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25 marzo 2026 - Aggiornato alle 11:17
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L'intervista/2

Il magistrato Massimo Russo: «Non è stata una vittoria di una parte, da me un Sì controcorrente. Ora si lavori insieme»

Un passato in politica, oggi al Tribunale dei minori: «È una scelta che appartiene all’intero Paese e che, proprio per questo, non può essere piegata a logiche di contrapposizione»

25 Marzo 2026, 08:16

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L'ex magistrato Massimo Russo: «Non è stata una vittoria di una parte, da me un Sì controcorrente. Ora si lavori insieme»

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Massimo Russo, magistrato del tribunale per i minori di Palermo, si è esposto per il Sì al referendum costituzionale sulla giustizia. Che significato ha la vittoria del No?

«Non si tratta di una vittoria di parte. È una scelta che appartiene all’intero Paese e che, proprio per questo, non può essere piegata a logiche di contrapposizione. Il referendum non chiude una stagione. La apre. La campagna referendaria ha fatto emergere una domanda diffusa di riflessione sul funzionamento della giurisdizione che attraversa l’Italia e che, al di là dell’esito, resta aperta. Gli elettori — legislatori nell’occasione — hanno scelto di non intervenire sul piano costituzionale, respingendo le modifiche oggetto del quesito referendario. Proprio per questo diventa ora decisivo far funzionare la giustizia con gli strumenti disponibili: organizzazione, risorse e legislazione ordinaria. Perché l’efficienza del sistema non dipende soltanto dalle riforme costituzionali, ma soprattutto dalla qualità delle scelte concrete».

Come mai lei ha scelto di sostenere la causa del Sì?

«Non è stato un gesto scontato. Si è trattato di una scelta controcorrente, maturata in un contesto nel quale la magistratura associata ha assunto una posizione opposta, promuovendo un comitato per il No e partecipando in modo organizzato al confronto pubblico. Una posizione dissonante che segnala la presenza, all’interno della stessa magistratura, di una pluralità di voci e della capacità di assumere responsabilmente posizioni non allineate. Accanto a questo impegno si è collocato, con particolare rilievo, quello dell’avvocatura, da sempre impegnata sui temi della separazione delle carriere e della terzietà del giudice, quale presidio delle garanzie e dei diritti».

Cosa succederà adesso? Quali conseguenze produrrà questo voto?

«Si apre una fase nuova e il rischio è duplice: trasformare il risultato in divisione oppure considerarlo un punto di arrivo. Non è né l’una né l’altra cosa. È un punto di partenza. Il compito delle istituzioni è chiaro: interpretare il voto con equilibrio e tradurlo in un percorso coerente. Serve una lettura alta, un dialogo tra tutte le forze politiche e un confronto franco con magistratura e avvocatura. Il sistema giustizia richiede interventi sull’organizzazione, sui tempi, sull’efficienza, sul rapporto tra processo e persona. Il referendum ha indicato una direzione. Ora occorre proseguire con coerenza».

Come giudica l’impegno di molti suoi colleghi magistrati nel corso della campagna referendaria?

«Il potere giudiziario è stato percepito, in parte, come fondamentale protagonista del confronto politico. Una esposizione che, pur maturata nel legittimo esercizio della libertà di espressione, ha inciso su un elemento essenziale: la percezione della terzietà. La forza della giurisdizione non risiede nel consenso, ma nella sua capacità di apparire imparziale, equidistante, estranea alle dinamiche partigiane del conflitto politico. Per questo si impone oggi una riflessione più profonda. Ricostruire pienamente la terzietà del potere giudiziario significa rafforzarne il ruolo, non indebolirlo».

Di chi è, maggiormente, questa vittoria?

«Il referendum non ha consegnato una vittoria a qualcuno, ma una responsabilità a tutti: alla politica, alle istituzioni, alla magistratura, all’avvocatura. E per chi ha scelto di esporsi, quella responsabilità da oggi è ancora più grande. Da qui bisogna ripartire. Non per stabilire chi aveva ragione. Ma per ricostruire un sano equilibrio istituzionale. Perché la giustizia non ha bisogno di vincitori. Ha bisogno di credibilità. E questa è una sfida che riguarda la qualità stessa della democrazia».