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il dibattito

Il fantasma del No al Referendum che fa ripensare la nuova legge elettorale

Chi sono i quattro relatori del governo chiamati a lavorare sul proporzionale con premio. Resta lo scoglio delle liste bloccate e del nome del premier sulla scheda

28 Marzo 2026, 20:31

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Il fantasma del No al Referendum che fa ripensare la nuova legge elettorale

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Con l’apertura dei lavori in I Commissione Affari Costituzionali della Camera prende avvio una partita decisiva per la definizione della nuova legge elettorale.

Martedì prossimo il testo base del centrodestra giunge all’esame parlamentare, ma l’atmosfera è ben lontana da una marcia trionfale. Risuona ancora l’eco del referendum su costituzione e giustizia del 22 e 23 marzo: la vittoria del "No", attestata attorno al 54% con un’affluenza prossima al 59%, ha costretto la maggioranza a ritarare la propria strategia.

Il segnale politico è chiaro: procedere a colpi di maggioranza sulle regole del voto rischierebbe di alimentare fratture nel Paese e rivelarsi controproducente. A guidare l’iter sono stati indicati quattro relatori, uno per ciascuna forza della coalizione: Nazario Pagano per Forza Italia, che ricopre anche il ruolo di presidente-relatore; Angelo Rossi per Fratelli d’Italia, considerato tra gli ispiratori tecnici del progetto; Igor Iezzi per la Lega; e Alessandro Colucci per Noi Moderati.

Il loro compito è trovare un punto di equilibrio attorno alla proposta già ribattezzata dai media "Stabilicum": un impianto a prevalenza proporzionale, integrato da un "premio di maggioranza" volto a garantire la governabilità e, nella versione più spinta, da un eventuale ballottaggio qualora nessuna coalizione raggiunga una determinata soglia di consensi.

I passaggi più controversi, però, si annidano nei dettagli. In primo luogo, il tema delle liste e delle preferenze: nell’ambito della stessa maggioranza l’asse FdI-Lega propende per "liste bloccate" e corte, in nome di uno scrutinio rapido; Forza Italia e Noi Moderati, invece, sollecitano l’introduzione delle preferenze per rinsaldare il legame tra candidati ed elettori.

Altro punto divisivo è l’ipotesi di inserire sulla scheda il nome del candidato premier, che FdI interpreta come un’investitura trasparente, ma che una parte delle opposizioni respinge come una "torsione plebiscitaria" incompatibile con la forma di governo parlamentare.

Alla luce dell’esito referendario, la maggioranza promette un testo base "non blindato", aperto a correzioni. L’istruttoria si aprirà con un ampio ciclo di audizioni che coinvolgerà costituzionalisti, autorità indipendenti, amministratori locali e il Ministero dell’Interno.

Le opposizioni, dal canto loro, fissano una linea rossa: nessuna disponibilità a "trucchi" che alterino la rappresentanza; disponibilità, invece, a discutere un premio coerente con la realtà elettorale e maggiore trasparenza nelle candidature.

Il tempo, intanto, incalza. Con le elezioni politiche previste per settembre 2027, la finestra per approvare la riforma e adeguare l’intera macchina amministrativa — dalla complessa riperimetrazione dei collegi ai sistemi informativi — è ristretta.

Il Parlamento è chiamato a comporre un equilibrio tra tre principi cardine: stabilità, rappresentanza e responsabilità. La sconfitta referendaria rende il percorso più accidentato, ma offre anche un’occasione rara: scrivere le regole del gioco come bene comune, e non come terreno di conquista di parte.