L'operazione "Rimpasto Light" per salvare la legislatura: l'ipotesi per il dopo Santanché al Turismo e l'ombra di un peso massimo leghista (ma non ci sarà un Meloni-bis)
Per evitare insidiose forzature parlamentari e i malumori di alleati e Quirinale, Palazzo Chigi punta su un intervento chirurgico, ridistribuendo le deleghe. Nessuna caccia alla fiducia: la premier tira dritto
Si va verso un corposo rimpasto? Da Palazzo Chigi, Giorgia Meloni osserva e lascia filtrare solo un messaggio inequivoco sui 91 fermi degli anarchici: «Il decreto sicurezza funziona».
Parole indossate come un’armatura, per assorbire l’impatto del più duro rovescio politico patito dal suo governo dal 2022: la netta bocciatura del referendum costituzionale sulla giustizia.
Con il 53,24% di “No” e un’affluenza superiore alle attese (55,69%), il voto del 22-23 marzo ha affondato la riforma “Meloni-Nordio”, incrinando la narrazione d’invincibilità del centrodestra e ridando ossigeno alle opposizioni.
Le prime scosse sul piano istituzionale sono arrivate a stretto giro: in meno di quarantotto ore, il Ministero della Giustizia ha perso la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi e il sottosegretario Andrea Delmastro.
A seguire, il 26 marzo, l’addio della ministra del Turismo Daniela Santanchè, spinta – secondo le ricostruzioni – direttamente da Palazzo Chigi.
La premier reagisce con freddezza tattica: niente crisi formale, nessuna verifica in Aula. La linea è esplicita: usare il tema della “sicurezza” come collante politico.
Le misure varate a febbraio – dal fermo preventivo ai 50 milioni destinati all’ordine pubblico – diventano l’architrave per distogliere lo sguardo dalla disfatta referendaria e serrare i ranghi della maggioranza.
Sul tavolo della presidente del Consiglio ora campeggia il dossier rimpasto, articolato in due ipotesi. La prima, “light”, prevede un intervento limitato e indolore: al Turismo potrebbe approdare la presidente dell’ENIT, Alessandra Priante, profilo tecnico; mentre a via Arenula si punterebbe a blindare i fascicoli redistribuendo le deleghe tra Sisto e Ostellari. La seconda opzione è un riassetto “robusto”, con l’ingresso di figure di peso come il leghista Luca Zaia.
Ipotesi suggestiva ma destabilizzante: riaccenderebbe gli appetiti di Forza Italia e Carroccio per dicasteri chiave come il Viminale, trasformando l’operazione in un vero “Meloni-bis”. Un passaggio di tale portata attirerebbe subito l’attenzione del Quirinale.
Dal Colle, Sergio Mattarella osserva con “prudenza attiva”. Il Capo dello Stato richiama a un profondo «senso di responsabilità» per garantire la stabilità in una fase internazionale delicata. Per Mattarella, un riassetto troppo esteso sancirebbe l’avvio di «un’altra fase dell’esecutivo» da formalizzare; lo scioglimento anticipato delle Camere resta, comunque, un’extrema ratio.
Meloni conosce i rischi. Con i sondaggi che segnano una lieve flessione di Fratelli d’Italia e il fermento delle formazioni minori attorno alla soglia del 3%, il voto anticipato sarebbe un azzardo. L’obiettivo dichiarato resta tagliare il traguardo del 4 settembre 2026, per conquistare il primato storico di longevità governativa.