Governo
Il "caso" Sigonella e l'uso delle basi militari in Italia, Crosetto rassicura: «Accordi con gli Usa sì ma non siamo in guerra»
Il ministro ha ricordato gli oltre 75 anni di accordi con gli Stati Uniti. "Noi non siamo difesi dal coraggio ma dal rispetto delle istituzioni, della legge, della Costituzione»
E' stato un intervento puntellato da numerosi applausi della maggioranza. E gli applausi alla Camera sono stati per il ministro della Difesa Guido Crosetto che oggi ha reso un’informativa sull'uso delle basi militari su territorio italiano da parte delle forze armate statunitensi.
L'impegno del ministro a riferire in Aula, anche dopo le sollecitazioni delle opposizioni, era nato anche da quanto accaduto a Sigonella, dove una questione giuridico-militare si è trasformata in un caso politico nazionale.
Nella sua informativa urgente, Crosetto ha insistito su tre messaggi destinati a segnare il confronto parlamentare e, con ogni probabilità, anche quello pubblico delle prossime settimane: oltre 75 anni di continuità nell’applicazione degli accordi tra Italia e Stati Uniti; il fatto che nessun governo italiano abbia mai disatteso, o anche solo prospettato di non attuare, i trattati con Washington; e soprattutto un chiarimento politico che il governo considera decisivo, cioè che rispettare gli accordi sulle basi Usa non significa automaticamente essere coinvolti in una guerra. È un passaggio che punta a separare il piano della cooperazione militare da quello della partecipazione diretta a operazioni belliche, in un momento in cui l’opinione pubblica chiede trasparenza e l’opposizione pretende limiti più netti.
Il caso Sigonella che ha riaperto una questione mai davvero chiusa
La miccia politica è stata accesa dalla vicenda della base di Sigonella, tornata simbolicamente al centro della scena nazionale. Secondo quanto emerso nei giorni scorsi, l’Italia ha negato l’autorizzazione all’atterraggio di velivoli militari statunitensi diretti verso il teatro mediorientale, dopo che la richiesta sarebbe arrivata in modo non coerente con le procedure previste. Attorno a questo episodio si è condensato un doppio messaggio: da un lato la conferma che gli accordi bilaterali restano in piedi e continuano a regolare la cooperazione; dall’altro la riaffermazione del fatto che il territorio italiano non è una piattaforma disponibile in automatico per qualsiasi uso operativo.
Il governo, del resto, aveva già chiarito nelle settimane precedenti che l’uso delle basi si muove dentro un perimetro definito. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva parlato di autorizzazioni tecniche per attività logistiche e per operazioni non cinetiche, sottolineando che altro sarebbe invece il discorso in presenza di azioni di bombardamento o di un coinvolgimento offensivo. In questo quadro, l’intervento di Crosetto ha avuto anche la funzione di ricomporre una distinzione spesso smarrita nel dibattito pubblico: transito, supporto logistico, sorvolo, stazionamento temporaneo e impiego in operazioni di guerra non sono categorie equivalenti, né sul piano politico né su quello giuridico.
Il filo storico: dai primi accordi del dopoguerra alla cornice attuale
Quando Crosetto richiama oltre 75 anni di continuità, non usa soltanto una formula politica. Si riferisce a un impianto normativo e strategico che affonda le radici nel secondo dopoguerra e nella collocazione internazionale dell’Italia dentro l’architettura occidentale. Il primo pilastro è il NATO Status of Forces Agreement del 1951, che disciplina lo status delle forze alleate presenti sul territorio degli Stati membri. A questo si è aggiunto il Bilateral Infrastructure Agreement del 1954 tra Italia e Stati Uniti, considerato il riferimento bilaterale fondamentale per l’uso delle infrastrutture. Nel tempo, questo quadro è stato integrato e aggiornato, in particolare con il memorandum del 1995, il cosiddetto Shell Agreement, che ha ridefinito aspetti operativi e responsabilità nelle installazioni concesse in uso alle forze statunitensi.
Questo elemento storico è cruciale per comprendere il senso dell’argomento del ministro. La presenza militare americana in Italia non nasce da una decisione contingente dell’attuale esecutivo, né da una deroga improvvisata. È il risultato di una sedimentazione politico-diplomatica lunga, attraversata da governi di centro, di centrodestra, di centrosinistra, tecnici e di unità nazionale. In altre parole, quando Crosetto sostiene che nessun governo abbia disatteso o ventilato di non attuare i trattati con gli Stati Uniti, richiama una continuità istituzionale che precede di decenni l’attuale maggioranza e che investe l’intero posizionamento internazionale della Repubblica.
Accordi sì, automatismi no
È qui che il ragionamento politico si fa più sottile. Perché riconoscere la continuità degli accordi non significa sostenere che l’Italia abbia rinunciato a qualunque margine decisionale. Al contrario, l’intero sistema funziona proprio attraverso una combinazione di cornici generali e autorizzazioni specifiche, con livelli diversi di valutazione a seconda del tipo di missione, del profilo operativo e delle implicazioni politiche. La stessa documentazione parlamentare degli anni ha evidenziato come il quadro sia composto da accordi generali e da Technical Agreements riferiti alle singole basi, negoziati per disciplinare uso, responsabilità e prerogative nazionali.
In questo senso, il punto centrale dell’informativa è probabilmente proprio questo: l’alleanza non cancella il filtro italiano. La collaborazione con gli Usa resta pienamente operativa, ma il governo rivendica la facoltà di distinguere tra ciò che rientra nel quadro ordinario degli accordi e ciò che invece richiede una valutazione politica ulteriore. La vicenda di Sigonella, al netto delle polemiche, viene letta dall’esecutivo come la prova che questo filtro esiste e viene esercitato. Non una rottura con Washington, dunque, ma l’applicazione di regole che delimitano l’uso del territorio nazionale.
Perché il governo insiste sul fatto che l’Italia “non è in guerra”
La formula usata dal ministro non è solo un chiarimento diplomatico: è una necessità politica interna. In una fase segnata da crisi internazionali multiple e da un Mediterraneo sempre più esposto, la preoccupazione di una parte dell’opinione pubblica è che l’utilizzo di basi situate in Italia possa trascinare il Paese dentro conflitti non deliberati dal Parlamento. Da qui l’insistenza di Crosetto nel separare il rispetto degli accordi dal concetto di cobelligeranza o partecipazione diretta. Il governo prova a dire: cooperare non equivale automaticamente a combattere. Ma proprio questa distinzione, sul piano politico, resta la più controversa.
Il punto è delicato perché Sigonella, Aviano, Vicenza, Napoli, Gaeta, Camp Derby e altre installazioni non sono soltanto nomi su una mappa militare: sono nodi logistici, strategici e simbolici. Alcune strutture hanno un ruolo essenziale per il supporto, l’intelligence, il transito di personale e mezzi, la sorveglianza marittima e le operazioni in aree che vanno dal fianco est della Nato al Mediterraneo allargato. Proprio per questo, ogni volta che la tensione internazionale cresce, torna a galla una questione irrisolta: se il territorio italiano contribuisce a una macchina militare più ampia, dove si colloca il confine tra supporto alleato e coinvolgimento politico-militare?
Le basi in Italia: infrastrutture strategiche e terreno di sensibilità politica
La rete delle principali installazioni statunitensi o a forte presenza Usa in Italia è nota da tempo nelle sedi parlamentari e istituzionali. Tra le più rilevanti figurano Aviano, Sigonella, Vicenza, Napoli, Gaeta e Camp Derby. Il loro valore strategico è legato alla posizione geografica italiana, che proietta il Paese nel cuore del Mediterraneo, lungo le direttrici che collegano Europa, Nord Africa, Medio Oriente e Mar Nero. In termini geopolitici, l’Italia continua a essere un hub essenziale per la postura occidentale nel quadrante meridionale dell’alleanza atlantica.
Ma è proprio questa centralità a rendere il tema esplosivo sul piano interno. In Sicilia, ad esempio, l’aumento dell’attenzione attorno a Sigonella si è intrecciato con proteste locali, preoccupazioni ambientali e una memoria storica che richiama il precedente del 1985, quando la crisi di Sigonella divenne emblema del rapporto complesso tra sovranità italiana e pressione americana. Oggi il contesto è diverso, ma il riflesso politico resta simile: ogni volta che la base entra nelle cronache, riaffiora la stessa domanda sulla capacità di Roma di decidere davvero.
La continuità dei governi e il peso del Parlamento
Uno degli aspetti più significativi della linea esposta da Crosetto è il tentativo di spostare il terreno dello scontro dal piano ideologico a quello istituzionale. Dire che nessun governo italiano ha disatteso i trattati con gli Stati Uniti significa sottrarre la materia alla contingenza della polemica quotidiana e collocarla nel quadro di una continuità repubblicana. Ma significa anche, implicitamente, ricordare che eventuali mutamenti radicali non potrebbero essere presentati come un semplice aggiustamento tecnico: avrebbero il peso di una revisione strategica del profilo internazionale dell’Italia.
Al tempo stesso, il Parlamento rimane il luogo in cui questa continuità deve essere spiegata, giustificata e politicamente sostenuta. Non a caso, la questione è arrivata nell’Aula di Montecitorio con un’informativa urgente, in una seduta convocata specificamente sull’utilizzo delle basi militari nel territorio italiano da parte delle forze armate statunitensi. È un passaggio istituzionale rilevante: il governo difende la solidità degli accordi, ma riconosce anche che in una fase di crisi il chiarimento politico non può restare confinato ai circuiti tecnico-diplomatici.
Il messaggio a Washington e quello agli italiani
L’informativa di Crosetto ha dunque due destinatari. Il primo è esterno: gli Stati Uniti, ai quali il governo italiano vuole segnalare che la cooperazione resta “solida”, per usare l’espressione riportata anche da fonti americane e rilanciata dall’ANSA. Il secondo è interno: cittadini, opposizioni e alleati di maggioranza, ai quali l’esecutivo intende dire che l’Italia non ha abdicato al controllo politico sul proprio territorio. È una linea di equilibrio complessa, perché deve tenere insieme affidabilità atlantica, prudenza diplomatica e sensibilità di un’opinione pubblica refrattaria all’idea di essere trascinata in una guerra.
Questa è, in definitiva, la posta in gioco del discorso del ministro. Non solo difendere la correttezza formale degli accordi, ma chiarire che fedeltà alle alleanze e autonomia decisionale non sono, almeno nelle intenzioni del governo, termini incompatibili. La scommessa politica è far passare l’idea che l’Italia possa restare un alleato affidabile senza trasformarsi in una cinghia di trasmissione automatica delle scelte di altri. Se questa sintesi reggerà anche alla prossima crisi, però, dipenderà meno dalle formule usate in Aula e molto di più dai fatti che verranno. Perché sulle basi americane in Italia, da oltre 75 anni, il vero terreno sensibile non è la retorica dell’amicizia atlantica: è il punto esatto in cui il diritto, la strategia e la politica smettono di coincidere.
