il caso
L'addio di Fiano, il Pd di Milano e il nodo del gemellaggio con Tel Aviv: storia di una rottura pericolosa
L'ex parlamentare critica la scelta di rompere anche con la parte che non smette di protestare contro la guerra di Netanyahu
La parola più pesante, in questa vicenda, non è Tel Aviv. E neppure gemellaggio. È un’altra: impossibile. Quando Emanuele Fiano, dirigente di Sinistra per Israele ed ex parlamentare del Partito Democratico, scrive che è “impossibile rimanere” in un partito che sceglie di cancellare il legame con la città israeliana, il punto non è soltanto una divergenza tattica. È la misura di una frattura politica, culturale e persino sentimentale che da mesi attraversa una parte del centrosinistra italiano davanti alla guerra in Medio Oriente. Una frattura che, a Milano, ha trovato nel voto della direzione metropolitana del Pd un detonatore potentissimo.
La decisione contestata da Fiano riguarda l’indicazione espressa dalla direzione metropolitana del Pd Milano di dare seguito alla linea che chiede la sospensione o la cancellazione del gemellaggio fra Milano e Tel Aviv. Una scelta che si inserisce in un dibattito già esploso nei mesi scorsi a Palazzo Marino, dove il tema era stato affrontato in consiglio comunale tra proteste, divisioni nella maggioranza e un acceso confronto pubblico. Nell’ottobre 2025, il consiglio comunale aveva respinto una proposta di interruzione immediata del gemellaggio, ma aveva poi approvato un ordine del giorno che legava l’eventuale sospensione del rapporto a condizioni politiche e umanitarie precise, tra cui la tenuta di un piano di pace e la protezione della popolazione civile.
È qui che si colloca la critica dell’ex deputato dem. Fiano non nega la gravità della guerra, né il dramma palestinese, né la necessità di una condanna netta delle scelte del governo guidato da Benjamin Netanyahu. Il suo argomento, però, è un altro: rompere il gemellaggio con Tel Aviv, sostiene, significa adottare una misura manichea, incapace di distinguere fra governo, società civile, opposizioni democratiche, associazionismo e realtà che in Israele si battono proprio contro la guerra e per una prospettiva di convivenza con i palestinesi. In altri termini: colpire il simbolo sbagliato e, così facendo, indebolire anche chi dentro il Paese prova a costruire pace, dissenso e solidarietà.
Il valore di un gemellaggio, oltre la diplomazia minuta
Il punto merita di essere compreso fino in fondo. Un gemellaggio tra città non equivale a una ratifica politica di tutto ciò che fa un governo nazionale. Nel caso di Milano e Tel Aviv, il Comune di Milano descrive ufficialmente il rapporto come un “Patto di Gemellaggio” nato nel segno della cooperazione tra amministrazioni e della volontà di sostenere “lo spirito di pace e di fratellanza”. Lo stesso sito del Comune ricorda che le due città collaborano in reti internazionali come il Milan Urban Food Policy Pact e il C40 – Cities Climate Leadership Group, cioè in ambiti amministrativi, ambientali e civici che vanno ben oltre il perimetro della contingenza geopolitica.
Se il gemellaggio viene interpretato come un timbro di legittimazione politica, allora la sua revoca appare, agli occhi di chi la chiede, un gesto coerente di pressione morale. Se invece lo si considera come un canale di relazione tra città, istituzioni locali, università, mondi culturali e società civili, allora interromperlo significa chiudere uno spazio che può essere utile proprio quando le relazioni internazionali si irrigidiscono. La distanza tra queste due letture spiega quasi per intero lo scontro di queste ore.
Non è un caso che anche il sindaco Giuseppe Sala, nei mesi passati, si sia espresso per il mantenimento del gemellaggio, sostenendo l’idea di preservare il dialogo con Tel Aviv e, parallelamente, di aprire a forme di cooperazione con Gaza. La posizione di Sala indicava una strada che cercava di non trasformare il conflitto in un aut aut identitario: tenere fermo il rapporto con una città israeliana e, al tempo stesso, costruire una sponda istituzionale e simbolica verso i palestinesi. Una linea di equilibrio che non ha però spento la contestazione, né dentro il consiglio comunale né nel campo progressista milanese.
La critica di Fiano al Pd: “Non così si sta dalla parte della pace”
Nel suo intervento, Fiano richiama una lunga storia personale e politica. Figlio di Nedo Fiano, sopravvissuto ad Auschwitz, l’ex parlamentare ha spesso intrecciato il proprio impegno pubblico con i temi dell’antisemitismo, della memoria, del diritto all’esistenza e alla sicurezza di Israele, ma anche con la difesa di una soluzione politica fondata su due popoli, due Stati. Negli ultimi anni, anche dentro il perimetro del Pd, si è fatto promotore — insieme ad altri dirigenti ed esponenti della sinistra — di una linea che chiedeva il cessate il fuoco, la liberazione degli ostaggi, gli aiuti umanitari a Gaza e il rilancio di una prospettiva negoziale.
«Mentre a Tel Aviv - scrive Fiano - da tre anni centinaia di migliaia di persone hanno chiesto la fine della guerra a Gaza prima e ora in Iran e Libano, hanno manifestato contro Nethanyahu e i suoi ministri razzisti e reazionari e tutte le loro scelte, hanno manifestato per i diritti dei palestinesi, contro l’occupazione della Cisgiordania e le violenze disumane dei coloni contro i palestinesi, hanno manifestato i giovani che si rifiutano di servire l’esercito, e i giovani che sfilano con le foto dei bambini palestinesi uccisi. Mentre solo due giorni fa la polizia ha malmenato, per disperdere, in una di queste manifestazioni, Colette Avital una nostra anziana compagna laburista, già responsabile esteri dei laburisti israeliani, protagonista di tanti incontri con il PDS e i DS ed il PD, alla ricerca della pace, con Napolitano, Veltroni, Fassino. Ecco voi interrompete il legame con tutta Tel Aviv, anche quella che lavora senza tregua per la pace e contro la guerra da sempre. È un’idea geniale, di alta politica, utilissima alla pace. È un classico della semplificazione manichea, da una parte sta solo il male, dall’altra il bene. E con la prima parte bisogna recidere ogni rapporto».
Non parla un avversario del Pd, ma una figura che rivendica una consuetudine antica del partito e del centrosinistra milanese: quella del confronto, della distinzione tra governi e popoli, della costruzione di ponti anche nei momenti più difficili. Nel ragionamento di Fiano, troncare il gemellaggio non è un atto di coraggio politico, ma il cedimento a una logica semplificatrice che riduce tutto a schieramento e punizione simbolica. E che finisce, di fatto, per azzerare il lavoro di israeliani e palestinesi che, in forme diverse, hanno continuato a cercare cooperazione e riconoscimento reciproco.
Qui c’è il cuore della sua obiezione: una sinistra che pretende di stare dalla parte dei palestinesi — esigenza legittima e, per molti, doverosa — non dovrebbe smettere di vedere gli interlocutori democratici israeliani. Tel Aviv, nella sua dimensione civica e sociale, non coincide automaticamente con il governo nazionale; anzi, nella narrazione di chi difende il mantenimento del gemellaggio, rappresenta anche una parte di Israele che storicamente ha espresso pluralismo, mobilitazione civile e opposizione. Si può discutere quanto questa immagine sia sufficiente o aggiornata rispetto all’evoluzione del conflitto, ma è certamente il punto da cui muove la posizione di Fiano.
Perché nel Pd milanese il tema è esplosivo
A Milano il tema del gemellaggio non è rimasto confinato ai documenti di partito. Una petizione pubblicata sulla piattaforma partecipativa del Comune di Milano ha chiesto la revoca del rapporto con Tel Aviv, sostenendo che la città non potesse restare silente di fronte a gravi violazioni dei diritti umani. Parallelamente, nei mesi scorsi si sono moltiplicate manifestazioni, presìdi e pressioni sulla maggioranza di centrosinistra a Palazzo Marino perché compisse una scelta netta.
In questo clima, il Pd Milano si è trovato schiacciato fra due spinte opposte. Da un lato, una parte rilevante del proprio elettorato, dei movimenti e dell’associazionismo vicino alla causa palestinese chiedeva un segnale forte, leggendo il gemellaggio come un’anomalia non più sostenibile. Dall’altro, amministratori, iscritti ed esponenti della cultura riformista mettevano in guardia dal rischio di una scelta divisiva, incapace di parlare alla complessità e destinata a produrre una frattura anche con la comunità ebraica milanese e con una parte della stessa base democratica. Le cronache delle sedute comunali dell’autunno 2025 raccontano bene questa tensione, sfociata anche in proteste di piazza e in momenti di forte disordine davanti a Palazzo Marino.
La posta in gioco per il Pd
Per il Partito Democratico la questione è delicata anche per un motivo identitario. La sua tradizione migliore, almeno nella lettura che ne danno figure come Fiano, è sempre stata quella di tenere insieme principi e complessità, diritti e realismo, solidarietà e dialogo. La rottura del gemellaggio con Tel Aviv viene invece vissuta da una parte del mondo riformista come il segno di un partito che rinuncia a distinguere, cede alla pressione simbolica e smarrisce una funzione di composizione. Non stupisce, allora, che l’ex deputato arrivi a evocare perfino l’idea di un addio.
Se questa frattura sia ricomponibile, al momento, è difficile dirlo. Molto dipenderà da come la discussione evolverà, dalle parole che useranno i dirigenti milanesi e dalla capacità del partito di chiarire se l’obiettivo sia davvero chiudere ogni rapporto con Tel Aviv o ridefinire il senso politico di quel legame. Ma una cosa appare già evidente: il caso non si esaurisce in una delibera, né in un post. Ha toccato un nervo scoperto del centrosinistra italiano, e lo ha fatto in una città che spesso anticipa i conflitti politici nazionali.