”.

Dalla società civile, il segretario della CGIL Maurizio Landini ha salutato le piazze in festa e chiesto la piena attuazione della Costituzione; il cardinale Matteo Zuppi (CEI) ha lodato la partecipazione e invitato a superare le contrapposizioni.

L’analisi dei flussi segnala un rovesciamento rispetto ai sondaggi della vigilia, che per settimane avevano stimato come un’elevata partecipazione potesse favorire il Sì. A spingere il No oltre la soglia psicologica del 50% è stata una mobilitazione decisiva nelle ore finali, trainata da un elettorato urbano e istruito, concentrato nel Centro‑Nord e sensibile ai temi delle garanzie costituzionali. Tre i fattori determinanti: la percezione che il pacchetto riducesse l’indipendenza della magistratura; lo scetticismo verso il sorteggio, avvertito come opaco e casuale; e l’efficace polarizzazione impressa da PD, M5S, sindacati e avvocatura sullo slogan della “difesa della Costituzione e della terzietà del giudice”.

La mappa del voto si intreccia con quella emersa da una parallela tornata di referendum abrogativi su cittadinanza e tutele del lavoro. In quel caso, la partecipazione si è fermata al 30%, ben al di sotto del quorum, segnalando la difficoltà di mobilitare senza un tema istituzionale di forte richiamo. Il quadro restituisce un Paese diviso: il Nord‑Est (Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia) ha spinto per il Sì, con picchi metropolitani oltre l’80% sui quesiti di cittadinanza; viceversa, il No ha prevalso in 14 regioni, blindando il Mezzogiorno e affermandosi anche in aree del Centro e del Nord‑Ovest, favorito da un elettorato più anziano, dal peso delle reti politiche locali in contesti di bassa partecipazione e da un diffuso istinto conservativo sui temi “di sistema”. Zone in bilico sono emerse in Abruzzo, Umbria, Valle d’Aosta e Trentino‑Alto Adige, con Bolzano che ha registrato un netto No alla cittadinanza in controtendenza linguistico‑culturale.

La consultazione però ha lasciato un solco profondo. Pur avendo tentato di scindere le sorti dell’esecutivo da quelle della riforma, Giorgia Meloni incassa una sconfitta pesante su un impegno identitario del governo. Al contempo, le dinamiche emerse confermano una fisionomia nazionale in cui la capacità di mobilitazione e il divario fra grandi centri e periferie continuano a orientare l’agenda politica del Paese.