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5 aprile 2026 - Aggiornato alle 05:21
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L’intervista

«Sicilia, non solo Ponte può candidarsi a essere un hub dei data center»

la visione euromediterranea del sottosegretario all’Innovazione, Alessio Butti: da Sigonella ai cavi sottomarini

04 Aprile 2026, 23:59

05 Aprile 2026, 00:00

«Sicilia, non solo Ponte può candidarsi a essere un hub dei data center»

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Sottosegretario Butti, da decenni la Sicilia è al centro della contesa sul Ponte sullo Stretto. Ma in questo momento storico di “ponti”, non di cemento ma sottomarini, ce ne sono anche altri con un alto valore infrastrutturale. Non sarebbe meglio concentrarsi su questi?

«Non vedo una contrapposizione. Sarebbe un errore pensare che il Paese debba scegliere tra infrastrutture fisiche e infrastrutture digitali: servono entrambe. Però è vero che oggi i cavi sottomarini sono infrastrutture strategiche di primo livello, perché da lì passa la gran parte del traffico globale dei dati e perché il Mediterraneo, con la Sicilia in posizione centrale, sta assumendo un valore crescente come snodo di connettività, sicurezza e scambio economico. Lo dimostrano sia il rafforzamento delle rotte Sparkle nel Mediterraneo, sia le sperimentazioni più avanzate sul tratto tirrenico Genova-Palermo e nel nodo operativo di Catania».

Di recente ha rilanciato l’allarme sul deterioramento dei cavi sottomarini, denunciando i rischi per la sicurezza. Visti i venti di guerra mondiali non sarebbe il caso che la tutela di queste infrastrutture diventasse una materia transnazionale?

«Sì, e aggiungo che in parte lo è già diventata. La tutela dei cavi sottomarini non può più essere affrontata con una logica puramente nazionale, perché parliamo di infrastrutture che collegano Stati, mercati e sistemi di difesa. L’Unione europea ha già avviato una strategia più strutturata sulla resilienza dei cavi, mentre la Nato ha esteso nel Mediterraneo il lavoro sulla protezione delle infrastrutture sottomarine critiche. In altre parole, una governance multilivello è parte essenziale della loro difesa».

La Sicilia, oltre alla base militare di Sigonella, ospita anche il Muos di Niscemi, un pezzo imprescindibile per il controllo satellitare globale degli Usa. Ciò non rende l’Isola ancora di più un obiettivo sensibile?

«La presenza di asset di questo tipo rende la Sicilia un territorio di straordinaria rilevanza, non solo sotto il profilo della sicurezza ma anche dello sviluppo. Il Muos di Niscemi, così come altre infrastrutture presenti sull’Isola, testimonia una centralità che pochi territori in Europa possono vantare. La Sicilia è già oggi un nodo fondamentale nelle reti globali di comunicazione e nei sistemi avanzati di connessione, ma questo non deve essere letto in chiave di vulnerabilità, ma di responsabilità e opportunità. Significa essere al centro delle grandi traiettorie tecnologiche e geopolitiche del nostro tempo. Il Governo sta accompagnando questa centralità con la giusta visione. Siamo convinti che sicurezza, innovazione e sviluppo debbano procedere insieme».

L’innovazione tecnologica può diventare l’antidoto allo spopolamento. Ma come può una regione come la Sicilia impedire la fuga dei cervelli o magari attrarne con soluzioni stile “south working” senza infrastrutture digitali all’altezza?

«Infatti non può. Il lavoro da remoto qualificato e l’attrazione di nuovi residenti digitali hanno bisogno di una connettività affidabile e servizi pubblici digitali funzionanti. La buona notizia è che la Sicilia sta migliorando in modo consistente in tutti gli ambiti del digitale, dalla connettività all’attivazione dei Punti Digitale Facile. Sull’isola ce ne sono già 350 che hanno contribuito a dare competenze base a decine di migliaia di persone. E potrei parlare anche dell’eccellente livello raggiunto da alcuni atenei siciliani sulle tecnologie di frontiera, come ad esempio l’Università di Palermo per il quantum. La verità è che fuga dei cervelli non si contrasta con uno slogan, ma rendendo davvero conveniente restare o tornare».

Un’altra frontiera è quella dei data center, molto più diffusi al Nord. Ci sono dei ritardi, politici e culturali, tali da porre una nuova “questione meridionale” 4.0?

«Oggi il mercato dei data center in Italia resta fortemente concentrato nel Nord, con una prevalenza marcata tra Lombardia e Piemonte, mentre altre regioni stanno crescendo ma partono da posizioni più arretrate. La Sicilia, per la già menzionata centralità mediterranea, è una serissima candidata per ospitare asset digitali strategici. In questo contesto, il ruolo dell’Italia si sta rafforzando anche a livello europeo: la partecipazione attiva agli European Digital Infrastructure Consortium (Edic), e in particolare il peso assunto attraverso posizioni di vertice, porteranno a una crescente domanda di investimenti in data center e infrastrutture digitali. Inoltre, la candidatura dell’Italia per ospitare un Digital Hub dei cavi sottomarini presso la Commissione europea rappresenta un passaggio strategico. Se aggiudicata, renderebbe il Mezzogiorno, e la Sicilia in primis, un nodo fondamentale per i flussi globali di dati, con implicazioni dirette in termini di sovranità digitale e federazione dei dati a livello europeo».

Un altro tema caldo delle sue deleghe è legato alla digitalizzazione delle pubbliche amministrazioni. Il Sud si trincera ancora dietro barriere “borboniche” o sta rispondendo all’appello del Pnrr?

«La fotografia reale è meno caricaturale di come spesso viene raccontata. La risposta dei comuni e degli enti siciliani è stata straordinaria. Il 100% dei comuni e il 90% delle scuole dell’isola hanno aderito agli avvisi di Pa digitale 2026 per i fondi Pnrr dedicati alla digitalizzazione. Il valore complessivo di questi progetti è di quasi 200 milioni di euro e posso anticipare che l’80% di questi risulta già essere stato completato e liquidato».

La sanità siciliana ha un gigantesco problema sulle liste d’attesa, oggetto di una delle misure dell’Ia nelle Regioni. Riuscirà l’intelligenza artificiale dove la deficienza umana ha finora fallito?

«L’intelligenza artificiale, da sola, non sostituisce né l’organizzazione né la responsabilità umana. Però può aiutare in modo molto concreto dove oggi il sistema fatica. Parliamo di riduzione delle inefficienze, previsione dei picchi e allocazione più efficiente delle. È la logica di Reg4IA, un progetto finanziato dal Dipartimento per la trasformazione digitale con 20 milioni di euro. Uno dei quattro ambiti di Reg4IA è proprio la salute e la Sicilia è una delle regioni coinvolte nella progettazione e sperimentazione della Ia per abbattere le liste d’attesa».

A proposito di intelligenza artificiale. Non ritiene che sia dovere di un governo tutelare la compatibilità di questo strumento, ormai imprescindibile, con valori come la democrazia, la corretta informazione e, non ultima, la tutela dell’occupazione?

«Sì, lo ritengo un dovere pieno. Ed è esattamente il senso della legge italiana sull’intelligenza artificiale: non subire la tecnologia, ma incardinarla dentro una cornice democratica, costituzionale e antropocentrica. La legge italiana, approvata in via definitiva nel settembre 2025, affida ad AgID e ACN funzioni nazionali di governance e controllo, prevede aggiornamenti biennali della Strategia nazionale e un monitoraggio annuale al Parlamento, e interviene anche sul lavoro, sulla Pubblica amministrazione, sulla sanità e sulla tutela dei diritti. L’Ia può essere una straordinaria leva di crescita, ma solo se resta compatibile con la centralità della persona, la trasparenza delle decisioni e con la responsabilità umana finale».