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25 marzo 2026 - Aggiornato alle 09:40
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il post referendum

Meloni, cambio di passo: via chi crea imbarazzo e niente voto di fiducia

La premier non ha intenzione di aprire una crisi politica, ma vuole cambiare: interim o assegnazione delle deleghe, più difficile un rimpasto

25 Marzo 2026, 07:54

08:21

giorgia meloni referendum

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In oltre tre anni a Palazzo Chigi non l’avevano mai vista così furiosa. Il day after di Giorgia Meloni dopo la sconfitta al referendum si è trasformato in un impetuoso redde rationem. La giustizia, si sarebbe sfogata con i suoi la premier, è storicamente un tema caro alla destra e va assolutamente recuperato. Quindi, via tutti i membri del governo con situazioni giudiziarie che creano imbarazzo. Così sono arrivate le dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi. Fino all’inedita nota con cui un presidente del Consiglio chiede un passo indietro a un suo ministro. Ossia Daniela Santanchè, che finora ha resistito al pressing, in un braccio di ferro ad alta tensione.

L’esponente di FdI già a inizio 2025 era finita sulla graticola. Ieri per la moral suasion sarebbe stato coinvolto anche il presidente del Senato, Ignazio La Russa, proprio come allora, quando la ministra del Turismo condizionò le dimissioni a una richiesta di Meloni. Allora non arrivò, adesso è quanto mai esplicita.

La premier (che potrebbe prendere l’interim del Turismo o scegliere un tecnico di spicco del settore) non chiederà al Parlamento un voto di fiducia dopo la disfatta referendaria, non la considera una crisi politica, e non ha in agenda per ora incontri con il capo dello Stato, Sergio Mattarella. Ma a urne chiuse ha subito pensato a un riassetto della sua squadra. E la parola «rimpasto» torna a circolare. In maggioranza è chiaro che sostituire un terzo ministro (dopo Gennaro Sangiuliano e Raffaele Fitto) richiede una fiducia delle Camere.

Intanto, nelle valutazioni ai piani alti del governo la debacle referendaria ha ragioni endogene non trascurabili. Carlo Nordio non è mai stato in discussione, ma la premier, raccontano, punta il dito contro lo «scarso impegno» della Lega sul referendum. Nelle analisi interne sul voto sarebbe emerso che una parte di elettorato ha punito la «scarsa coerenza» in quel «se sbagli paghi» usato contro gli avversari e applicato senza pari rigore sui casi interni. Soprattutto, appunto, su Santanchè, Delmastro e Bartolozzi. Tre punti deboli da eliminare per neutralizzare gli attacchi delle opposizioni. In questo contesto sono nate le accelerazioni su Delmastro e Bartolozzi, in ore segnate da riunioni tra Meloni e i vertici di FdI. Pesante era stato considerato a Palazzo Chigi l’“autogol” di Bartolozzi sulla magistratura «plotone di esecuzione». E anche per lei - che ha un ruolo tecnico, ma è stata protagonista di tante vicende politiche, incluso il caso Almasri, per cui è indagata - sono arrivate le dimissioni. Solo otto ore prima l’aveva blindata Nordio, che ha a suo modo subito l’accelerazione.

Le deleghe al Dap potrebbero andare al viceministro Francesco Paolo Sisto o al sottosegretario Andrea Ostellari, altrimenti verrà nominato un altro sottosegretario in quota FdI. Per l’ex magistrata si parla già di un posto nell’imminente tornata di nomine per i vertici delle società partecipate. La doppia mossa di Meloni trova apprezzamento dalle parti di Fi: una mossa politica azzeccata, viene definita in ambienti azzurri, abbassa la tensione e sottrae il governo a strumentalizzazioni.