l'analisi
Referendum, la mappa del voto: un elettore su tre della Lega non è andato alle urne
Il No trionfa con il 53,6%: alta affluenza, metropoli e Mezzogiorno ribaltano la riforma e mettono in luce le crepe nella maggioranza
L'onda del No travolge la riforma della giustizia e infligge al governo guidato da Giorgia Meloni la prima autentica sconfitta elettorale della legislatura.
Con il 53,6% dei consensi, pari a 14,6 milioni di schede, contro i 12,6 milioni del Sì, gli italiani hanno bocciato con decisione il pacchetto costituzionale “Meloni-Nordio”, che puntava a inserire nella Carta la separazione delle carriere tra giudici e pm, il sdoppiamento del Csm e l'istituzione di una nuova Alta Corte disciplinare.
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Elemento più dirompente della consultazione del 22-23 marzo 2026 è l'affluenza: quasi il 59% degli aventi diritto si è recato ai seggi, un balzo straordinario rispetto al 30,6% dei referendum abrogativi del 2025. Questa partecipazione robusta conferisce al verdetto una legittimazione istituzionale indiscutibile, trasformando un tema da “addetti ai lavori” in un vero e proprio “voto-valore” che chiude ogni varco alle contestazioni.
La mappa del voto consegna l'immagine di un Paese in cui le grandi aree metropolitane hanno eretto un argine alla revisione costituzionale. Pur con il Sì prevalente su base regionale in Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, i capoluoghi delle stesse regioni hanno ribaltato l'esito: a Milano il No ha superato il 58%, a Torino ha sfiorato il 65%, mentre a Bologna e Roma si è attestato rispettivamente al 68% e oltre il 60%.
Il Mezzogiorno ha impresso l'accelerazione decisiva: a Napoli il No ha raggiunto un plebiscitario 75%, a Palermo il 69% e a Bari oltre il 62%. Le metropoli si sono confermate “città-cerniera”, capaci di saldare mondi sociali differenti contro una revisione percepita come sbilanciata nei contrappesi democratici.
L'analisi dei flussi chiarisce dinamiche decisive. Nel campo progressista, il Partito Democratico ha mostrato una coesione elevatissima (75% dei propri elettori per il No), così come l'Alleanza Verdi e Sinistra, prossima all'86% di compattezza. Nel Movimento 5 Stelle il No ha prevalso nettamente, pur a fronte di un'astensione interna del 28%. Sorprendente la bocciatura giunta dall'area liberal-riformista (Azione, +Europa, Italia Viva): nonostante l'atteggiamento favorevole dei leader al Sì, il 44% dei loro elettori ha votato No e il 37% ha optato per l'astensione.
Sul fronte della maggioranza di governo, emergono crepe significative. L'elettorato di Fratelli d'Italia è risultato il più disciplinato (68% mobilitato per il Sì), ma si è registrata una quota di dissenso interno tra il 6% e l'8% in tutti i partiti dell'esecutivo e, soprattutto, un'astensione molto elevata tra i sostenitori della Lega, prossima al 37%. Un deficit di mobilitazione che ha inciso sul risultato finale.
Le reazioni a caldo definiscono il perimetro della nuova fase politica. La premier Giorgia Meloni sceglie il profilo del pragmatismo istituzionale: “Gli italiani hanno deciso e noi rispettiamo questa decisione. Andremo avanti con responsabilità.” Anche il ministro Nordio rivendica l'intento riformatore del testo, escludendo ripercussioni sull'assetto dell'esecutivo. Le opposizioni, al contrario, parlano di apertura di una “nuova stagione”: Giuseppe Conte evoca un “avviso di sfratto per il governo”, mentre l'intero centrosinistra vede nella mobilitazione civica di questi giorni il fondamento di un'alternativa concreta in vista delle prossime politiche.