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Terremoto politico post-referendum: i retroscena dell'addio di Santanchè tra le difese del compagno e gli attacchi del Pd

Dimitri Kunz d’Asburgo Lorena racconta l'inaspettata richiesta di dimissioni da parte di Meloni. Storace comprende l'amarezza ma difende la premier, mentre Bettini (Pd) invoca le dimissioni del governo parlando di "debolezza e confusione".

26 Marzo 2026, 09:15

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Terremoto politico post-referendum: i retroscena dell'addio di Santanchè tra le difese del compagno e gli attacchi del Pd

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Le dimissioni della ministra Daniela Santanchè, rassegnate nel burrascoso clima politico post-referendum che ha visto la schiacciante vittoria del "no", svelano retroscena umani e innescano accesi dibattiti. A raccontare le ore dell'uscita di scena è il compagno della senatrice, l'imprenditore Dimitri Kunz d’Asburgo Lorena, che ha chiarito a Repubblica i contorni della vicenda: "La Daniela ha fatto bene a dimettersi, perché glielo chiedeva la Giorgia che è una persona strepitosa. Era giusto così, ha fatto un passo indietro col cuore in mano". Una mossa che tuttavia non era attesa, arrivata come "un fulmine a ciel sereno" in un momento di già forte depressione per l'esito elettorale. Kunz ha spiegato che l'iniziale resistenza di Santanchè serviva "per dare un messaggio forte", evitando di farsi schiacciare dalla vittoria del No, a differenza di Giusi Bartolozzi e Andrea Delmastro. Proprio su Delmastro, l'imprenditore ha lanciato una stoccata, definendo le sue vicende "un deterrente pazzesco" con "un timing tremendo sul ", e rivendicando invece l'ottimo rapporto della compagna con la magistratura. La decisione definitiva è arrivata telefonicamente, "a malincuore", ma senza rancori verso la leader di Fratelli d'Italia, bensì con il sospetto che "a spingere per le dimissioni siano stati altri" all'interno del partito. Ad attendere l'ex ministra in Toscana, rivela Kunz, rose rosse e nuovi progetti imprenditoriali per ricordarle "che il suo valore non dipende dal suo incarico".

A offrire solidarietà è Francesco Storace, che sempre a La Repubblica ricorda la durezza di una simile rinuncia, avendola vissuta in prima persona nel 2006 per il Laziogate, conclusosi sette anni dopo con un'assoluzione. Riconoscendo il carattere "tosto" di Santanchè, con cui in passato condivise l'esperienza del partito La Destra prima di una brusca separazione politica, Storace non ha però dubbi sulla correttezza della richiesta di Meloni: "Certo. Purtroppo Daniela era entrata nel mirino della sinistra che la contestava per le inchieste". Sebbene definisca il referendum "una botta imprevista", Storace si dice sicuro della capacità della premier di ritrovare l'entusiasmo del suo elettorato.

Lo scenario viene invece letto come una disfatta irrecuperabile dall'opposizione. Goffredo Bettini, esponente del Pd, in un'intervista al Corriere della Sera esige un'assunzione di responsabilità totale: "Il voto è stato politico, le conseguenze dovrebbero essere all’altezza di ciò che è accaduto. Se la premier avesse almeno una parte del senso di responsabilità nazionale e istituzionale che ebbero, in circostanze simili, D’Alema e Renzi, dovrebbe dimettersi". Bettini critica aspramente le tempistiche della crisi, sottolineando che "in un Paese normale" Delmastro e Bartolozzi avrebbero già lasciato da tempo, mentre la faticosa moral suasion su Santanchè evidenzierebbe solo "debolezza e confusione" da parte di Meloni. Guardando al campo progressista rinvigorito dal voto, Bettini invita a non trarre conclusioni troppo consolatorie e traccia la rotta per le prossime sfide: per la leadership auspica un accordo sul nome espresso dal partito più forte, indicando "le primarie" come l'unica "soluzione possibile" in caso di stallo, pur ribadendo che la priorità di oggi rimane "continuare insieme a fare opposizione".