la polemica
Missili, radar e milioni: cosa perde Roma sfidando Tel Aviv
La sospensione dell'intesa militare non è indolore. L'Italia rinuncia a un canale privilegiato per tecnologie sensibili e armamenti d'avanguardia. I retroscena di una rottura storica
Roma tira il freno. Con una decisione che va ben oltre un atto amministrativo, l’esecutivo ha scelto di sospendere il rinnovo automatico del memorandum d’intesa sulla Difesa con Israele.
La comunicazione, formalizzata dal ministro Guido Crosetto al collega Israel Katz, interrompe un asse strategico e industriale discreto ma cruciale che durava da oltre vent’anni.
Non si tratta, tuttavia, di una rottura definitiva né di un recesso immediato. La mossa di Palazzo Chigi disinnesca l’automatismo che il 13 aprile 2026 avrebbe prorogato l’accordo fino al 2031, lasciando però l’intesa formalmente in vigore.
È un compromesso diplomatico studiato per inviare un segnale inequivocabile al governo Netanyahu sulla “situazione attuale”, evitando al contempo di smantellare del tutto un ecosistema operativo e tecnologico costruito nel tempo.
Sottoscritto nel 2003, il memorandum ha rappresentato il quadro giuridico che agevolava lo scambio di tecnologie sensibili, know-how, brevetti e attività di addestramento militare. Congelarlo significa rinunciare a un canale privilegiato con uno dei partner più avanzati al mondo in campi chiave come sensoristica, radaristica e guerra elettronica.
In gioco ci sono collaborazioni storiche, come i velivoli da ricognizione Gulfstream G550 (connessi alla vendita a Tel Aviv degli addestratori M-346), ma anche partite più recenti: i missili anticarro SPIKE per l’Esercito (92 milioni di euro) e sistemi ad alta tecnologia di Elta Systems.
Se i contratti già sottoscritti non evaporano, replicare o aggiornare questi programmi risulterà ora assai più complesso.
A innescare la svolta non è stata soltanto la guerra a Gaza, ma anche gli attacchi delle Forze di difesa israeliane contro postazioni e convogli italiani della missione UNIFIL in Libano. Una frizione diretta sul terreno che ha reso “politicamente insostenibile” il silenzio dell’esecutivo, costringendolo a invertire la rotta rispetto al luglio 2025, quando in Parlamento erano state respinte le mozioni dell’opposizione che chiedevano lo stop all’accordo.
Da Tel Aviv è arrivato un tentativo di minimizzare, bollando l’intesa come “priva di contenuto concreto”. I dati, però, raccontano altro: nel 2024 Israele è stato il secondo fornitore di armamenti per l’Italia, con autorizzazioni per quasi 155 milioni di euro (il 20,83% del totale).
La decisione di Giorgia Meloni segna dunque uno spartiacque: la cooperazione militare cessa di essere un’infrastruttura tecnica al riparo dalle tempeste politiche. D’ora in avanti, affari e alleanze strategiche dovranno fare i conti con la morale, la geopolitica e, soprattutto, la tutela degli interessi italiani sul campo.