English Version Translated by Ai
23 marzo 2026 - Aggiornato alle 22:32
×

l'analisi del voto

Tre regioni del Nord sì, il resto d’Italia frena: la geografia di un referendum che ha diviso il Paese

Venezie e Lombardia trainano il Sì, ma il No prevale quasi ovunque. A Napoli un record storico: il 75,4% di contrari. Affluenza alta al Centro-Nord (picco in Emilia-Romagna) e minima in Sicilia

23 Marzo 2026, 21:59

22:00

Tre regioni del Nord sì, il resto d’Italia frena: la geografia di un referendum che ha diviso il Paese

Seguici su

Tra tutti emerge un dato eclatante: il 75,4% dei napoletani ha votato "No" al referendum, cifra che da sola restituisce il clima emotivo di una consultazione nazionale attraversata da forti rivendicazioni territoriali. Il voto del 22 e 23 marzo consegna infatti un Paese profondamente diviso, un mosaico di contrasti che interpella tanto la politica nazionale quanto le amministrazioni locali.

La mappa del risultato evidenzia anzitutto una frattura su scala macro-regionale. Il fronte del "Sì" ha primeggiato in sole tre regioni, tutte settentrionali: Veneto (58,4%), Lombardia (53,5%) e Friuli-Venezia Giulia (54,4%). Eppure, da queste stesse aree emerge un dato politico di rilievo: una dicotomia interna quasi da laboratorio, con un solco netto tra i grandi centri e il resto del territorio.

Anche dentro questo “tridente” del "Sì", i capoluoghi hanno spesso remato in senso opposto. In Veneto, il "No" si è imposto in cinque capoluoghi su sette, toccando il 55,1% nella città metropolitana di Venezia. Dinamica analoga in Lombardia, dove Milano e la sua provincia hanno trascinato il fronte contrario, e in Friuli-Venezia Giulia, con Trieste e Gorizia schierate per il "No".

Scendendo lungo la penisola, il "No" risulta prevalente nella maggior parte delle regioni, delineando un controcanto urbano rispetto al favore espresso dalle aree produttive della provincia settentrionale. In Emilia-Romagna, che ha fatto registrare la partecipazione più alta d’Italia (66,6%), i contrari hanno vinto con il 57,2%, sospinti dal 68,1% di Bologna. Unica eccezione, Piacenza: è l’unico capoluogo emiliano in cui ha prevalso il "Sì" con il 51,2%.

Nel Centro, il Lazio ha visto affermarsi il "No" al 54,5%, con Roma al 60%; in Liguria il rifiuto della riforma si è attestato al 57%, toccando il 64% a Genova.

È però nel Mezzogiorno e nelle Isole che l’onda del "No" è apparsa travolgente, sebbene a fronte di un’affluenza significativamente più bassa. In Campania, con una partecipazione ferma al 50,3%, il "No" regionale ha raggiunto il 65,2%. Il primato assoluto di Napoli, città con oltre 900 mila residenti, rappresenta un segnale politicamente potente: esploso nel cuore di una delle aree metropolitane più popolose d’Europa, smonta la tentazione di ridurre l’esito alla scarsa affluenza, poiché la partecipazione partenopea è risultata in linea o superiore alla media meridionale. Anche in Puglia, Sicilia e Sardegna il "No" ha dominato: oltre il 60% nell’area metropolitana di Bari e a Palermo (68,9%), e 61,2% a Cagliari. La Sicilia detiene la “maglia nera” della partecipazione, crollata al 46,1%.

Proprio l’affluenza è l’altro grande tema del voto. Il divario di oltre venti punti tra i picchi di Emilia-Romagna (66,6%), Toscana (66,2%) e Umbria (65%) e il fanalino di coda siciliano rivela una partecipazione profondamente diseguale.

Eppure il filo rosso che percorre questa Italia capovolta è uno: il consolidarsi del rifiuto della riforma nei grandi centri urbani, tendenzialmente caratterizzati da popolazioni più giovani e istruite. Questi scarti mettono a nudo dinamiche locali complesse, smentendo il luogo comune del “Nord produttivo pro-riforma” contrapposto al “Sud refrattario”, e riportano in primo piano variabili più profonde: l’efficienza amministrativa, il peso dei servizi pubblici e la composizione sociale dei territori.