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25 marzo 2026 - Aggiornato alle 16:15
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La zarina Bartolozzi, da Gela alla «vera leadership del ministero della Giustizia»: la scalata senza voti della magistrata dissidente

Ha resistito a ogni attacco, abituata a scompigliare le carte anche all'interno del suo partito. Ma ieri è stata costretta a dimettersi. Chi è e da dove viene l'ormai ex capa di gabinetto del ministro Nordio

25 Marzo 2026, 15:43

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giusi bartolozzi

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Game over. La "zarina" Giusi Bartolozzi è costretta a cedere. Su esplicita richiesta della premier Giorgia Meloni. Ha resistito a ogni attacco, ma l'esito del referendum - abbinato alle sue uscite di pancia contro la magistratura - stavolta hanno imposto lo stop alla capa di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha provato a difenderla fino all'ultimo, come fatto in questi mesi.

Così la sicilianissima magistrata in aspettativa interrompe, forse solo momentaneamente, una scalata folgorante, partita grazie all'incontro con Silvio Berlusconi e arrivata ai vertici di uno dei dicasteri più importanti. Al punto da diventare tra gli obiettivi preferiti dell'opposizione. «Signor ministro - attaccava la scorsa estate Matteo Renzi dai banchi dell'opposizione - se vuole davvero essere coerente con la separazione delle carriere, inizi a separare le carriere della politica da quella della magistratura e separi la sua carriera da quella del suo capo di gabinetto che è la vera leader del suo ministero». 

Bartolozzi è nata e cresciuta a Gela, città con cui continua a coltivare un filo diretto e di cui rivendica con orgoglio l'appartenenza. Nell'ultima campagna referendaria ha infiammato il dibattito con l'ormai famoso intervento contro la magistratura su Telecolor - «Votate sì, così ce li togliamo di mezzo, sono plotoni di esecuzione» -, ma non sono mancati i suoi interventi anche sulle reti locali gelesi. Durante le Amministrative del 2018, da parlamentare di Forza Italia, ha sparigliato le carte del centrodestra, sostenendo il candidato leghista Giuseppe Spata, poi sconfitto al ballottaggio da Lucio Greco, lanciato da una coalizione che vedeva insieme Pd e Forza Italia, e che la stessa Bartolozzi definì «un inciucio in salsa sicula». Un'accusa che fece infuriare i colleghi di partito, in primis Michele Mancuso, il deputato regionale azzurro plenipotenziario del partito nella provincia nissena e oggi agli arresti domiciliari con l'accusa di corruzione. 

Nella città segnata dalla presenza di Eni, Bartolozzi è stata anche giudice civile e penale dal 2002. Diventa componente del Consiglio giudiziario della Corte d'appello a Caltanissetta e presidente del Comitato per le pari opportunità. Nel 2009 il trasferimento a Palermo con le funzioni di giudice penale e civile, fino al 2013 quando vince di concorso per la Corte d'appello di Roma con analoghe funzioni.

La sua carriera politica inizia grazie al marito Gaetano Armao, avvocato e politico, assessore di Raffaele Lombardo prima e Nello Musumeci poi, oggi consulente del governatore Renato Schifani e presidente della commissione tecnico scientifica regionale da cui passano tutte le autorizzazioni ambientali. Una coppia di potere, insomma. Ed è proprio grazie al marito che Bartolozzi viene folgorata sulla strada di Silvio Berlusconi. O forse è meglio dire il contrario: il Cavaliere la sceglie personalmente come candidata alle Politiche del 2018 e le concede un posto blindato, capolista per Forza Italia nel proporzionale ad Agrigento e al terzo posto nel collegio Palermo 2. Nel toto governo di quella fase, è persino inserita tra i papabili per ricoprire l'incarico di ministro della Giustizia in caso di vittoria del centrodestra. A vincere invece sono Movimento 5 stelle e Lega, che daranno vita al breve esperimento dell'esecutivo giallo-verde. Bartolozzi è tra le poche che in Sicilia si salva dalla marea pentastellata, diventando deputata e componente della commissione regionale Antimafia. La scalata di una delle coppie più potenti della politica siciliana, mormorano i più maliziosi, è avvenuta senza essersi mai misurata davvero con una elezione a colpi di preferenze. 

Da parlamentare vive gli anni del Covid senza far mancare presenza e sostegno alla sua Gela e al territorio che rappresenta. È durissima sull'introduzione del reddito di cittadinanza, varato a ridosso delle elezioni Europee del 2019: «Una vergogna, se non un reato, è voto di scambio come i mafiosi», tuona. Si conferma dissidente quando è tra i cinque deputati di Forza Italia a votare a favore della legge contro l'omotransfobia e la misoginia. La magistrata in aspettativa aveva presentato pure una proposta di legge in tal senso, poi confluita nel testo unificato di Alessandro Zan (Pd). «Annuncio con orgoglio il mio voto favorevole - disse in quell'occasione - riconosciamo la parità di tutti, anche di chi ha un orientamento sessuale diverso». Ma è ancora una volta il fronte della Giustizia quello dove Bartolozzi combatte più duramente. Nel 2021, in contrasto con le posizioni del suo partito sulla riforma del processo penale, lascia Forza Italia e passa al gruppo Misto. 

Con il governo Meloni, infine, il ministro Nordio la sceglie prima come vicecapo di Gabinetto, poi la mette al vertice dei suoi uffici. Il resto è cronaca recente: i contrasti con molti dirigenti del dipartimento e il coinvolgimento nella liberazione del criminale libico Almasri, rispedito in Libia, vicenda in cui è l'unica indagata (gli altri si sono salvati grazie all'immunità parlamentare). Nelle settimane scorse l’ufficio di presidenza di Montecitorio avrebbe dovuto sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta nei confronti del Tribunale dei ministri e del procuratore di Roma Francesco Lo Voi. L’obiettivo è quello di estendere anche a Bartolozzi l’immunità parlamentare. Ma non ha fatto in tempo.